DI VOCE IN VOCE

Taccuini inediti di Jurij Karlovic Oleša  (1973).

Da parecchi anni mi affascina assistere ai recitals di uno strano attore, Djuma Petrov. Petrov non interpreta nessun ruolo tradizionale né lavora in compagnie conosciute. Nessuno può raccontare di averlo visto nella parte di Amleto o di Shylock. Odia Shakespeare e tutto il repertorio teatrale: lo giudica enfatico e ne parla spesso come della «noiosa isteria» che trasforma l’attore in non-attore. Petrov è un uomo alto e timido, dalla voce mite e dall’aria sommessa, e interpreta, in parecchi cabarets d’avanguardia, dall’Arciere di Pietra al Gatto Nero, uno strano tipo di monologo. È quasi impossibile definire cosa sono effettivamente i monologhi di Petrov: lui ne parla come di racconti. Con la sua voce serena mi confessa che colleziona diari e lettere di artisti. «Mi servono per il mio lavoro. Per reinterpretare le loro voci. Non saprei aggiungere altro». Ricordo la prima volta in cui lo vidi, a Kiev: era una notte di ottobre, fredda e ventosa, e lui, nel livido teatrino di Karskoe, parlava come se fosse Raskolnikòv, ma in prima persona. Penso che ogni lettore russo sappia che Delitto e castigo è scritto in terza persona, come tutti i romanzi di Dostoevskij. Ebbene, Petrov diceva «io» e ci raccontava emozioni e deliri del celeberrimo assassino che io non ricordavo affatto. Alla fine del monologo, spiegò al pubblico che aveva lavorato su alcuni documenti inediti di Dostoevskij, fra cui il Diario di Raskolnikòv, la prima stesura di Delitto e castigo, che era effettivamente stato scritto in prima persona. La seconda volta in cui lo vidi recitare, provai un’emozione ancora più intensa: Petrov narrava la sua fuga da Jasnaja Poljana come se fosse lui stesso il vecchissimo Tolstoi che, a ottantadue anni, lasciava la sua casa come un folle. Fu in quel momento che capii come i confini fra vero e falso fossero incredibilmente labili: niente poteva assicurarmi che Petrov lavorasse su del materiale «vero», tratto da autentiche testimonianze di Tolstoi, eppure ciò che vedevo sulla scena era proprio Tolstoi, e ciò che sentivo era proprio il linguaggio solenne e semplice, esatto e impetuoso, dell’autore di Guerra e pace. Compresi che quelli di Petrov erano «racconti-in-trance», scritti all’interno di alcune voci, vissuti nell’orbita di certi destini. In qualche modo, ascoltandolo, mi sembrava di vedere delle stelle, traversate da scie di nuove stelle, trasformarsi in nuove galassie. “Lavoro per salvare qualcosa di essenziale – ripeteva Petrov.

Una volta, quando ero ragazzo, salvai per caso l’occhio dall’impatto di una scheggia, e negli anni futuri mi rallegrai di possedere gli occhi, le iridi, le pupille, le ciglia, ero quasi commosso dal vedere le soffitte incendiate dal sole al tramonto e il fumo che si leva azzurro nel cielo. Provavo un’emozione simile anche adesso: vedere oltre quanto ci concede un’esistenza, guardare nel fondo di un destino, variare i timbri di una voce. Chiesi a Petrov di sfogliare i suoi appunti. Egli me lo permise con un sorriso. «A un grande scrittore, caro Oleša, non si rifiuta nulla. Ecco i miei jeux de cartes».

Lessi i nomi di Cechov e Dostoevskij, Filonov e Garšn, Babel ed Eisenstein. Poi la mia attenzione si concentrò su alcune pagine. Portavano, come intestazione, Taccuini di Jurij Oleša. Lessi rapidamente. Ricordo le prime parole: «Mosca è uno sciame di uomini. Cresce l’illusione di chi mi immagina al lavoro, le grandi mani poggiate sui fogli, la testa concentrata a pensare la trama del secondo capolavoro. C’è il sole, fuori, ma non posso uscire all’aperto. “Oleša non è come gli altri uomini – dicono – deve uguagliare il primo libro, scrivere un’altra opera della stessa potenza”. “Invidia è prodi­gioso, ma non può restare unico. Ci mancherebbe. Il grande scrittore moscovita ha la missione di superare se stesso”. Nessuna alternativa: devo emularmi e superarmi. Là fuori, aspettano l’altro capolavoro: non si accontentano di paginette, racconti, impressio­ni. La folla vuole il numero 2. Il terribile 2. […] Perché non mi lasciano in pace? Non sono più all’altezza di me. Avrei dovuto scrivere Invidia nella piena clandestinità e magari pubblicarlo anonimo. Oggi non sarei inchio­dato come un servo della gleba a questo tavolo da scrittore. Pensare che detesto la forma esatta, il romanzo scintillante e funambolico! Che amo le parti segrete e dimesse della scrittura e vorrei essere ricordato solo per questo mio diario! […] Mi auguro che la morte mi sorprenda benevola nel bel mezzo dei cahiers sterminati e scrupolosissimi che preparano il mio grande deuxième livre, e tutta Mosca possa dire che Oleša non ebbe il tempo materiale dell’ultima stesura.”Ancora un mese, ancora ventiquattro, forse venticinque giorni, e il capolavoro sarebbe sprigionato dai suoi appunti come un fulmine nel cielo stellato”. Ma il tempo, il tempo…».

