LA REALTA’ PARALLELA. Alfonso Guida

Dieci sonetti tratti da: Poema dei cento sonetti (inedito, primavera 2022).

Opera dii Alfonso Guida

1

Permesso scritto

a Marco Ercolani

Un battito di mani

per far volare il gufo

più in là della mia casa,

quel suono alto, di tufo.

Suona e inghiotte il mio numero

di pietra, l’uno assolo,

separata frontiera.

Sono abituato all’applauso,

quel vizio giovanile

di aspettare il consenso,

quel sì che porta incenso

verso un luogo impedito.

Ma è beffardo il mandato:

Dio aspetta e l’uomo è ingrato.

2.

Uno scatto di Brancale

Le mosche sfibrano

la ragnatela

del trono gemmato e tu

ti sei fotografato

sull’attenti, fuggito

dal tuo andare il passo

che va e il pontile-

forse un moletto

dalle daghe salde-

ti accoglie allontanando

l’asse e il piano delle acque-

come un eroe sulle onde-

come tra le pastoie

di un inciampo che incombe.

3.

Ilaria

Ragazza, ogni tanto, ti vedo ferma,

vicino al focolare, ridi, parli.

Sono gli angoli stretti

che ti spingono avanti.

Dovresti allontanarti,

senza perdere il suono

delle voci, echi e accordi,

ciò da cui provieni.

Dovrai sempre toccarti.

fissare i punti, stare

tra lo scambio e la mano.

Osserva i lati, quelli

gassosi del composto.

Resta nella parola

casa”, conserva il posto.

4.

Anni in città

Privo di forma, scivolavo in gola.

La città scorre, inghiotte, illese le ombre,

ma il paese è un diavolo e mastica, mastica.

La luce è il morso di un lutto di stirpe.

In me la città prese stile. Un’orma

m’insegnò il canto assolo, ebbi vergogna

di me senza orizzonte né parola.

Bottega di pittura la città,

con le sue tavolozze e le sue mestiche.

Lini turbati sui fili da lembi

di vigogna. Orti come oasi di steppe,

tra graticole e vasche, tra anse e sbecchi

di lamiere, vagando nelle sere.

5.

Questo silenzio

di piccole voci,

di terre senza croci,

suoni di guerra, sibili

di demoni riflessi

nei fogli. E di animali-

che increspano l’aria- ombre

di un viaggio eternamente

saldo e difeso, un peso

che affiora nel deserto

come un baluardo afono.

Qualcosa, qui, s’insidia

nel vento e rompe il grido

che per metà è miracolo.

6.

Sono venuto qui, semplicemente

per rallegrarmi, amaro, del mio paese,

le nostre cene, i giorni, le ore, il poco

da salvare. Nel bar, le frasi toccano

la notte del viale, il blu minerale

delle piogge miste ai colori tetri

della gente. Un sorriso è il morso violaceo

dell’asfalto che entra negli occhi e spezza

riverberi d’insegne, il petto arsiccio

del falco pellegrino, che sorveglia.

Non resta che un gelo primaverile

nelle ombre stanche. Ognuno dice all’altro

ciò che prende vita nei campi e cresce

sottoterra, tra spoglie e tane, il pane.

7.

Nel riposo

Il tappeto di pelo bianco, secco,

polveroso, sopra la cataratta,

la legna nella camera da letto

grande con la specchiera, la lucerna,

le statue e la finestra rasoterra:

questa via Francesco Lavigna. Le ombre

degli usci di marmo e cemento annebbiano

gli occhi e il nudo di mio padre a ridosso

di un caldo pomeriggio di settembre

nei vetri zigrinati della porta

del bagno dove imparai il prima e il dopo

del dio e i tratti del mio viso impietrito,

mio feroce desiderio che, lento,

si staccava dal suolo. Iniziai a perdermi.

8.

Una fine

Finché avrò parola finché la mente

sarà salda e potrà muoversi libera

finché sarò stanco e potrò indugiare

senza attesa nel vento nel mio corpo

che non lascia mai il suo posto finché

pensare sarà come uscire a notte

dalla tana per tessere prodigi

divertire gli abitanti del bosco

con le piroette e i fuochi di sagra

della voce finché un compagno avrà

fiducia in me che scrosto dalle origini

prima e dopo finché questa lingua ama

finché scaldo il frutto che a mani giunte

ricevo finché rendo grazie, muto.

Craco
Fotografia di Chiara Romanini

9.

Craco

Creta e bachi selvatici,

Craco, paese all’insù,

d’ oro fuso, polena

su una colonna d’arpa.

Sassuole raggrumate,

chiassuoli cavi, pietre

sbiancate dai pioppeti.

Qualche salmastra metrica,

rapaci e tarabusi,

bragozzi tra alberi arsi,

lucertole smeraldo,

ramarri deserticoli.

Craco dei sei anni, antica

madre di canti e gelsi.

10.

La realtà parallela

Spesso ho scambiato i piani,

non mi sono trovato

dove avrei voluto -ero

sotto la realtà- ero

Dio che guarda il suo creato.

Questo mi ha tenuto integro.

Sopravvive il regista

più dell’attore. Sono

due forme di vedere.

Lo sgancio dall’abisso

lo decide il regista.

L’ attore è il movimento

delle fauci, materia

molle, autunno dell’essere.

Alfonso Guida

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