RIFLESSI DA UN LUOGO SOMMERSO. Per Enzo Fabbrucci

Riflessi da un luogo sommerso

di Marco Ercolani

Ho visto con certezza che esiste tutta una popolazione di figure precise che abitano i nostri sogni e che i visionari o gli affetti da ossessioni possono a volte penetrare (Enzo Fabbrucci)

Demone che dorme

Eleva architetture di sabbia nel deserto, ma ogni notte il vento annulla gli spazi che ha appena creato; e ogni notte lui grida, cercando di ricostruire la casa, la salvezza. Ma non c’è salvezza. Sedere su uno scoglio e gettare pietre contro la propria ombra: ecco l’arte. Rischiare la vita per crearne un’altra, che sarà sempre impossibile. Vivere da sonnambuli, mentre un filo d’acqua ci bagna i piedi, sul terreno sassoso.

Quello che ha visto

Seguire strade trasversali, immerse nel buio, con la precisa sensazione di ricordare il volto anonimo e terribile elaborato in migliaia di incubi, e di non poterlo mai ricordare esattamente. Camminare sempre. Tornare. Chi torna è un resuscitato. Non è simile agli altri. E’ come se vivesse appartato, dentro la sua metafora, e non comprendesse come gli individui che lo circondano possano essere così sazi e tranquilli, così ben chiusi nei recinti del loro regno, quando tutto il mondo reale è una trama brulicante di apparizioni, di immagini, di fantasmi. Per vivere da individui normali è necessario essere ciechi e sordi alla percezione vera, che varca le soglie.

Uccello profeta

Chi non balza al momento giusto fuori dal nido, ci resta dentro, a riflettere sul balzo non compiuto, a contemplare l’oggetto perduto – se stesso librato in volo. Chi non balza al momento giusto, si trova compagno di molte anime non nate. Riflette con i morti. Ma è anche colui che reca ai vivi, così lontani da lui, la sostanza della loro stessa vita. Nascono, nelle crepe del marciapiede, nelle fessure del soffitto, nelle anse del fiume, teste rosse e bianche di uccelli-profeta, di misteriose e ammalianti sirene.

Uccello pesantissimo

Non deve dipingere soltanto ciò che vede davanti, ma anche ciò che vede dentro di sé. Ma se in sé non vede nulla, smetta pure di dipingere quanto vede. Non servirebbe a nulla. L’illusione dell’immagine può distrarre ma lo sguardo reale porta al tessuto, alla trama, alla sostanza vivente. Se il pittore scompone la corteccia di un albero ottiene linfa e non allegorie. Se dipinge il volto denuda le arterie della pelle. Se guarda la terra ne vede le combu­stioni profonde, i vapori sotterranei. Ogni superficie rimanda a una profondità che è impossibile percepire. E l’uccello, immobile e pesantissimo, fermo sul ramo di fronte a lui, sa tutto questo. Non si concede il volo. Con lui condivide la necessità di uno sguardo ostinato, fisso, senza palpebre.

Servo sciocco

All’inizio voleva dipingere paesaggi o schiene. Aveva sempre raffigurato gli altri sbozzandone le spalle e la nuca, salvaguardando il segreto del volto. Vedere una faccia – così pensava – era uccidere chi la possiede. Poi tutto cambiò. Capì, col passare dei giorni, che le schiene erano troppo opache, troppo cupe. Non gli servivano. Cominciò a provare un desiderio, sempre più irresistibile: essere guardato dagli esseri che dipingeva. E così nacquero le facce. Nacquero gli storpi, i matti, gli ubriachi – e cominciò a sentirsi fissato da figure che non avevano la fissità solenne dell’opera finita ma la mobilità sfuggente e stolida degli esseri vivi.

La Seppia

Il sogno dell’Animale Sommerso lui lo conosce bene: è una montagna luminosa, circondata di nuvole. Come vorrebbe realizzare il sogno del Grande Animale! Dipingere la montagna bianca nella tela bianca. Ora s accinge a farlo. Sente un vuoto sotto le costole, all’altezza del cuore – è una sensazione penosa ma forte, che garantisce forza al quadro. Aspetta. Non disegna quando vorrebbe, ma quando una voce glielo impone. Allora è l’inizio, a costo di non essere più in sé, preso da passione estrema. L’inizio del bellissimo sogno: la montagna bianca nel bianco. L’unica immagine notturna che aveva sempre sognato è una distesa piatta, un orizzonte grigio, una linea scura. Poteva essere la linea che delimita un oceano come un deserto. O la bava lasciata dall’animale. I sogni non hanno mai forme precise. Anche la visione non ha affatto bisogno di chi la continua a vedere.

