SCOLPIRE IL TEMPO. Blum, Comoglio

Jacqueline Schulhof Blum, Scolpire il tempo. Memorie di una vita, a cura di Annalisa Comes, Castelvecchi, Roma, 2022

Nota di lettura di Silvia Comoglio

La luminosità che si effonde da Jacqueline Schulhof Blum è di una speciale bellezza ed eleganza. La stessa bellezza ed eleganza che Jacqueline infonde nelle sue sculture. Figure in marmo di Carrara o in pietra di Borgogna che si incuneano nel tempo definendolo e orientandolo perché quelle figure sono la memoria, l’essenza di Jacqueline. E non è un caso che Jacqueline non si sia mai separata dalle sue sculture. Separarsene avrebbe creato una linea di frattura tra Jacqueline e la sua memoria e questo non è possibile, non è ammissibile, per chi come Jacqueline non può cessare di appartenere a se stessa e a chi ha amato e gli è stato sottratto dall’orrore della guerra e dei campi di concentramento.

Jacqueline vive ad Amiens e ha quattordici anni quando nel 1939 viene dichiarata la guerra e cominciano i bombardamenti tedeschi, diciassette quando nel 1942 arriva l ’obbligo per gli ebrei di portare la stella gialla con la scritta “juif”. Ed è sempre nel 1942 che Jacqueline con la nonna Louise e il fratellino Pierre viene internata prima a Poitiers e a Drancy e poi a Pithiviers. Sarà il padre di Jacqueline, Raymond, ad ottenerne la liberazione dopo mesi di trattative e l’esborso di molto denaro. Il 4 gennaio 1944 i tedeschi bussano alla porta della famiglia di Jacqueline. “I miei genitori capiscono subito. Mentre mio padre si avvia alla porta, mia madre sale veloce al primo piano, apre silenziosamente la finestra, mentre giù i colpi alla porta d’ingresso si fanno più forti, ʻandate!ʼ, ci spinge fuori e richiude la finestra. È ancora buio. Il freddo è glaciale. Nessuna parola, è troppo pericoloso. A tentoni passiamo per i tetti e raggiungiamo il muro che dovremo saltare. È alto più di tre metri. Sono riuscita a prendere un cappotto. Ginette e Pierre sono in pigiama”.

Jacqueline con Pierre e la sorella Ginette riescono a salvarsi, mentre il papà Raymond, la mamma Lucie, il fratellino Georges e la nonna Louise vengono arrestati e non faranno ritorno da Auschwitz. All’annuncio della vittoria nel 1945 è “la gioia folle per le strade. Le urla, i canti. La gente si abbraccia ridendo. Non noi. Noi non riusciamo a gioire, né a cantare, né a ridere. Il nostro dolore è immenso. È una pietra sul nostro cuore. Non ci consoleremo mai”.

Malgrado tutto la vita va avanti. Il lavoro, l’incontro con Pierre Cahen, il matrimonio nel 1948, la nascita dei figli. Ma c’è un’altra dura prova che attende Jacqueline. “Pierre muore di cancro il 25 maggio 1952. […] Non riesco neanche a piangere. A casa devo farmi forte, sorridere, giocare. Con i bambini partiamo una settimana per Berck Plage. Al ritorno la vita riprende. Mi dico che forse un giorno riuscirò ad essere felice”.

Essere felice. Voler essere felice. Un imperativo per Jacqueline. Un imperativo che diventa concretezza quando “arriva Francis, quasi un miracolo!”. Il matrimonio, la nascita di Jean-Gilles e di Frédéric. E “oggi sono nonna di nove nipoti e bisnonna di dodici bisnipoti…”. Un imperativo, si è detto, il voler essere felice, un imperativo che si realizza in almeno altri due incontri ancora, quello con la scultura e quello con Annalisa Comes.

Dopo essersi cimentata a lungo con il disegno prima a Roma e poi a New York, Jacqueline nel 1975, attratta e affascinata dalla pietra, comincia a lavorarla. Ed è modellando la pietra, creando e forgiando opere in marmo e gesso, che Jacqueline scolpisce il tempo, lo riempie di sé e della sua memoria. Lo ferma, il tempo. Gli si impone imprimendo alla pietra una forma che coincide con il pieno disvelamento del suo mondo interiore. Attraverso la pietra e le sue sculture Jacqueline salva e preserva se stessa e chiede a noi che guardiamo le sue opere di continuare a custodire la sua memoria, e lei, Jacqueline.

Scolpire non è quindi per Jacqueline un semplice fatto artistico ma piuttosto ciò che racchiude l’unicità e la singolarità della sua memoria e la pietra, a sua volta, non è semplice materia lavorata, ma un movimento, una trasposizione del pensiero e dell’essere di Jacqueline. Un donarsi, anche. Sculture, dunque, quelle di Jacqueline, come accadimento della e per la memoria. Un poter dire in cui si disloca e condensa come un raggio di luce la memoria di Jacqueline. Quella stessa memoria che a cominciare dal 2020 sarà accolta in forma di scrittura da Annalisa Comes.

Jacqueline e Annalisa. Si incontrano nel 2010, in Francia, al Centro culturale Le Colombier di Ville-d’Avray dove Annalisa insegnava Italiano. Un incontro che si trasforma presto in un forte legame affettivo. In un dialogo in cui Jacqueline affida ad Annalisa la sua memoria, anche quella parte di memoria che non ricorda, che non è in grado di ricostruire. E Annalisa accoglie la memoria e le sue mancanze. Con una cura profonda. E “allora – scrive Annalisa – anche i frammenti di una memoria dolorosa arrivano alla superficie con una naturalezza, una pacatezza e un’eleganza, aggiungerei, che non li snatura, ma li distilla, rendendoli puri, trasparenti e brillanti come diamanti. Ogni parola si può raccogliere nella mano come pietra preziosa, ogni parola si può accarezzare, di ogni parola si può ammirare la luce, anche al buio”.

Jacqueline Schulhof Blum, Scultura
Jacqueline Schulhof Blum, Scultura

Jacqueline Schulhof Blum al lavoro

Due donne, Jacqueline e Annalisa, di epoche diverse. Che dialogano insieme. Che ripercorrono le vicende familiari di Jacqueline. Che si interrogano insieme sul periodo più tragico e buio del Novecento. Un dialogo da cui nasce Scolpire il tempo, non un libro, ma il dispiegarsi di una memoria autentica e interrogante, una memoria che si oppone allo scorrere del tempo incidendolo nello stesso modo in cui con uno scalpello si incide e modella il marmo di Carrara. Un incidere che si fa ed è apertura universale perché questa incisione è un chiamare in causa chiunque guardi le sculture di Jacqueline o legga le parole preziose di Jacqueline diventate scrittura per mano di Annalisa. Un chiamare in causa che è e deve farsi sinonimo di accogliere e custodire. Esattamente come fa Jacqueline in una foto degli anni Trenta, ora sulla copertina di Scolpire il tempo, che la ritrae felice e emozionata mentre tiene un uccellino tra le mani.

Annalisa Comes

Silvia Comoglio

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