NATA COI TACCHI. Zucchetti, Comoglio

Nota di lettura di Silvia Comoglio

“Ogni poeta migliora la lingua e il linguaggio di cui si avvale e si serve, e siccome lavora per una dimensione che non è prassica ma che va oltre il tempo e lo spazio, migliora anche il modo etico, accelera il procedimento di affinamento dell’uomo e dell’umanità […] La Zucchetti è dentro questa situazione”. Così scrive Ettore Bonessio di Terzet nella prefazione a Nata coi tacchi, la raccolta con cui Angela Maria Zucchetti esordisce nel 1997.

Modo etico e affinamento dell’uomo e dell’umanità. Ecco, qui è il fulcro e l’essenza di Nata coi tacchi. Non il tempo non lo spazio si specchia o viene riflesso in/da Nata coi tacchi ma ciò che accende, accende realmente, il respiro profondo della parola, quel respiro che è e si fa vita. E ad accenderlo non è nient’altro che l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti. Per questo tempo e spazio si contraggono fino ad annullarsi, perché quando è la propria intima sostanza a dirsi ogni traccia di ciò che è tempo e spazio viene cancellata. Sono altre le orme che con la propria intima sostanza si imprimono. Altri i nessi verbali e altri i pensare interroganti.

“C’è una luna doppia / nei vetri./ Due lune da guardare,/ due lune da sognare,/ da seguire, da avere paura./ Due lune fredde che portano il gelo/ e due lune che scaldano il cuore./ A quale credere e quale cercare?” È col vetro, dunque, e non con il tempo o con lo spazio che si misura l’intima sostanza. Il limite, meglio, ciò che scavalca il limite mostrandoci una doppia luna è il vetro. E questa doppia luna che cos’è? Due lune soltanto? O non forse cuore e ragione fisicamente appaiati in una sorta di potenziale miracolo? È assurdo o stupefacente pensare alle due lune in questi termini? No, quando è l’intima sostanza a volersi dire compiutamente, cercando sempre di oltrepassarsi (scavalcare il limite, appunto): “Quale luna ti porterà i tuoi sogni/ e quale le angosce se due/ lune si specchiano nel vetro?/ Ed a quale credere, quale sarà la reale/ e quella immaginaria della/ rifrazione e dello scherno dei/ tuoi occhi?/ Quale realtà nella fantasia/ se crea due lune uguali e/ speculari!”.

Cuore e ragione. E il filo, poi, si tende ancora. E si svasa e travasa in reale e immaginario. E in quale logica/rapporto potrebbero essere queste due categorie? Ma esiste una logica? La ammette l’intima sostanza? O la nega? Quel che è certo è che l’intima sostanza si amplia e che di questo ampliarsi, e poi ampliarsi e ampliarsi ancora, non può fare a meno. Ossia, non può fare a meno di un procedere che “migliora il modo etico” e che affinandosi affina anche tutto ciò che è umano.

Un affinarsi che, in quanto tale, non tralascia o esclude nulla perché tutto assorbe e da tutto si fa assorbire. Ed è in questa prospettiva che sentimenti animali e cose assurgono a coscienza e aprono una falda di vita in cui tutto per l’intima sostanza di Angela Maria Zucchetti è contemporaneamente presente. In cui tutto è quindi, contemporaneamente, presenza. Luna, assoluto, fiaba, pazzia. E poi “i vuoti di memorie/ pieni di vita”. E ancora il respiro che si riempie di parole per versi altissimi come questi pensati per la propria madre: “Guardavo stasera i fiori che/ hanno piantato nei tuoi assurdi giardini/ e pensavo a quando non potrai/ più far piantare fiori/ o costruire giardini./ ………………./ e in tutto ciò ho amato quei fiori / e in tutto ciò ho adorato/ quei giardini perché il tempo/ non possa appassirne neppure un petalo.”

Tutto, si è detto, è, contemporaneamente, presente e presenza. Luna, gocce di ironia, piante grasse. L’amato cagnolino Pighy dal pelo nero. Tutto perché, come sottolinea sempre Ettore Bonessio di Terzet, la poesia di Angela Maria Zucchetti “è poesia che nata in una stagione ha saputo appropriarsi delle stagioni e di questa sintesi ha saputo avvalersi per entrare nel sapere, conosciute le cose, per poter aprirsi, e questi testi si aprono, alla luminosità del capire.

Afferrerò la sua luce

tra i tuoi capelli

perché vi resti impigliata

negli anni.”

**

Il libro di Angela Maria Zucchetti è preceduto da una prefazione di Ettore Bonessio di Terzet, che qui ricordiamo:

Il 12 agosto 2015, nella sua casa di Bosco Marengo, muore nel sonno accanto alla moglie, la pittrice Loredana Cerveglieri, Ettore Bonessio di Terzet.. Era nato a Genova nel 1944. Per quasi quarant’anni docente di Estetica all’Università di Genova presso la Facoltà di Scienze della Formazione prima e di Scienze Sociali poi, Bonessio di Terzet mostra un attivo interesse per le ricerche di nuovi linguaggi espressivi, letterari e artistici, sino a delineare un suo personale concetto da lui definito arte/poesia. Nei numerosi scritti teorico-critici, su base ampiamente filosofica, il docente e poetartista genovese elabora un pensiero estetico controcorrente rispetto ai canoni comuni. Nel 1981 fonda una piccola rivista a diffusione limitata, Il Cobold (titolo che richiama il dispettoso folletto dell’antico folklore tedesco, presente anche in alcune fiabe dei fratelli Grimm), un “trimestrale di spazi creativi”, nella quale per oltre trent’anni ospita sperimentalismi poetici e artistici in ogni direzione, scrittura, arti visive e plastiche, fotografia, teatro, cinema, architettura, videoarte. Tra i suoi libri di poesia: Grande frammento, La bagnante dorata e altri aforismi. Tra i libri saggistici: L’utilità dell’artepoesia, I pesci gialli, Occasioni di mito, Configurazioni, Del frammento organico.

Silvia Comoglio

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