LA VITA NEI DETTAGLI. Antonella Anedda

La vita nei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli, 2009)


William Turner
Théodore Géricault
Andrea Mantegna

Vincent Van Gogh
Nicolas de Staël

Mark Rothko

«Figlio di un barbiere, nipote di un macellaio, beniamino del pubblico, artista rispettato. Le sue nuvole sono schiuma, i suoi cieli specchi confusi dal vapore, il suo mare monta le onde con il sangue che goccia. La sua neve strappa i cespugli. Dipinse bufere, valanghe, vento, incendi, vele nere come quella di Tristano. Acqua e cieli senza conforto, nonostante la fama e la ricchezza, sotto il ricordo della madre morta pazza. Guarda questo naufragio con le parole che nel 1875 avrebbe scritto Hopkins: “Spazza dentro le nevi oltre il porto / mare scaglie-di-silice, dorso nero”».

Così Antonella Anedda, in La vita nei dettagli, descrive il più grande pittore di tutti i tempi, Joseph Turner. E lo descrive anche citando Gerard Manley Hopkins, il meno ricordato dei grandi poeti inglesi del XIX secolo: quel “mare-scaglie-di-silice” sembra veramente la sostanza oscura che innerva da sempre la poesia.

Il libro è diviso in cinque sezioni: Ritagliare, Un museo interiore, Ritratti, Camminare, Collezionare perdite, ed è un libro eccezionale, una collezione di perdite e di riscoperte da parte di una cacciatrice di immagini. Nella risposta a un’intervista del 2006, quando forse La vita nei dettagli era ancora in nuce, Anedda dice: «La frase “adorare le immagini” era ironica, ma la mia decisione di studiare storia dell’arte è scatta da questa adorazione. Nelle chiese, nei musei, contemplare in silenzio dalla sponda del mondo un mondo raccontato da uno sguardo diverso dal mio. Non è la difesa dell’arte figurativa, ma di quella materia che in modo per me commovente crea mondo. La poesia in sé nasce anche da quei silenzi, credo che sia stata nutrita dalle tante ore passate in solitudine nei musei».

Un esercizio di “de-creazione”, il libro, dove l’autrice guarda con occhi diversi qualcosa che è sempre stato visto in modo convenzionale. La “de-creazione” dei dettagli (spesso rivisti come realtà altre), la sapienza delle cuciture, dei tagli e ritagli dell’immagine, è la modalità strutturale con cui Anedda, bambina stupita e che sempre cerca fonti di stupore, ricompone e scompone quadri e figure per reimmaginare mondi e offrirci un modo eretico-poetico di ri-pensare l’arte. Ritratti tragici come quelli De Staël e Rothko ci appaiono come figure cristiche di artisti. Ma in altri punti trapela la stessa “aria dell’inatteso” (Mandel’stam). Il libro tradisce i canoni previsti e prevedibili.

Il poeta, ai confini dell’arte visiva, ne viene rapito e segue come la traiettoria di un lutto trasformato in creazione, che de-compone e ri-compone l’immagine, facendosi traversare dalle analogie come da lampi notturni.

La poesia, simile alla pittura per i segni e alla musica per i suoni, partecipa ad entrambe le arti. Secondo la definizione di Hegel, è un “suono pieno di discorso”. Secondo i poeti, è come un gioco, una trottola. Quando è bloccata nel senso comune, smette di girare, ritorna un pezzo di plastica o di legno: quando riprende a vorticare, inafferrabile, guardata dagli occhi sorpresi dei bambini, riacquista il suo senso primitivo, sorgivo: la sua natura di danza. Ciò che si annuncia può esprimersi con frammenti che non dicono mai tutto e che ritagliano, reinventano. L’annuncio si perde nel messaggio, la voce nelle parole. Ma tutti i dettagli conquistano loro voce, che è voce nuova, immaginosa, stupefatta.

La vita nei dettagli, mentre ci induce a perdere un ordine razionale del discorso, ce lo restituisce in modo magistrale nella costante scomposizione poetica dei dettagli dove, quasi sempre, mentre si parla di pittura, la voce di un poeta affiora come obliquo controcanto (uno degli esempi è René Char, poeta di e per pittori, autore di Alliés susbtantiels, citato da Anedda mentre parla di Arles e Van Gogh).

La vita nei dettagli inaugura un genere nuovo: come afferma la stessa autrice «non è prosa poetica ma pensiero che sa cogliere l’intuizione», è un libro dove si generano sensi multipli, sempre nuove aperture (direbbe Adrienne Rich «Mappe stellari si srotolano scricchiolando»). E la pagina finale, esemplare, sulla “perdita”, è la riflessione da cui si genera, à rebours, tutto il libro.

«Perdere: smettere di possedere, dare oltrepassando, dal lat. dare per, donare attraverso, scavalcare se stessi smarrendo, smarrendosi, perdere oggetti e beni perdere quanto è caro. Difficoltà del perdere…Perdita: nel paesaggio, paradossalmente, grande spazio “a perdita d’occhio”. Ma perdi-tempo, flâneur (Baudelaire, Benjamin). Scorrere, non trattenere. Perdere, de-possedere, decrearsi…Perdere i confini di sé…Ognuna di queste possibilità mi appartiene. Credo di avere imparato quest’arte abbastanza ma mai fino in fondo. Qual è l’opposto di perdere: accumulare quanto di inutile si addensa sulle nostre vite. La p di perdita nell’alfabeto di Rabbi Zakiva è l’iniziale di “Pe”. Bocca. Cosa può perdere la bocca? La parola. Per chi scrive è un bene. Unisco perdere e perdono, perdere la memoria, parificare quanto si era addensato. Si piange una perdita, le lacrime colano via dal corpo. Si perde sangue? Perdere? È una porta sul vuoto».

La voce del poeta è qui precisa come uno stacco musicale che resta impresso nella memoria. «Una trafittura e la voce interiore ha detto – è il momento / di ricominciare da ciò che resta e non ha colore / dipingere il silenzio» (Leonardo Rosa).

Anedda ci spiega, con la sua grazia esemplare, la logica del libro: «Cosa ci colpisce in un dettaglio? cosa ci commuove? L’oscurità da cui il nostro sguardo lo salva? La sua potenziale trasformazione in un altro sguardo, in un’altra vita? E cosa diventa il dettaglio in chi scrive poesia, in cosa si traduce? Io credo in uno spazio nuovo, in una terra ulteriore, avvistata da uno sguardo sgombro da qualsiasi abitudine». Il dettaglio è la “possibilità” della trasformazione, il divino immanente che sa concentrarsi nei limiti della cosa.*

Antonella Anedda

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Fuochi complici, Il Leggio, 2019.

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