LEGGENDO WALLACE STEVENS. Danila Boggiano

Ricalcando il titolo di un suo testo Tredici modi di guardare un merlo, penso agli infiniti modi, appresi nel tempo, di guardare a Stevens: mi piace a volte cogliere quel lirismo a cui neppure lui riesce a sfuggire, soprattutto quello che scaturisce dalla sua attenzione per il ritmo delle stagioni, altre affannarmi a cercare il senso nella stravaganza dei suoi titoli, altre ancora soffermarmi a lungo sul pensiero ora sfiorato ora proclamato nei testi.

Mi pare così di applicare alla sua poesia le stesse variazioni di sguardo che lui applica alla realtà e che lui sembra esigere, e di portare a compimento quel percorso circolare che dovrebbe intercorrere tra chi scrive e chi legge, in questo caso coinvolgendo anche chi traduce.

A volte, tuttavia, tralascio ogni intenzionalità e apro a caso lo splendido Meridiano curato e tradotto da Massimo Bacigalupo, per aggiungere sorpresa a sorpresa e rinnovare quel gioco che faccio abitualmente con i libri che amo e che non smetto di frequentare, una maniera questa forse di assecondare la sua magia e inventare per me l’illusione che sia lui in qualche modo a venirmi incontro.

Che cosa mi dirà questa volta, sarà estate, sarà autunno, sera, mattino, in quale luogo mi farà viaggiare, quale cibo mi offrirà, e sentirò grilli, cicale, e sarà crescente o calante la luna di quella pagina che sto per schiudere, e quale fiume sotto quale sole vi scorrerà dentro, mi chiamerà la palma alla fine della mente, avrò anch’io la mia pagoda, quale personaggio incontrerò, insomma quale “cosmetico” troverò su quella pagina che ancora e ancora mi permetta di mutare il caos in cosmo, di adornare la roccia di foglie e fiori, e poi, come lui ci insegna, e com’è giusto, guarirne.

Si oscilla in Stevens, come quando si spalancano troppo gli occhi e delle cose appare l’alone che ci dà la vertigine e si è per questo costretti ad aggiustare lo sguardo, allontanandolo dai fanatismi poetici, per poterle infine fermare e cercare di stabilire un confronto, un accordo, con loro. Perché le cose in sé sono semplici e buone e quando “il cielo è così blu, le cose cantano se stesse”, e quando è grigio c’è la regina-immaginazione-parola che lo trae dalla sua assenza di nome, questo è il grigio, e lo nomina benché nel suo nerore, una regina dalla mente verde che fa verde il mondo, “la verde, la rossa, la blu, l’argentea regina”, che tutta rende l’eleganza di ciò che appare se solo ci presta i suoi colori per “descrivere” il mondo.

Non scrivere o riscrivere, ma de-scrivere, trarre nomi da, rivelare, sollevare il velo che ricopre le cose e liberarle dallo loro “piatta apparenza”.

Ma Stevens il sorprendente, quando sembra lasciarsi toccare, quasi con astuzia di seduttore si fa più in là come a costringerci ad allungare le braccia, a spingere lo sguardo ancora più in alto o più in basso, e ci dice che la metafora poetica non basta e va ampliata e che la musica non basta, ma occorre un punto nel fuoco della musica dove “l’abbaglio cede alla chiarezza” e dove noi, perché osserviamo e de-scriviamo, troviamo e siamo completezza e appagamento: l’uomo al centro di sé, nella luce della sua mente “centrale”, una chiarezza raggiunta, o meglio ricreata, dalla mente “minore” e da qui partendo, dai sensi e dalle piccole care cose della terra.

Sì certo Kant, e Platone. Perché è dall’alto che vanno tratti quei nomi, questo il senso di quella particella “de”, da un cielo che tuttavia non è separato da noi ma ci abita, “grandioso innato, una luce innata”, assenza di luogo, eppure condizione di ogni luogo, di ogni “particolare” qui in questo mondo, e di ogni piano del tempo, indicibile se non al punto della sua de-scrizione, noi che sembriamo, e siamo, “come rubini infiammati da rubini fiammanti”.

