IL TEMA DEL LUTTO. Alfonso Guida

Per il volume 14 luglio 1929. Due lettere a Freud, di Marco Ercolani, collana Le giraffe, Edizioni Robin, 2022.

A M.E.

Questo tuo libro sul lutto marca e rende visibile la sua apocrifia. Ci sei tu, c’è il tuo temperamento umorale, la tua sintassi. Ogni pensiero è calcato dalla tua fisionomia psichica. Pensi, per estensione dell’idea, che il suicidio di un figlio sia il modo più estremo e aberrante di usare la frusta contro madre e padre? Franz si uccide per uccidere il padre. Psicoanalisi pura. Suicidio che è omicidio, Omicidio mancato, ritorto sul suicidio. Che solitudine. Che disperazione.

Eppure c’è qualcosa nell’umore di Hugo von Hofmannsthal che non torna, non sembra profondamente e sinceramente angustiato per la perdita del figlio, ma per la vita a se stesso mancata. Questa sorta di rimpianto-pentimento, questo vedere nella parole un teatro di illusione, questo vedere holaniani burattinai e gestori di ombre cinesi, stride con il senso di accoglienza e di ospitalità di un lutto. La morte di Franz uccide Hugo, non lo matura, non lo risana, se è vero che ha vissuto nella malattia della rêverie. Infatti somatizza il fallimento talmente alla radice da convocare un ictus.

Hai reso bene l’attaccamento di Hugo all’immaginazione materiale e intima di cui tanto ha discusso l’antropologia fenomenologica.

[…]

Mi sono piaciute molto le pagine sul genio del presentimento come “mondo ragionevole e parallelo inconscio”. Qui il presagio è solo il vestibolo buio ma reale dell’avvertimento. Presentire come costruire un mondo, un’ideologia con i primi germi di un’avvertenza.

[…]

Per tutto il tempo della lettura ho immaginato il mito del Nachtigall, caro alla cultura germanico-tedesca fino allo spauracchio-Mandel’stam. L’usiguolo-spetttro che si aggira nella Foresta degli impiccati, lo spettro della foresta che non restituisce. Hugo infatti non viene restituito. Ed è il suicidio del figlio a decidere della sua condanna.

(A.G.)

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Premessa

Il 13 luglio 1929 Franz, primogenito di Hugo von Hofmannsthal, si suicida con un colpo di pistola in una mansarda, durante una notte di temporale. Il 15 luglio, mentre si accinge a partecipare ai funerali del figlio, lo scrittore muore all’improvviso per ictus cerebrale. Il racconto immagina i pensieri che Hofmannsthal, nell’arco temporale del 14 luglio, avrebbe affidato, in una lunga lettera di 50 pagine, a Sigmund Freud.

Antologia dal libro

Dovrei tacere. Dovrei senza ombra di dubbio tacere. Ma ho bisogno di scriverLe. Se Lei cura le anime, perché non affidarLe la mia, ora? Compio un atto esatto, comprensibile, contro questa insensata epifania di dolore. Non La conosco, (ho letto solo alcune Sue pagine, dove parlava di caducità e di bellezza, ma Schnitzler è stato così gentile da rivelarmi, un giorno, con un sarcastico sorriso, il Suo indirizzo…). Ho sempre pensato che, anche interrotta, fragile, instabile, aspra, qualsiasi forma di bellezza possa salvare da qualsiasi forma di dolore, come un grande scudo celeste protegge un immenso esercito disfatto. Ma credo che ogni mio pensiero, adesso, sia una forma di errore. Le scrivo. Devo, e basta. Oggi nulla corrisponde a nulla, come se battessi un sasso contro un tamburo e quello restasse muto. Nulla risponde a nulla. Nessuna parola ha eco. Proprio per questo Le parlo, nel momento del mio massimo dolore, anche se sarebbe necessario tacere. Devo.

Tacere è accettare tutte le ombre. Non mi è possibile. Le subisco, non le accetto. Solo scrivendoLe potrò. Solo scrivendo, mentre guardo le gambe immobili di mio figlio.

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Mi salvi dal lusso facile delle parole belle. Lei può. Mi spogli di ogni ricchezza. Lo avrà un Suo modo di orientarsi nel buio. Io no, io sono senza strumenti, qui, nella stanza dove lo hanno portato, qui, senza parole per raccontarLe che questo è accaduto (e mi è impossibile ricordare la mia vita o quella di Franz prima…). Sì, certo, bisogna capire tutto perché tutto può accadere. Ma i pensieri sono meno che fumo. A me il mondo è sempre sfuggito anche quando, ragazzo, trionfavo davanti a illustri e innocui letterati recitando le mie poesie con il nome dii Loris. Era tutto un miraggio, l’ho sempre nascosto nei miei avamposti oltre i quali esistono solo nubi di tutte le forme. Ho vissuto facendomi eco di me, mi sono moltiplicato in fiabe e racconti, ho visto castelli che mi chiamavano, fuochi, torri, caverne. Mi sono rimaste delle immagini in mente, e ricordo un sogno di ragazzo: c’erano dei colori molto vivi, poi dei venti, alla fine ero fermo su un blocco che sembrava di roccia e non sentivo più nessun rumore, quasi fossi capitato dentro quella calma assoluta che domina il centro del maelström. Il bianco che vedevo, come fosse un’alba, era un muro di schiuma nel tifone, non capivo, ero confuso, ma mi sentivo innamorato di quella bellezza oscura, che mi terrorizzava con note impreviste e bizzarre, con intervalli diabolici.

