MAISON DE CELLE QUI PEINT. Lucetta Frisa

Maison de celle qui peint. Danielle Jacqui

di Lucetta Frisa

Danielle Jacqui è famosa come artista di Art Brut (detta anche “Art singulier” o “Outsider Art”) e non solo nel Sud della Francia. Basta guardare i suoi tanti siti web. Non lo sapevo finché un’amica mi ha suggerito di andare a visitare questa sua Maison a Pont-de-l’Etoile, a Rocquevaire, 30 km.da Marsiglia. Ecco il piccolo ponte romantico e al di là una facciata tutta colorata – non si vede altro – di una casa. Ma è una casa o una specie di pannello tessuto o quinta mozzafiato di un teatro infantile e fantastico? Lo stupore aumenta, man mano che ci avviciniamo. L’ubicazione è scomoda, davanti ci passa una strada che s’incrocia con quella del ponte e le macchine ci sfrecciano tra i piedi, per fortuna non molte. Comincio a fotografare in una sorta di raptus, non credo ai miei occhi. Confesso di non nutrire un trasporto particolare per l’Art brut (ma ringrazio mille volte Jean Dubuffet che se ne è occupato per il primo, artefice di quel Museo emozionante che si trova a Losanna) e neppure posso dire di conoscerne i diversi aspetti, ma quest’opera supera ogni immaginazione: i mosaici e le ceramiche che ricoprono letteralmente la casa sono sculture a sbalzo di una violenza cromatica tra sogno e incubo, senza interruzione, come fatti d’un solo fiato, ed è così anche per il basso muro che si trova poco lontano: un graffito come un continuum, impietoso per chi intende osservarne con un minimo d’attenzione i particolari. No, non esiste un frammento che non sia dipinto, non si può fare entrare nulla dall’esterno. Casa e muro sono tutti incastonati di specchi e specchietti, pietre scintillanti, conchiglie e bottoni, le loro figure fantastiche e grottesche sembrano carte da gioco, icone deformate tra il folle e il gioioso. Ad un tratto lei, Danielle, è lì. Scende giù dalla strada e si ferma davanti alla porta: un’anziana signora ancora bella e truccata che regge un sacco della spesa piena di verdure seguita da un uomo sudato con la lingua di fuori – cicisbeo, amante, uomo di fatica, accompagnatore – che ne regge due e sembrano pesantissime. “Madame Jacqui?”. “Oui, c’est moi”. E, gentilissima, sorridente, ci fa pure entrare, e lo stupore continua perché tutto, ma proprio tutto, compreso ogni elemento dell’arredamento come mobili, armadi e sedie, è ceramica e mosaico dipinto, vetro, intarsi di ogni genere, e tutto è stravolto, magnifico e orrendo allo stesso tempo. “Venez voir le jardin” – dice lei, invitante e tenera, e io mi trovo prima a salire una scala in ceramica blu che evoca un dipinto tridimensionale, poi affioro in un ambiente ristretto, senz’aria, dove al centro di quel delirio musivo domina un’uccelliera vuota. Mi chiedo dentro quale fiaba sono capitata. In quale stregata trappola. Si, la strega è lei, dolcissima, un attimo prima di avventarsi su Hänsel e Gretel… Penso che in Francia ci sono diversi esempi di questa art brut architettonica. Subito mi viene in mente Raymond Picassiette che a Chartres, dove abitava, in un lavoro incessante e ossessivo durato una trentina d’anni decora tutta la sua casa di cocci di ogni tipo: vetro e piatti (il nome Picassiette deriva da una fusione dei nomi Picasso e assiette che significa piatto) e vasellame vario. I cocci li andava a cercare dappertutto, specie nei bidoni dei rifiuti. Incastonati nei muri, ripetono anche il profilo della cattedrale reale. È l’unico, fra i tanti, di cui conoscevo l’esistenza, forse perché ho letto il bel libro di Edgardo Franzosini che ne racconta la storia.

