CARI MORTI CHE CI SIETE. Gabriela Fantato

Marc Chagall

Maternale                

a mia madre

I.

C’è un’ostinazione negli uccelli che migrano

vanno lontano, vanno a tentare il mare.

Volano, sino a morire o quasi.  

E’ la tua stessa tristezza, nella domenica ottusa di vapori.

Ami la tua immobilità, ti consegni al bianco 

come un amante si dà – tutta nel sorriso.

II.

Era tuo l’annuncio, da sempre, 

quel tuo addio,

promesso dentro la casa,

un presagio ripetuto ogni inverno, ogni estate

L’ostinazione ha la forza del naufragio

una radice si ficca dentro e cresce 

foglia, si fa albero.

III.

Resisti seduta, immobile sguardo

in un tempo fuggito, dentro la tua carne,

in quelle gambe che non ti ubbidiscono più, 

dentro gli occhi di chi ti vede

e finge che sei qui, che sei, ancora…

IV.

Resta il tuo lodevole nel quaderno,

poca cosa a dirla così.

Poca cosa e tu la ripeti

ogni volta che cade il cielo, ogni ora che inizia

il giorno e non sai dove finisce.

Marc Chagall

La casa vuota

Dove cresce l’erba mala 

i dubbi fanno le radici,

le paure crescono mute

come una madre.

La casa è ferma adesso, 

la stanza che la teneva  

e la cullava di angoli e promesse 

– vuota, ancora solo

le porte a difesa.

Il silenzio è unghie,

un alfabeto di fatica

e solo le fiabe per la notte.

La memoria sale svelta, sale lassù

sino al soffitto.

Sale, corre veloce e inventa

un altro suono alle parole,

la legge muta

per costruire le stanze,

scovare ancora i campi da seminare

e il suo giardino di fate, là fuori.

Marc Chagall


Lineare

Disegnare un cerchio

senza il diametro esatto,

senza lo spazio da occupare

–  sarebbe possibile, 

trovare le parole

per chi non c’è più e inventare

intera la vita.

Fare arcate e ponti, una città

senza strettoie e crepe

dentro le ombre

sarebbe possibile, 

alzare case con le finestre grandi

e porte in verticale

a disegnare

un perimetro magnifico.

Invece noi seguiamo

la punta dell’indice,

una direzione assegnata,

proseguiamo in avanti,

nonostante il limite                   

e tutto il resto.

Marc Chagall

In fondo al mondo


Tutto è slittato via,

proprio come finisce una vita,

tra vestiti smessi,

carte di cioccolatini e

quel bigliettino appeso al frigo,

la tua faccia sgranata

in una foto del ‘56.

Il vaso rotto nel bordo,

salvato senza un motivo,

la tua sedia con quei ferri da lavoro

e le tue monete antiche. 

Un piccolo bottino per il dopo.

Tutto è qui, non domande

e neppure una risposta.

Lo so, tutto riposa, prima o poi,

tutto s’incastra laggiù, 

proprio in fondo al mondo

dove ancora io non lo vedo.

Marc Chagall

Memento

Quando tutto sgretola, slitta via 

il perimetro e ogni geometria, 

la vita oscilla avanti e indietro,

                                          senza sosta.

Resta la voce che ci fa

timidi e terribili,

una forma antica che ci tiene

con i piedi infilati nella storia

e ci fa eroi 

dentro la pietà che ci rimane.

Dentro il bianco, i nomi.


Geometria elementare


Torna la salvezza non saputa, 

una geometria di angoli,

un conto esatto.

Tornano i gesti e si fa enorme 

il tempo imparato 

                             nella fuga.

Tornano le sere

nella precisione minerale

nel sempre di un nome assegnato 

e le mattine a capofitto.

Torna il sorriso,

annunciato dentro una fiaba.

Cari morti che ci siete


Sono qui e cerco di parlare

coi miei morti, quelli che facevano

della vacanza al mare una festa, 

come fosse andare in capo all’Everest,  

ma resto ferma tra le linee del quadro

che conservo ancora.

Tengo stretta la loro voce dentro la testa,

un catalogo di echi che si gonfia la sera

e sparisce ad occhi aperti.

Sembra una scena assurda, eppure 

ci tento e ci riesco, sempre meno, 

sempre meno.

Il mondo sta morendo intanto,

non vedo le api, neppure

i sorrisi di un tempo, 

sembrano tutti vivi, forse sono 

già in un aldilà che non saprei.

Invece ho fame, mi vesto, 

guardo la TV, tutte cose da vivi 

e ci sto bene, ma il tempo

non lascia tregua,

si incunea tra i capelli, li fa sottili,

sembrano in volo

e invece invecchio, come era ieri

per loro, i miei cari morti che adesso

mi guardano dai bordi

e la foto gliela faccio io adesso, 

nel mio personale archivio, 

senza un ordine, senza pretese, 

ma anche stasera

ci proverò.

L’assenza 

È sempre l’assenza che ci parla, 

un incontro di ombre,

echi dei sospiri avuti o sognati.

Come un cieco vado a tentoni,

cerco il confine tra qui

e cento anni fa, 

mi parlano i muri delle voci

perdute, i passi andati lontano,

oltre l’esercizio del camminare.

Su, in alto, alla cima del monte

intravedo ciò che era e resta

dentro le spalle, un carico 

di frammenti a comporre

la gioia e sentirla ancora

solo nel profumo.

Il gallo canta ora l’ultimo spiraglio

prima del giorno, prima del taglio, 

esatta la piega tra le palpebre 

e il mondo, fuori.

Marc Chagall

 Un sogno strano

 Impressionante credere ancora

alle parole e vedere

le finestre che si aprono,

i ponti saltati alle spalle

mentre si teme il gancio che lega

suoni e disegni lontani,

dentro un luogo abitato da figure

sottili, a volte, o grandi angoli

saliti sin lassù.

Nella città scatterà

la punizione, 

qualcuno saprà di sicuro

il canto silenzioso della pagina,

qualcuno non potrà dimenticare

lei che voleva sposare

l’infinito al muro di casa.

Mentre mi sveglio

scopro che ho verniciato

tutti i muri d’inchiostro,

file di parole prima che gli echi

mi morissero in gola.

Gabriela Fantato

Nella povertà

È perduto il perimetro del mondo, 

angoli senza un conto possibile 

il cuore è pietra fredda,

un diamante che brucia se stesso.

È caduta la casa, i muri sgretolati,

spezzate le radici

e il tetto, dove ti nascondevi

anni a sognare, dove

hai acceso il fuoco per la notte a venire. 

Vaghiamo nudi sulla strada, senza 

carte di viaggio, senza una lingua

– dove vado?

Resta solo il silenzio che scricchiola

sotto i piedi e il vuoto nelle ossa.

Avere sete, senza la bocca per bere, 

una fame di parole come ponti,

per alzare mondi e non sapere

dove mettere fondamenta e muri.

Nella povertà custodisco

la gioia dei sopravvissuti,

la gentilezza degli esiliati,

quelli che seminano 

grano per il dopo.

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Un pensiero riguardo “CARI MORTI CHE CI SIETE. Gabriela Fantato

  1. bravissima Gabri che piacere leggerti o rileggerti. Sei tornata, sei quella che sei sempre stata! Ne sono felice, ciao, un grande abbraccio lucetta

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