Sorelle d’alga

Cos’è il bosco, per chi non ne sente gli odori? Il cielo, se non ne ascolti il vento? Gli incubi tormentosi, i capricci della mente, le immagini del delirio? Dove sono le nuvole? Da quale forma sommersa nasce il mondo reale? Sono foreste, arcipelaghi, cattedrali, ghiacciai, il gioco della matita sul foglio. E nuvole, che svelano trame, forme, racconti. Il visibi­le di cui è costretto a servirsi perché il mondo lo capisca, è una schiavitù desolante. Vorrebbe non usarlo più. Vorrebbe essere solo musica. Gli piacciono i ritmi, i rumori. E quando dipinge e pensa al regno delimitato dai suoi occhi, si trova a collocare strabiche e bradipi, ermafroditi e coccodrilli, gatti e farfalle, in un silenzio assoluto. Con la mente vaga fra un suono senza mondo e un mondo senza suono. Se il primo genera forme, il secondo provvede a cancellarle.

Gatto S.Leo

Il vento non riesce a piegarlo, la nebbia non ne cancella la forma. Resiste al gelo; è a suo agio nel buio; convive con le bufere. Albero freddo e severo, l’ontano. Ma talvolta la sua corteccia si fa di un rosso vivo, quasi simile al sangue. Tollera climi ostili, lasciando che il tempo passi. Considera il fragore delle foglie contro il vento l’unico suono possibile. Non cede. Sa aspettare. Essere come l’onta­no, solitario ma fermo. Resistere. Ecco la nobile missione. Ma poi, mentre si aspetta con dignità e fermezza, d’improvviso il gatto spelacchiato entra nel tempio di soppiatto, si accosta all’acquasantiera, si arrampica, ci immerge le zampe. E tutto diventa strabico, sciocco, demente. L’ontano non ha più senso se quella cosa di peli e di ossa può, in piena notte, alla ricerca di acqua sacra, sgusciare nella rocca di S. Leo.

Bradipo

Un fantasma immobile e minuscolo nella spiaggia sconfinata, davanti all’orizzonte, davanti all’oceano, le nubi basse nel cielo, un grigio uniforme nell’aria, lo fa pensare a una serie di quadri dove la figura venga progressivamente sparendo, fino a cancellarsi del tutto. E dove, al centro del paesaggio, c’è un animale che cammina lentissimo, fissa l’aria con circospezione, sembra quasi fermo. Il suo nome – bradipo – evoca sensazioni di stregante lentezza.

Bambolina

Una pietra reale è segno di terremoti, eco di frane, anche se non ci sono più terremoti e non ci sono più frane. Anche se la pietra è lì, ferma, inconfondibile. A pensare questo problema ci si sente, all’improvviso, improvvisamente morti. Morti a quanto non potrà mai nascere mentre si crea qualcosa che adesso prende vita. Ogni artista, levigando la sua piccola opera, uccide il vortice di opere possibili che, proprio a causa di quella, non vedranno mai la luce. Quante piccole, deformi, non dipinte, non scritte, non narrate creature – quante bamboline grottesche!

Gattino barbone

Vede un’ombra, sente un suono, tocca del sangue, scruta una stella, percorre una strada. Ma la notte è sempre il luogo che strozza le cose e provoca nella materia torsioni che solo il fuoco avrebbe potuto produrre. In certi giorni rimpiange di non esistere nei prossimi secoli e di non poter vedere quanto accadrà. Forse l’arte sarà superflua e tutte le cose avranno questa torsione nel vuoto. Non sa prevederlo. Ma, poiché i morti non giacciono mai muti nella tomba, può darsi che l’artista parlerà ancora con la voce di qualcuno che detesta il silenzio del marmo e i vermi della terra, con la voce di chi lo invita a rispondere, in altri linguaggi, della sua vocazione ascetica e ossessiva. Ma è così diversa, quella vocazione, dal guizzo sinistro del gattino barbone, che sguscia dall’ombra e fila correndo sotto la luce enigmatica di un lampione verdastro?