Dopo aver letto le «mie» pagine, pensai a lungo alle parole di Petrov: «Lavoro per salvare qualcosa di essenziale». Queste parole mi ossessionano anche oggi. Che cos’è l’«essenziale» che bisogna salvare? I testi scelti dal guitto di Kiev, quelli che ho appena mostrato, avrebbero potuto essere diversi da quelli che ho trovato e che ho letto. Se continuassi a frugare le sue carte chissà cosa scoprirei, di quali destini condividerei le favolose possibilità, così come un lettore, sprofondato nelle Mille e una notte, vuole sempre cambiare i nodi del tappeto fantastico dove proliferano le storie di Shéhérazade. Petrov conferma una mia vecchia convinzione: non esiste, nella letteratura universale, un autore definibile, padrone unico dei suoi testi, ma uno scriba anonimo a cui diverse leggende hanno prestato nel corso dei secoli diversi nomi – quello stesso scriba che i popoli aztechi mutilavano della mano per impedire che scrivesse la storia del suo popolo e magicamente gli impedisse di morire. Gli scrittori che Petrov ha trovato e citato o reinventato, diversissimi per carattere e per genere artistico, hanno singolari analogie nella loro «scrittura intima». Il brano firmato Oleša lo dimostra. Ovviamente, l’ho mai scritto io: è un’invenzione di Petrov. Ma mette l’accento sul mio problema. Io, scrittore acclamato in tutta la Russia come autore di Invidia, voglio sottrarmi al mio destino. È assolutamente e psicologicamente vero, dentro di me, anche se non l’avevo mai confessato così chiaramente. Petrov ha scritto qualcosa di cui ammetterei volentieri la paternità.

Credo, in sostanza, che la forza monumentale dei capolavori annunciati ci distragga dalla verità eccezionale delle opere scritte con la mano sinistra. Ognuno di noi potrebbe avere scritto gli appunti e le lettere citate da Petrov ed essere stato ora Cechov e ora Babel, ora Garšin e ora Eišenstein. Questi scrittori appartengono tutti allo stessa specie, perché sono colti in un momento estremo o intimo della loro arte. Sono un unico autore – ma dalle molti mani e dai diversi destini. La somiglianza più precisa e più impressionante che mi viene in mente è quella con un organo nelle cui canne soffiano molte voci. La lettura di queste pagine ci suggerisce che esiste una misteriosa uguaglianza di stile che i secoli non riescono a cancellare: nei diari e nelle lettere degli artisti abita quella misteriosa e comune affabilità che, nelle loro opere maggiori, quegli stessi artisti non possiedono o rifiutano di mostrare. Henry James disse, poco prima di morire: «Ecco qui, questa cosa distinta». Probabilmente alludeva alla morte: per lui e per molti scrittori, ne sono certo, la capacità di distinguere appare solo nella lucidità della morte e diventa, per citare un racconto celeberrimo dello stesso James, la loro specifica Cifra del tappeto. Finché siamo vivi un filo rosso ci accomuna, non ci consente di distinguere tra il ricordo di Dostoevskij o l’aforisma di Cechov. È tutto un cielo fitto di stelle, e ogni stella brilla del suo particolare chiarore, vicinissimo al chiarore dell’altra. Quale filologo potrebbe distinguere una dall’altra, senza spazientire il poeta? Questo cielo fitto e luminoso non è forse il Fiore rosso di cui ci parlava Garšin in un celebre racconto – il desiderio inspiegabile di un folle per un fiore rosso, un desiderio così intenso da privarlo della ragione ma non della voce? Immagino, talvolta, un cielo non fitto di stelle ma di voci, e la mia attenzione si sposta rapidamente, di voce in voce, senza potere, senza sapere fermarsi. Ogni opera intona sempre lo stesso tema, ma ogni volta lo esegue con timbri diversi. Ricordo ancora l’esecuzione alla radio del Bolero di Ravel, sotto la bacchetta di Guido Cantelli: l’esecuzione era strepitosa perché trascurava il tema per mettere in risalto la nitidezza della percussione. Il notissimo refrain raveliano ne usciva fuori come il rombo selvaggio di mille tamburi africani.

Io penso che la stessa percussiva e sotterranea violenza occupi i taccuini passati e futuri degli artisti che avremo in sorte di conoscere, vivi o morti, e questa uguaglianza, più che turbarmi, mi rallegra; mi convince che, in un modo o nell’altro, potremmo sempre pensare, benché lontani nello spazio e nel tempo, lo stesso sogno, e questo sogno non smetterà di ricreare il mondo. Obietterete – ma se tutti questi racconti fossero solo una capricciosa invenzione di Petrov, un divertissement senz’altro scopo che quello di menarci per il naso, un banale apocrifo, una futile parodia? Vi direi: è la stessa cosa. Non avete forse immaginato, leggendo queste pagine, che Cechov fosse Cechov e Garšin Garšin? Anche se qualcuno vi avesse ingannato, ciò che conta non è forse la sensazione che abbiamo vissuto la sua stessa intensità, l’emozione eccezionale di trovarsi sempre, in qualsiasi momento dell’atto artistico, nella piacevolissima posizione del funambolo che può volare di sotto, attratto da una musica antica, come volare di sopra, stregato da una musica nuova?

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Discorso contro la morte, I libri dell’Arca, Joker, 2008.

Jurij Oleša

Kostantin Stanislavskij

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