E allora le stra-vaganze di Stevens lì sono, a suggerirci gli infiniti lembi del velo, sotto il quale anche “gli spettri hanno grazie rugiadose”, e a illuminare quel cammino che la mente, dopo aver a lungo vagato, tutto compie per tornare a sé, e incessantemente, “viva del tremolio di un enigma” dentro la sua “irrequieta infelice felicità”.

Danila Boggiano

Danila Boggiano è nata e vive a Sestri Levante, laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. Ha pubblicato Piccole foglie e sparse (San Marco dei Giustiniani 1997);La pazienza del tempo, (Sabatelli 1999); La tessitrice di vento (Le mani 2004); Amorosi sentieri (Bastogi 2008);Inconsapevole musa (San Marco dei Giustiniani 2010); Sibille (Oltre edizioni, 2020); In tenerezza declina il vento (San Marco dei Giustiniani, 2021).

Wallace Stevens

Wallace Stevens

Descrizione senza luogo

E’ possibile che sembrare… sembrare è essere,
come il sole è qualcosa che sembra ed è.

Il sole: un esempio. Ciò che sembra
è, e in tale sembrare tutte le cose sono.

Così le cose sono come un sembrare del sole
o un sembrare della luna o notte

o sonno. Una regina l’ha fatto sembrare,
con l’illustre nulla del suo nome.

La sua mente verde inverdì il mondo intorno.
La regina ad esempio… Questa regina verde

nel sembrare dell’estate del suo sole
col suo stesso sembrare cambiò l’estate.

Nell’aureo vuoto essa venne e viene,
e sembra essere appena se ne pronunci il nome.

Il suo tempo diviene ancora, come divenne,
corona a ghirlanda feriale della sua fama.

II

Queste sembianze sono effettive: le cose
come appaiono ogni giorno, ogni mattina, o lo stile

peculiare della regina, questa o quella regina,
la sembianza minore originale nel cieco

avanzare dell’occhio che, a ritroso, vede
la maggiore sembianza della mente superiore.

Un’età è una maniera derivata da una regina.
Un’età è verde o rossa. Un’età crede

o nega. Un’età è solitudine
o barricata eretta contro l’uomo singolare

dall’incalcolabile plurale. Dunque
la sua identità è solo una cosa che sembra,

nel sembrare di un originale nell’occhio,
nella maniera superiore di una regina, la verde,

la rossa, la blu, l’argentea regina. Se no,
che sottigliezza avrebbe l’apparire?

In piatta apparenza noi saremmo ancora,
salvo per delicati inspiegabili tintinnii.

Queste sono le sembianze effettive che vediamo
udiamo, sentiamo e sappiamo. Le sentiamo e sappiamo così.

III

Vi sono sembianze potenziali, imperioso
d’essere, come sulla pagina del più giovane poeta,

o nel musicista scuro, che ascolta
per udire più chiaramente gli accordi ingegnosi.

Vi sono potenziali sembianze turbolente
nella morte di un soldato, come la volontà estrema,

il più che umano luogo comune del sangue,
il fiato che sgorga in alto e svanisce,

e un altro fiato che esce dalla morte,
che dice per lui le sembianze che dà la morte.

Vi potrebbe essere, anche, un mutare più immenso
delle metafore di un poeta, in cui l’essere

si avvertirebbe, un punto nel fuoco della musica
dove l’abbaglio cede alla chiarezza e noi osserviamo,

e osservare è completare e siamo appagati,
in un modo che si contrae in un tutto immediato,

che non abbiamo bisogno di capire, completo
senza un segreto disporsi nella mente.

Vi potrebbe essere nello schiudersi della primavera
un elemento dal balzo purpureo che fuori

schiumerebbe per tutto il cielo con il suo sembrare,
le intenzioni di una mente sin qui ignota.

Le cose sono come sembravano a Calvino o ad Anna
d’Inghilterra, a Pablo Neruda o a Ceylon,

a Nietzsche a Basilea, a Lenin preso un lago.
Ma le integrazioni del passato sono come

un museo olimpico, tanto
poco affare nostro, che è l’affare

del possibile: sembianze che hanno da essere,
sembianze che è possibile abbiano essere.