Nello specchio retrovisore

Molti anni fa amava in modo particolare Francis Bacon: ma le distorsioni dei suoi corpi, ripetute ossessivamente con la stessa tecnica in simili formati, alla fine lo irritarono. Anche Paul Klee lo avrebbe annoiato, se non avesse scoperto che usava supporti diversissimi – pezzi di stoffa, carta da pacchi, colla, cotone, gesso, cartone – per esprimere le sue sempre identiche visioni. Scopre, col passare degli anni, che niente ha la misura del corpo umano. I suoi arti, come la sua testa, erano solo deboli e imperfetti strumenti per cogliere l’infinitamente grande o l’infinitamente piccolo, nello spazio.

Bella posa

Lo attrae, più di ogni altro gesto, quel singolare senso di capogiro che consiste nell’abbassare la nuca, ruotare gli occhi verso l’alto, lasciare la terra lontana, come un fondale invisibile. Allora il mondo non è più uguale, perché sparisce. Tutto appare silenzioso e vastissimo, e la felicità consiste non tanto nel guardare le stelle ma nello scoprirsi guardato da quei punti luminosi e lontani come una qualsiasi gibbosità del pianeta. Ci sono visioni che, per essere ben vissute, per intridersi di noi, esigono, da noi stessi, una perfetta cecità. Ci chiedono di non vederle nemmeno. Vederle è già un’offesa: la visione esige una popolazione di ciechi che ne sopporti le lunghe, intollerabili vibrazioni.

Guarda spesso l’oggetto – quel muro, ad esempio – ed è grande, piccolo, piatto, lontano, curvo, girato, confuso, leggero, pesante, duplicato, capovolto. Così accade per il suono dei movimenti umani – ora alto e basso, ora limpido e roco. Sente la pioggia che cade. Batte sui muri. E’ fresca ma lentissima. Copre il vetro, ma poi lo libera. E in quei momenti il vetro non è più martellato dalle gocce, ma è una grande oasi di luce, con quel sordo crepitìo che non smette di picchiettare, di tormentare il cristallo.

Fissa la crepa nel muro. Elabora un lentissimo rituale. Immagina, da quella crepa, un raggio di luce che si muove, serpeggia, crea forme ibride e discontinue, figure di folletti e di gnomi che saltano ora qui ora là, come gocce di una cascata o pulviscoli di polvere. Ma è come illuminare un buco. Dentro ogni cosa c’è sempre una bocca nera, un vuoto buio. Come può l’essere umano, travolto dalle creature più sotterranee e sopraffatto dalla visione di stelle alte e meravigliose, non riscoprire il primo codice, la prima regola – e balbettare?

Pifferaio cappuccio

Vivere tranquilli sapendo di cose oscure. Scrivere appunti nella penombra, quando non è neppure visibile il foglio, quando tutto è scollegato dalla volontà. Sa che i danzatori girano su se stessi, che paralizzano gli ascoltatori col movimento rotatorio dei corpi. Sa che la veglia sfocia presto nel sonno, e la tollera per questa fugacità. Sotto il cappuccio nero, l’uomo ha una faccia stravolta, senza lineamenti definiti, e regge un piffero strano, che incute molta paura. Ha visto delle scimmie, nei sogni di tarda notte, e sopra la fronte delle scimmie dei piccoli scheletri, forse di bambini, forse di dinosauri. Spesso si trova con una seconda, piccola testa che gli pende dalla fronte sopra gli occhi, e lo guarda dentro le pupille.

Andare veloci come il vento, che è incontrollabile, o come la mente, che lo è. Oppure, da artisti, rovesciare l’antitesi.

Ci sono persone malate e moriture, che però non si fanno mai raggiungere dalla morte. Ci sono, talvolta, compagni segreti – esseri necessari, che portano il nostro fardello e ce lo restituiscono, dopo averlo condiviso, mutato e irriconoscibile. La disperazione, se è vissuta in due, rende attenti, quasi concordi.

