PER “MEMORIE FLUVIALI”. Isabella Bignozzi

di Isabella Bignozzi

«Il necessario giorno / che ci fa apolidi, feriti / dal nostro impronunciabile // essere per sempre / senza essere stati mai»: la cifra della poesia di Isabella Bignozzi, qui alla sua seconda prova dopo Le stelle di Rabbath, è già evidente: un’autenticità fragile e spinosa, mai gridata; una parola empatica, acuminata, che tende all’ascesi. I suoi versi cercano una grazia che redima dal dolore del vivente e lasciano trapelare una costante dolcezza attraverso la quale lenire tutte le ferite. Potremmo parlare di una trepidante, ostinata affabulazione, di una commossa ricerca di salvezza: «fruga nel cuore / con disciplina / il corpo divaricato / nello strazio // d’essere soli / con le cose / nel giorno muto / che grida di bianco».

La poesia di questo libro appare come un unico lied musicale (che rimanda a Mahler più che a Schubert), una preghiera rivolta a nessuno e a qualcuno, delicata nella struttura ma inflessibile nella sintassi: «aiutami / avrò la perizia dell’acqua / l’abbraccio che teneramente monda, benedice». La musica delle parole sorregge l’urto del dolore interno che viene poeticamente narrato. La sua forza propulsiva è questo interno baricentro d’acciaio che regge il filo della voce, come se una sottile scultura di vetro ospitasse il divampare barocco di un fuoco incontenibile. Isabella Bignozzi è poeta tutt’altro che inconsapevole della sua energia immaginale: «chiodi di baci ai polsi / sotto le palpebre / il cortometraggio / di un’estasi ostinata». L’apparente timidezza della voce non è vaga irresolutezza ma “estasi ostinata”, tensione dello sguardo, “polena intarsiata al naufragio”. Domina uno stile lirico ma esatto, come un ventaglio fitto di immagini che “ricama” la ferita a cui da’ voce, ma con spine improvvise: «pullula / sfranto / (amigdale sorelle disvelano) / l’archivio // di trasparenze / e grida calate in gola // su tutto / duole / uno smarrito / antichissimo cercarsi».

Anche il registro lessicale, che alterna versi lunghi e drammatici a versi di una francescana brevità, ci mostra che le singole poesie sono i tempi di una complessa suite musicale, di una cantata insieme sacra e profana, come in certe aperture liriche di Bela Bartòk. Scrive Elias Canetti: «Guardarsi da ogni parola spiegata. Tacere, tacere e respirare, respirare l’incomprensibile». Bignozzi non spiega, ovviamente, le sue parole: le dispiega, si mette in sintonia con il male delle cose, auspica il bene del cosmo.

Osserva Pasquale di Palmo, direttore della collana “Insetti” in cui appare questo libro: «Isabella Bignozzi approda alla sua seconda raccolta, pervasa di un’empatia quasi ascetica per una parola mai esibita, mai gridata, ma che si manifesta con delicatezza, con discrezione, scandendo momenti epifanici che non disdegnano il mormorio della preghiera, una fissità metafisica che risale verso voci mitiche spesso divergenti – da Celan a Cristina Campo -. Il suo «quaderno di spine» si configura come uno strumento atto alla registrazione di un journal atipico e rigoroso, in cui è possibile coniugare termini carpiti al linguaggio quotidiano con quelli derivanti dal suo apprendistato scientifico». Sottolineo, con Pasquale, il “quaderno di spine” che questo libro ci mostra: «terrò le parole senza architettura / le mie crepate travi / solo per il fuoco e per la notte.». Solo in apparenza senza architettura: le parole intarsiate da Isabella sono amorose, affrante, ma precise: «Le frasi dette / i gesti delle mani / lasciano memoria nell’aria / come traiettorie aeronautiche / rotte alata / a calcolo numerico». Leggendo questo libro si può essere rapiti dalla musicalità di certi accenti per essere, subito dopo, feriti da versi che dissezionano, come in un referto tecnico o autoptico, le sensazioni più intime.