IV

Nietzsche a Basilea studiò lo stagno profondo
in queste scolorature dominando

il muovere delle forme
nel moto variamente chiazzato del tempo vuoto.

La sua rêverie era la profondità dello stagno,
lo stagno stesso, i suoi pensieri le forme colorate,

i ricordi eccentrici di forme umane,
avvolte nelle loro sembianze, curiosamente affollate,

in una sorta di agiatezza totale, tutti i primi
e tutti gli ultimi colori soggetti nella rêverie

a un grandioso innato, una luce innata,
il sole di Nietzsche che dorava lo stagno,

sì: dorava le manie che come sciami
si rivolgevano in perpetua rivoluzione…

Lenin sulla panchina presso un lago disturbava
i cigni. Non era un uomo da cigni.

La posizione del corpo e lo sguardo non erano
intonati. Le scarpe, i vestiti, il cappello

si adattavano alla decadenza di quei silenzi,
in cui sedeva. Tutti i cocchi annegarono. I cigni

muovevano sull’acqua sepolta dove giacevano.
Lenin prese di tasca del pane, lo sparpagliò…

I cigni fuggirono verso più remoti siti,
come se conoscessero lontani lidi, e furono

dissolti. Le distanze di spazio e tempo erano tutt’uno
e il cigno lontano era un cigno futuro.

L’occhio di Lenin trattenne le forme lontane.
La sua mente sollevò su, annegò giù, i cocchi.

E siti, lidi, le future regioni divennero
un solo pensiero di apocalittiche legioni.


V

Se il sembrare è descrizione senza luogo,
l’universo dello spirito, allora un giorno d’estate

persino la sembianza di un giorno d’estate,
è descrizione senza luogo. È un senso

al quale riferiamo l’esperienza, un conoscere
in incognito, la colonna nel deserto,

su cui la colomba posa. La descrizione
è composta di una vista indifferente all’occhio.

È un’aspettativa, un desiderio,
una palma che sorge al di là del mare,

un poco diversa dalla realtà:
la differenza che apportiamo a quel che vediamo

e i nostri memoriali di quella differenza,
spruzzi particolari brillanti dal cielo.

Il futuro è descrizione senza luogo,
il predicato categorico, l’arco.

È una luce di stelle vizza che ringiovanisce,
in cui le stelle sono pianeti del mattino, freschi

nelle descrizioni più brillanti del nuovo giorno,
prima che venga la giusta anticipazione

delle creature appropriate, giubilanti,
le forme che sono attente nell’aria fina.

VI

La descrizione è rivelazione. Non è
la cosa descritta, né falso facsimile.

È una cosa artificiale che esiste,
nel suo proprio sembrare, pacificamente visibile,

ma non proprio il doppio delle nostre vite,
più intensa di qualsiasi vita vera,

un testo che dovremmo nascere per leggere,
più esplicito dell’esperienza del sole

e della luna, il libro della riconciliazione,
libro di un concetto possibile solo

nella descrizione, canone in sé centrale,
nella tesi del Giovanni più fecondo.


VII

Dunque la teoria della descrizione conta soprattutto.
È teoria della parola per coloro

per cui la parola è la creazione del mondo,
il mondo ronzante e il firmamento balbettante.

È un mondo di parola da cima a fondo,
in cui nulla di solido è solidamente se stesso.

Così gli uomini creano il proprio parlare: il rigido
hidalgo vive nel carattere montuoso del suo parlare;

e in quello specchio montuoso la Spagna acquista
la conoscenza della Spagna e del cappello dell’hidalgo,

una sembianza dello spagnolo, uno stile di vita,
l’invenzione di una nazione in una frase,

in una descrizione consacrata nel cavo chiaro,
l’artefice di soggetti mezzi in ombra.

Conta, perché tutto ciò che diciamo
del passato è descrizione senza luogo, una gettata

dell’immaginazione, fatta nel suono;
e perché ciò che diciamo del futuro deve annunciare,

essere vivo delle proprie sembianze, sembrare di essere
come i rubini infiammati da rubini fiammanti.

(traduzione di Massimo Bacigalupo)

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