Coccodrillo-insetto

Vedere certe figure di fondale che non si vedono mai, uccelli microscopici, corpuscoli alati, pesci fossili, insetti grandi come caimani. Immagini che non appartengono al regno delle immagini. Figure – si può azzardare a dirlo – che non portano dentro di sé nessuna figura. Conoscenze mute, composte da gesti ieratici e bizzarri, che tracciano nello spazio angoli acuti, come di corpi feriti. Sa che, in certe figure, che a volte osa appena dipingere, persiste un odore acre di sudore, di fatica, di sonno, a cui è bene attingere nei migliori momenti creativi.

Luna della testalunga

Ci sono divinità buone, che hanno un aspetto allungato, una bizzarra contorsione degli arti, e sono sempre girate verso la luce lunare. Spiriti che col buio prendono corpo e con la luce lo perdono. Spiriti che lasciano segni nel bosco e nelle pozze d’acqua, e si possono inseguire solo immaginandoli. Animali che affiorano dalle foreste che ricoprono l’isola come se non fossero mai esistiti in quel punto e loro stessi fossero sorpresi dall’apparire in piena luce. Poiché la piena luce è sempre un inganno che distorce le cose e le rende falsamente armoniose.

Santo sciocco

Spesso è necessario incontrare degli sciocchi, che guardino con aria stralunata nell’aria santi modesti e silenziosi, capaci di sopportare pazientemente le più atroci visioni e le più inique torture. Immergersi nella nebbia – e poi tentare di chiamarsi. Per scoprire che la voce è mutata e che il suo risuonare delimita altre fisiognomie, perse fra i vapori della terra. I suoni non incantano – paralizzano. E da questa paralisi nasce la possibilità di osservare il vuoto come maschere protese sull’orlo di un crepaccio.

Gli idoli, se esistono, che siano almeno bifronti. Gli sciocchi esaltano la tenerezza dei bambini e dei cani, gli adulti imparano le leggi dello sterminio.

La pioggia, dove cade cade, dove erode erode. Immaginiamo la Gioconda di Leonardo sotto un temporale battente, e poi esponiamo il quadro. Tutti i concetti di armonia saranno disarticolati, slegati, inservibili.

Amica LSD

Gli capitò di vedere quella donna bellissima e alta rimpicciolirsi all’istante, con una benda che le copriva metà volto, il collo che si raggrinziva, i capelli neri e sporchi, e sentì di trovarsi davanti a un totem, a una maschera mortuaria inquietante che si muoveva lungo le vie della città con straordinaria disinvoltura, poggiandosi su un corpo giovane e intatto.

Gigante spiaggia

Giace sul fondo della spiaggia sommersa, immobile ed enorme. Sente i corpi nuotare a pelo dell’acqua, ma non accenna gesti, non provoca correnti, non si fa sentire per nulla. Non vuole mostrare nessun tipo di reazione che sia individuabile da esseri umani. Cerca, in tutti i modi possibili, di non lasciar trapelare la sua monotona, assurda, inutile, improbabile esistenza di mostro-scoglio.

Sul letto

Uno dei suoi desideri più intensi è riposare: non sapere in che posizione esatta metterà la testa sul cuscino e a quale tipo di incubi si dedicherà, nella prossima notte, il suo cervello. Soffre di spaventose emicranie e ricorda di essersi spesso svegliato con una benda che la madre gli aveva ben stretto sulla testa: però sentiva, nel suo inconscio, che nessuna madre poteva avergli fatto questo ma solo sinistri agenti del sonno, minuscoli démoni che, nel corso della notte, gli si erano avvicinati di soppiatto per stringere la sua scatola cranica in una morsa micidiale. Quando si nascondono tutti gli appunti nel fondo di qualche visione, quando si vuole mettere in ombra tutto quello che abbiamo creato per settimane e per mesi, in giorni sordidi e strani, significa che rivelarsi potrebbe essere minaccioso – come quando, appena ci si sveglia da un sogno terribile, passano alcuni minuti, fra la veglia e il sonno, in cui si potrebbe patire ancora, fisicamente, le conseguenze del sogno.

Dio del freddo

Il dio del freddo, il fantasma sciancato, l’insetto catturato nell’ambra, hanno lo stesso diritto: non appartenere al mondo. E se il fondale dell’oceano fosse soltanto un falso scenario? Anche se lo fosse, sarebbe sempre il fondale dell’oceano. Il falso diventa vero solo per la sua smisurata, verosimile potenza.