Adesso tutte quelle note sono cambiate.

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Se Lei potesse rispondermi so cosa mi direbbe: taci. Ma io rifiuto l’arte di tacere: mi è più incomprensibile di un graffito preistorico. Io Le scrivo perché DEVO ultimare questa cosa decisiva, nel giorno che precede il funerale di Franz: capire. Non basta dire a me stesso: tutto è insensato, accettalo, come si accetta un macigno schiacciato sul cranio. Un senso va cercato, parola per parola, anche se ormai tutte le parole della mia lingua sono un inservibile brusio, e so bene quante volte ho usato una maschera per essere vero, quante volte l’ho tolta dal viso prima di andare a dormire. Meglio sarebbe stato tenersela per sempre, anno dopo anno, libro dopo libro, e non ritornare più a una normalità ottusa, quella che, oggi, mi sbatte davanti questo muro: il suicidio del mio primogenito, e io non c’ero mentre accadeva, io non sapevo (davanti a quale tavolo ricco di parole mi stavo esaltando?). No, non c’ero, e neppure un presentimento, neppure un brivido mi sfiorava, come se il mio amore per le immagini dei sogni fosse la gigantesca architettura di una cattedrale barocca dove sono ammesse solo le cerimonie fastose, i cori colossali, mentre le vere parole si spengono in un bisbiglio…

**

Non avrò il tempo di aspettare una Sua risposta alle mie parole. Il giorno incalza, anche se è lentissimo. La mia lettera partirà domani. E poi, sarebbe utile aspettare? Non avrei nessuna risposta. Come potrei averla? Io l’avrò, domani, dopo che Franz sarà sotterrato. In queste ore vedo una donna: arriva, mi parla di qualcuno che è morto, io le ribatto che non è vero, lei insiste dicendo che è vero, ma non sa come convincermi. Alla fine, senza nessuna certezza, annuisco. Vedo una catasta di legno marcio gettata nella cava del fiume: il facile simbolo dei miei giorni futuri. Tutti i miei giorni. Come potrò evitare che i miei occhi affondino in questo gelo senza figure? Come potrò fermare il mio pensiero musicale che oggi vede con raccapriccio la danza delicata delle cose? La neve fiocca e continua interminabilmente a fioccare in quella che è una pianura ghiacciata, o forse solo una stanza con un cadavere dentro, e io senza le parole giuste per dire cos’è quella cosa.

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Un Libro degli amici, ora? Scrivere un Llbro degli amici? Io non ho più amici dentro di me, perché non sarò più uguale a chi sono stato. Un eremita va all’inferno e non torna da nessuna parte. Dopo la sua morte dovrò interrogarmi su ogni riga che scriverò. Non posso dire, fin da ora, che riuscirò a tacere del tutto (mi conosco bene). Ma nessuna delle mie pagine sarà uguale alle precedenti. Dal viaggio che la sua fine mi impone io non tornerò identico: sono entrato nella foresta, che ha smesso di generare incanti, non con lo spirito gentile del poeta ma con il bisturi di una ragione disincantata. Come Lei, dopo aver parlato con un paziente, non è più lo stesso di prima, ne assorbe dubbi e paure, ne ricava certezze e dubbi; e, usando le parole, sa come destreggiarsi. Le mie, invece, si depositano in libri o libretti e poi giacciono lì, morte: si chiamano parole ma sono come quei monili funebri che gli egiziani usavano per introdurre nelle tombe dei faraoni. Oh, Freud, vorrei che Lei avesse il tempo di rispondermi! Anche solo con un rapido telegramma…

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Continuare per la mia strada, indifferente a tutto, tanto cosa importa? Tutto è così piccolo, così vicino, così umido: vorrei mettere la terra ad asciugare su quella stufa. Non fa che piovere e piovere, ora dopo ora. Sta smettendo solo adesso. Vorrei chiamarmi Andrea, trovare la fine del racconto, ma non capisco perché degli specchi siano appesi alle vecchie porte delle case e oscillino al minimo soffio di vento moltiplicando le prospettive. Nel loro vetro appaiono paesaggi remoti, come un fumo di montagne. Forse non ho più bisogno che niente rifletta niente, immaginare porta un senso di nausea… So quanta pena Lei prova per me: si chiede come io abbia potuto, proprio oggi, fresco della sua morte, riempire tutte queste pagine con la descrizione del mio dolore. Mi chiedo la stessa cosa, ma ho la risposta. Le parole sono immortali, Franz no. Oggi dovevo essere immortale per tenerlo ancora con me.

Hugo von Hofmannsthal

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