Scrive Giorgio Galli: «Eppure questo dolore del tutto è reso in forme di consapevole levità, con vocaboli di ustionante dolcezza. La parola di Isabella è parola schiva, parola di selvaggio pudore, che non vuole aggiungere altre ferite, che non vuole sommare il suo dolore al dolore del mondo. Su tutto prevale una cura del creato che è cura materna, salvatrice: come una madre del figlio, Isabella vuole il bene del cosmo, e non s’abbandona mai alla disperazione. Nel suo codice espressivo non troviamo posto per il tetro e l’informe». Isabella, che è poeta, medico, ma anche voce critica della poesia contemporanea, ci porta in un mondo dove la complessità delle immagini è lavorìo estenuato sulle emozioni: «ora ritiri il petto / nascondi le mani // ti eclissi come hanno fatto gli dèi».

Isabella scrive sull’eco di una certa scrittura, austera, imperdonabile, solitaria, che fu di Cristina Campo, che qui vorrei citare: «vi sono ore, momenti… Come stasera questo andante di Mozart, che sa tutto e dice tutto – quello che non vorremmo fosse saputo e detto – e per avere meglio ragione di noi lo dice con la dolcezza di chi ha accettato per tutti… Ho visto una strada meravigliosa, oggi. Tutta bruna – un silenzio come a San Leonardo – due alti muri musicali e oltre i muri (oltre i giardini, forse) leggere altane e campanili. A pochi passi ruggiva la città. A un tratto, in una curva del muro, s’è alzato un albero azzurro – grande come un castagno, ma tutto pieno, tutto limpido, di bocci color del mare. Come la musica, l’albero – una stupenda, inesorabile rassegnazione. Che senso ha tutto questo?». Nessuno, naturalmente. Se non il fatto che, comunque, la bellezza, nella sua complessa semplicità, resiste: «sapranno di te / stringeranno l’acqua // nel palmo / i mai arresi, i pazzi / gli acrobati / del tempo».

Il volume di Isabella Bignozzi si suddivide in tre parti, Il dovere della cura, Passo d’addio, L’amore degli uomini, e si conclude con una prosa “Il peso tuo buono”. Queste le ultime parole del libro: «Vorrei una sfera perfetta, parola abitata, stanza di bene. Se solo fossero la mia e la tua mano, disciolte in ritorno, vicine nel sole». Ma questo sentimento amoroso di accordo arriva dopo un viaggio complicato e straziato, nel corpo e nella mente: «la tenerezza che era un equivoco / la tenerezza cara sul tavolo / errato il calcolo aperta la cassa // dal bisogno il cuore diamo accordiamo». E ancora: «su pinza l’ago pronto ricurvo / ferita lacerti ventricoli aperti / la compartimentazione / bianco pulsare dei corpi la carne / dissanguato livido grumo sul tavolo». Un libro come Memorie fluviali rispecchia alla lettera il suo titolo: il fiume, il “Tevere sacro scamandro” fluisce, irrompe, trova e rompe argini, con la materia del corpo, l’estasi della mente, le incursioni del cuore. Il poeta, che è anche medico, cura la carne, trova la sua voce, guarisce, impara: «curvi sui corpi faremo inventario degli organi / sapremo fluire come delta che divarica e dissolve // ma ora, il capo chino sul fiume, in branco / senza distici né abbandoni / beviamo iI cuore l’un l’altro dallo sterno / abbiamo poche ore ancora / per reimparare a fare vita».

(M.E.)

**

Le leggi dell’acqua

Il battere della pioggia sul vetro

foresta svelata intima foresta

la notte nel modo più indifeso, la fronte in disparte,

la discesa nella rotta, in bilico,

le gambe piegate nella legge dell’acqua,

stelle nel nero il fuoco

il dolore di una musica piano

una sospensione vuota di sonno e di affetto

ti scrivo fragile di parole senza vergogna

fedele di tenero estremo amore

*Tutti I versi sono tratti da: Isabella Bignozzi, Memorie fluviali, Gli insetti, MC edizioni, 2022.

Isabella Bignozzi

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