I malformati guardano lucidamente – ma solo dal buio.

Così le scie luminose, attorno ai profili, evocano l’alone incantato della disgregazione.

E se il contorno di una figura fosse composto da una figura che, a sua volta, è il contorno di una figura invisibile?

Lo sguardo è solo disattento. E la vista non è mai consacrata dagli oggetti del mondo. Le proprietà sono attimi di infelice pienezza.

Oh, se il dio caprone non avesse quelle pupille umane…

Come puoi nasconderti in una città che non conosci? Quale punto segreto sei in grado di scegliere, se per te tutti i punti sono segreti?

Senza pelle – così i sani definiscono i matti. Macchie nel fondale.

Il lampione, che versa il suo chiarore nella strada deserta, quale enigma suggerisce, con le sue sfuggenti, sfuocate, spettrali zone di luce?

I paradossi della logica: i chicchi di grano che trattengono visioni.

Ominidi, con scarsa pelle attorno alle ossa, con pensieri che bucano la testa, escono all’aperto, sciamano come api.

Gli esseri viventi non sono figure armoniose ma mostri incompiuti: non è necessario avere delle ali, delle ruote o sei occhi sulla fronte, per essere diversi. Bastano delle cose piccole, insignificanti. Bastano leggeri colpi di sonno che ci sottraggano ai ritmi sciocchi della veglia e ci facciano addormentare in mezzo alle comunicazioni più ragionevoli, costringendoci a sognare le immagini che non riusciamo neppure a prevedere. Con l’aiuto di queste amnesie minime, di questi proficui malesseri, proteggeremo i luoghi sacri dalla volgarità delle definizioni.

Il censore precettore

Guarda i suoi quadri come persone. Talvolta li riconosce. Talvolta – e questo accade più spesso – sono loro che riconoscono lui, gli fermano la mano, gli chiedono cosa ne è dei morti e cosa ne è dei vivi. Sente spesso un fischio nel parco. Vorrebbe seguire quella nota acuta, un si minore. Sente che potrebbe, quel suono, se lo volesse, animare una crepa nel muro, renderla mobile, sinuosa, serpeggiante. Si potrebbe, a partire da lei, reinventare figure su figure, che si addensino e si sostituiscano, le une alle altre, come un cosmo brulicante e doloroso, come un purgatorio di anime strane.

Tante volte guarda una linea, tracciata sulla carta: una linea annerita, indurita, ossidata, che libera strani crateri sotto di sé. I crateri hanno il fondo arrugginito e rovinoso di certi specchi d’acqua, ingombri di macerie di ferro.

Zia e nipote lerce

Una strana città, popolata di accattoni e di storpi, dove improvvisamente tutti si trovano a pensare che gli esseri umani sono sì di carne, di muscoli, di pelle, con i loro sensi torbidi e oscuri, con le loro storie inenarrabili e cupe, ma anche di carboncino, di pietra, di marmo, di sabbia, perché tutti nascono da un’idea storpia e inquieta del mondo. Egli lo sa. Ma il suo compito è organizzare questo inizio deforme per trovare gli snodi di una mitologia nuova.

Smettere di essere sordi. Smettere di essere ciechi.

Percepire.

Diceva, la vecchia, che in ogni tenda consumata dall’umidità poteva affiorare una macchia rossa, e in quella macchia era facile che affiorassero i contorni del volto infantile che ricordava accanitamente da sedici anni, ma che non aveva mai varcato le soglie del suo normale sentire.

Amico LSD

Gli esseri umani hanno il dovere di sognare di giorno: la notte, per loro, è solo un piccolo evento, che i comuni mortali utilizzano per i loro normalissimi desideri. Ma il dovere diurno del sogno è una missione precisa, a cui non ci si può sottrarre.

Analizzare se stessi è detestabile: ma, quando si parte da certi paesaggi e si scopre che, sullo sfondo, molto lontano, c’è anche una figura, si può, con prudenza, ipotizzare che esistano analogie fra sfondo e contorno.