Tornati a casa, la stessa amica che ci aveva spinto a visitare la Maison de celle qui peint ci impresta il volume, anche lui splendido e mostruoso (pesa 2 chili) intitolato Mondes Imaginaires. E da lì, limitandomi a cercare solo gli architetti-decoratori di case fantastiche, tralasciando gli altri – a cominciare dagli architetti di giardini, e circoscrivendo l’attenzione ai soli artisti francesi e italiani – ammiro, strabiliata, le immagini grandiose del libro monstrum. Dal ceramista Jean Linard, anche lui con la sua Cathédrale costruita accanto alla sua casa, alla Demeure aux figures di Roland Dutel, ex falegname maestro in assemblaggio di materiali di recupero, al più famoso Ben Vautier di Nizza, artista più concettuale che brut, che spesso è ospite di una galleria d’arte di Genova e invia mails interminabili in pseudorime alla Maison de la vaisselle cassée (Casa dei piatti rotti) di Robert Vasseur, fino al celebre postino Ferdinand Cheval che, due secoli fa, con il suo Palais Idéal, presso Lione, ricopre un’area vastissima con la visione di un’architettura monumentale ed esotizzante, evocativa dell’India e della Birmania, e anche della Sagrada Familia di Gaudì – tutta in pietra, conchiglie e fossili. I Surrealisti ne erano affascinati. (Altrettanto affascinati saranno stati, immagino, dal Bosco sacro di Bomarzo, una sorta di precursore, nel XVI secolo, dei giardini-iniziatici con statue fantastiche, fino quello di Villa Palagonia a Bagheria, presso Palermo).

Palais Ideal
Filippo di Bentivegna, Castello incantato

Ma tornando al postino Cheval, il suo Palais Idéal è talmente un’opera gigantesca che mi gira la testa e chiudo il libro non prima di aver dato almeno un’occhiata a due italiani, Giovanni Cammarata e la sua Casa del Cavaliere a Messina, e il Castello Incantato di Filippo Bentivegna di Sciacca, sorta di eremita, morto nel 1967, scultore di diverse centinaia di teste di pietra che rivestono i muretti della sua piccola proprietà e gli interni della sua grotta-abitazione. Pensando che sono anni che, con mio marito, mi riprometto di fare una visita al Parco dei Tarocchi di Nicki de Saint Phalle, vicino a Capalbio, nota per i suoi 22 enormi personaggi degli Arcani Maggiori.

Questa gente, che porta avanti la sua espressività “diversa” e irregolare, è folle solo a metà. Trovano nell’arte la terapia ai propri disturbi psichici, esternando il mondo interno come specchio di angosce e desideri, e proponendoli in una dimensione contraddittoriamente gioiosa, sublimata. Il loro gesto artistico è la copertura totale del mondo, con quella bellezza inventata che il grigio, drammatico quotidiano gli oppone sempre come realtà da cancellare: un gesto di assoluta onnipotenza. (Mentre, commerciando le loro opere, i mercanti d’arte fanno affari d’oro, “curando” così la loro patologica e altrettanto onnipotente avidità). Almeno queste solide case di calce non possono essere vendute, sono già o diventeranno “beni pubblici” appartenenti al territorio in cui sono ubicate.

Madame Jacqui, lei, non mi sembra per nulla matta. Solo un po’ allucinata, come più o meno tutti gli artisti. Ha iniziato la sua carriera come ricamatrice. Poi ha trasposto i suoi ricami in pittura e di lì nel cemento musivo e graffitato. È molto consapevole della sua arte e della sua fama. Infatti ci invita a visitare anche il suo atelier a Aubagne, ci parla del grandioso progetto di decorarne l’intera stazione ferroviaria e suggerisce di recarci a Nizza, dove espone in un museo della stessa città.

La immagino con lo scalpello in mano, mentre crea le sue figure, pronte a piombarci addosso come angeli arpionanti, quello scalpello che, chissà, per una bella donna mite quanto vuole farci credere di essere, potrebbe scivolarle dalle mani, in un attimo di distrazione, finendo sulla testa di qualche presunto nemico: poi, con soave disinvoltura, incastrarlo nel muro, farlo diventare una delle sue tante figure “altre”, nel suo inquietante paradiso di morti viventi.

(2012)

Danielle Jacqui

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