ECLISSE

Carteggio fra Thomas Gray e Thomas Warthon intorno a Christopher Smart (1758).

1.

Caro Thomas,

pochi anni fa ti scrivevo che Christopher Smart era inevitabil­mente abimé. I suoi debiti crescevano di giorno in giorno e lui, nonché preoccuparsi, si ubriacava e scriveva ridicole commedie di cui interpretava tutte le parti, come uno stolto buffone. Le sue capacità di menzogna erano arrivate al culmine. «Doveva finir male, – scrivevo – in prigione o in manicomio, senza rimedio, quasi senza pietà». Mi spiace che la mia profezia si sia realiz­zata con tanta precisione. Vorrei che Smart rinsavisse, ma cosa posso aspettarmi da un uomo travolto dalla manìa religiosa, che costringe i suoi simili – in chiesa, in strada, in casa, ovunque – a inginocchiarsi per pregare Dio?

Casualmente, due giorni fa, ho letto dei frammenti da un suo blasfemo inno liturgico, Jubilate Agno: Smart, chiuso in una cella di manicomio, il gatto Jeoffry sulle ginocchia, riempie grandi fogli di una scrittura fittissima e senza cancellature, gli occhi miti socchiusi sul movimento ininterrotto della mano destra. Solo per dirti fino a che punto arriva la penosa follia del nostro amico, ecco alcuni versetti dal Jubilate:

Morgan, la casa di Morgan giubili con il Prasiolapio di color verde Porro.

Powell, la casa di Powell giubili con la Sinochite, una pietra preziosa alla quale gli antichi stregoni hanno fatto torto.

Close, la casa di Close giubili con il Calcofono, una gemma che risuona come l’ottone.

Johnson, la casa di Johnson giubili con l’Onfalocarpo, una specie di lappola.

Non che queste ridicole invocazioni mi turbino: mi turba che vogliano essere opera, che Smart pretenda di scrivere un vero libro di profezie. Immerso nella malinconia e nella solitudine, può cantare elegie ai morti o inni al silenzio. Ma può, se è un vero poeta, trastullarsi con formulette cabalistiche, sterili erbari, fredde nomenclature? Non trovi questa abitudine insolente e blasfema? Che un uomo come Smart, «la mente aperta al potere supremo della notte», cada in simili tranelli esoterici, è triste e irritante.

La follia ottenebra, amico, non rivela. Speriamo che, un giorno, Cristopher guarisca.

Tuo Thomas Gray

Cristopher Smart

2.

Caro Thomas,

le tue certezze riguardo al nostro comune amico hanno l’autorevo­lezza della logica. Ma posso citarti alcune parole che ho sentito dalla voce stessa di Smart, mite recluso di casa Potter?

«Ci sono momenti in cui so che non dovrei essere qui, dentro questa pelle, ma, come sapete, non riesco ad essere altrove. Non ce la faccio. Si può dire che la mia estasi si consuma in una fogna, e quando finalmente ne libero schegge e scintille, quando mi tiro fuori dalla palude, eccovi là, pronti a giudicare il povero Christopher, il folle di Davide – a mettergli un arnese nel palato, a schiacciargli il pollice destro, a infilzargli le dita in un piffero di ferro.Nessun occhio mi ha mai guardato veramente. Forse hanno intuito la mia esistenza embrioni di sguardi chiusi negli occhi di folli e straccioni che non saranno mai cortigiani o guardiani o prela­ti. Si potrebbe dire che sono diventato mistico – e ho conosciuto gli orrori del manicomio – solo per orrore del modo con cui voi – cortigiani, guardiani, prelati – avete formato e definito, nell’apparenza, la sostanza di questo mondo. Ma esso non è solido come i vostri occhi e le vostre mani, rimirando proprietà e contando monete, si illudono che sia, e rimane un fantasma, nonostante i dolori della tortura e l’isolamento delle prigioni. Ascoltatemi. Ascoltate Christopher Smart, non poeta di versi ma vento di fiumi, corrente, riflesso, scintilla…».

Sono le parole di un uomo abimé, mio caro Thomas? Lascio a te il giudizio, perché sei un uomo onesto. Certo, Christopher è matto, e gioca con i numeri, i colori, gli animali, i miti della crea­zione, ma siamo sicuri di avere ragione noi, i sani? Quando Smart parla dell’eclisse e dell’ombra, dell’oriente e del gelo, della pazienza e del fuoco, quando ci annuncia che vuole coniare la sua impronta sulle parole, quando ci assicura che i nomi dei giorni sono stupidi e abominevoli, quando ci suggerisce che la materia in putrefazione trasformerà i viventi in combinazioni di altre creazioni, quando afferma che l’uomo è nato per soffrire come le faville del fuoco, quando ordina al silenzio di parlare migliaia di voci, tu – elegiaco poeta di rovine, malinconico passante di cimiteri, tradizionale cantore di morti – oseresti contraddirlo?

Visto che mi citi alcuni brani dal Jubilate agno, te ne citerò altri tratti dallo stesso poema:

Poiché la lettera El, che da sola significa Dio, è nelle nerva­ture di qualche foglia in ogni Albero.

Poiché El è la trama del cuore umano ed é sulla grana della pelle.

Poiché El è nella venatura di tutte le pietre sia quelle preziose sia quelle comuni.

Poiché El è su ogni pelo sia d’uomo sia d’animale.

Poiché El è nella grana del legno.

Poiché El è nel minerale grezzo di tutti i metalli.

Poiché El è sulle scaglie di tutti i pesci.

Poiché El è sui petali di tutti i fiori.

Poiché El è su tutte le conchiglie.

Poiché El è nelle particelle costitutive dell’aria.

Poiché El è sul grumo di terra.

Gli artisti, a volte, non sanno trattene­re le visioni – il plenilunio nel prato, la flotta nell’uragano, il fagiano nella luce boreale – e le rivelano da ossessi, bestemmiando, delirando, facendo scandalo. Non sono capaci di tenere dentro di sé le forme dell’estasi e le svendono all’ottuso sguardo degli inquisitori, sovrani di palinsesti e di codici, padroni di anime incapaci di creare salmi e poesie. Cosi svegliano i loro strumenti di tortura: la culla di Giuda, la sedia di ferro, lo schiacciate­ste, e chissà cos’altro ancora.

Smart si è macchiato di un orribile peccato: l’insufficienza della carne. Il suo corpo è stato così debole, così balbettante, che è traboccato dai confini. Non ha avuto muri abbastanza saldi: non gli sono stati concessi da Dio. Un corpo più grande, più forte, più chiaro, capace di ospitare tutte le visioni: ecco il mio augurio per Cristopher e per la sua opera travolgente e paradossale. Credo solo che l’internamento in manicomio, così come lo ha isolato dal prima, dalla sua carriera di poeta di successo, lo isolerà dal dopo – se ci sarà il dopo di una diffi­cile guarigione. Chi potrà comunicare con Smart dopo che la follia lo ha marchiato senza rimedio e senza pietà, se amici e poeti come te, Gray, osano discutere con tanta superficiale insolenza del suo sventurato destino?

Forse, per il suo bene, sarebbe necessario solo il silenzio.

Tuo Thomas Warthon

*Eclisse è tratto da Discorso contro la morte, I Libri dell’Arca, Joker, 2008.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...