Non sa niente di loro. Sa che sbucano dalla soglia e fanno ammutolire. E, anche se nessuno venisse fuori e sbucasse da quel punto, tutte le fibre del corpo, in chi attende, sono già in stato di allarme. La vista non è consacrata da nulla di visibile. Non ci sono pietre miliari che autorizzino la chiarezza di uno sguardo assoluto. Dèi obliqui e oscuri si nascondono ovunque. E niente è mai limpido. Niente è come appare. Le superfici esistono per essere sopraffatte, per non avere più limiti.

Vedere in piena luce non si può. Tutto è sfuocato, pieno di polvere e nebbia. L’occhio vede solo quando lo sguardo oltrepassa il fondale e coglie il brulichìo delle cose impossibili, emerse in quell’attimo. La verità dell’uomo non ha nulla di razionale, se non questo sguardo inesatto e distorto, errabondo e infelice.

Maschera

Ripercorrere le rughe di un volto. Incamminarsi nella storia di un paesaggio, di cui adesso si conoscono solo queste tracce e che è difficile immaginare prima, quando la freschezza del sorriso e la bellezza della pelle facevano supporre un’immortalità raggiunta, definitiva, felice.

La forza segreta del sonno è tutta in quella mancanza di vento, in quella fissità senz’aria, che si rende visibile nei sogni.

Lo affascinano quelle giornate caldissime, dove talvolta spira un vento freddo che non si sa mai da dove provenga.

Si sveglia non appena sente il latrato dei cani. Formano, nel suo orecchio, una figura esatta, una costellazione muta che, nel mondo dell’udibile, si esprime con il suono dei latrati.

C’è qualcosa di inesistente e di infelice. C’è un buco bianco nel tavolo nero. Guarda gli oggetti che lo circondano – vaso, muro, orologio – perché sa di essere guardato da loro. Perché sa di essere ricambiato. E questo lo mette in uno stato di tenerezza, di pace.

Davanti a certi strapiombi, in certe particolari condizioni di luce o di vento, se appendiamo due corde al ramo di una betulla, queste prendono a intonare un canto strano, una melodia spesso aspra, e chi la ascolta è afferrato da una sonnolenza visionaria che lo rende assorto e cupo, quasi fosse sul punto di prendere il volo verso l’alto come un uccello o di ficcarsi sottoterra come una freccia.

Nana diavolo

Quando è sdraiato sul letto, talvolta gli sembra di non avere più la testa, perché gli occhi gli vengono portati via, e le orecchie, e il naso, e tutto sembra prossimo a crollare. Allora pensa a certe facce di gesso o di cera, di nani o di storpi, al centro di una stanza, con i capelli che colano sull’ovale rossastro del viso e una grande macchia di caffè sulla blusa bianca.

Ragazza rossa

Era bella, era rossa. Ma, nel buio, il fazzoletto che sventolava in direzione dell’amico era stranamente opaco, mandava un lampo biancastro, ricordava una bufera di neve. E in quella bufera ragazze rosse e bianche sparivano come in un vortice

Arlecchino tartaglione

Chi balbetta ha necessità di dover riferire con ansia qualcosa che non riesce a proferire con parole articolate. Si aggira attorno alle sue stesse parole. Le comprime, le accorcia, le violenta. Narra, come può, di qualcosa che è totalmente inenarrabile. Ma chi balbetta ha un senso assoluto della realtà. Sa che la catastrofe è già avvenuta, ma finge che il passato sia ancora futuro. E si colloca nell’attimo precedente, come se non sapesse nulla, come un Arlecchino bislacco.

Mino imbecille

Dicono che un tale continui a camminare con aria attonita lungo la spiaggia, dopo il tramonto, raccolga un numero enorme di vongole, che poi ammassa in un grande cesto; ma non le cuoce, non le mangia. Alla fine le spiaccica sul lastricato di cemento, perché lo disgustano.

Si narra, in certe leggende medioevali, che il re, nel massimo giorno di festa del carnevale, mandasse davanti al corteo, per guidarlo, un delinquente, uno stregone, un mago, un pirata – un essere che poi veniva bastonato e ucciso, e la sua morte consentiva l’inizio della festa. Poi, nel corso del tempo, quel corpo umano sacrificato divenne, per decoro o per viltà, la carcassa di un toro.

È avvilente la sproporzione delle parole. Le parole non sanno reggere alle metafore. Hanno il compito di definire, di raccontare, ma come si può raccontare, di fronte ad abissi imperscrutabili? La mancanza di frasi che esprimano con la giusta fermezza l’esistenza favolosa delle cose non ancora vive, è spesso intollerabile.

Prolunga l’infanzia in tutti i sensi possibili. Di lui non ci sono opere e segni tangibili. Resta un bambino che non vuole e non sa essere adulto, che conserva intatta la stanza dove è cresciuto, e lascia che decida per lui lo smisurato inconscio del suo essere piccolo.

Lui è tutto. Come dire: non è nulla. Si nasconde agli occhi degli uomini. Non si fa giudicare. Offre ai rari osservatori il suo caparbio non svegliarsi, la sua infantile invisibilità. E chi lo guarda guarisce perché trova in lui non il padre che giudica ma il compagno di giochi. Sentono la gioia di questo gioco, nella mente e nel corpo. E ballano, si esaltano, sono felici.

A colpi di sonno

Le visioni sono da attraversare. Perché sanguinino, come un corpo che si intrufola fra i rovi.

Voleva viaggiare sempre dentro la sua casa, che ogni passo nuovo allungava e allargava sempre di più, trasformando i muri dell’edificio nelle pareti di un crepaccio.

Ci sono fiumiciattoli che irrigano valli dimenticate, dove chi vive ripete sempre lo stesso gesto, e l’idea è che sia sopravvissuto anche alla necessità del suo gesto.

Mai ridurre le percezioni del freddo, del caldo, degli odori. Mai ridurre i colori ai colori essenziali. Nessuno può giudicare cosa sia fondamentale o cosa sia superfluo.

Ci sono animali che ti perseguitano – strani uccelli rapaci che volano solo alle tue spalle. Ci sono anche uccelli che non si muovono mai e, pesanti come pietre, aspettano che tu le veneri come idoli diabolici.

Seduto accanto al fuoco, il vecchio racconta di non essere nato da nessun padre, “perché mio padre – dice con voce incolore – era un folletto e non aveva aspetto umano”. Quando il volto mostruoso non è ancora divino, ecco che volteggia accanto a noi come la testa di una farfalla.

Chi sogna di giorno dovrebbe avere un collare che lo distingua dai suoi simili – un collare invisibile che, quando è tirato da qualche demone, gli strozzi il collo e gli faccia percepire un senso di soffocamento. Nessuno sa cosa significhi far affiorare un volto dal niente. Il volto non è che una macchia accesa o spenta dal colore.

Paesaggio

Dare un’occhiata. Vedere l’espressione di un essere umano che ti passa accanto, che non vedrai più, e ricordarla per sempre, come un evento fulmineo e straordinario, che non riuscirai mai a decifrare.

E’ maestoso, ma zoppica. Bisogna fidarsi di lui. I passi irregolari rivelano irripetibili destini. Cammina per tutta la città. Ha gli occhi azzurri, la faccia abbronzata, i capelli a treccia, l’occhio folle. Va avanti e indietro lungo lo stesso marciapiede, per diversi chilometri, senza dire mai nulla, ripetendo sempre la stessa strada: non svegliarlo dalla sua ossessione, non chiarirla mai, è fondamentale.

Le piogge che cadono e i vapori che salgono si equivalgono. Talvolta può piovere anche dal basso, come se la terra ruotasse. I segni e le parole sono il nodo scorsoio che stringe l’artista: ogni espressione è lo strozzamento necessario da cui può sbucare la sua voce, originale e deforme.

*Appunti nati come anomalo commento alla pittura di Enzo Fabbrucci, scritti a Ortisei nel luglio del 1998. Quella pittura mostra la città sommersa di Valbruna, i suoi spettrali abitanti, i suoi paesaggi e fantasmi. Enzo, posseduto dagli incubi e lirico affabulatore, concerta Valbruna come luogo mitico e reale, che nessun mito potrà mai contenere e nessuna realtà classificare. La scrittura lambisce le sue immagini. Come osserva Emil Nolde: «Quanto più ci si allontana dalla natura e tuttavia si resta naturali, tanto è più grande l’arte».

Enzo Fabbrucci

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