PER “LE FORME DELL’ARIA”. Danila Boggiano

Da Lui-T’ung’Szu,1263 a Samuel Beckett, dalla preghiera dentro una roccia scura, in fuga dalla neve appena caduta -o lì l’ha portata il tempo?- e dall’angoscia che provoca la sua definizione tra le cose, al rammarico che nella messinscena di Godot riguarda il melo, opera dello scultore-pittore-incisore Alberto Giacometti che, benchè scarno, è ritenuto ancora troppo bello, ancora troppo segno di passione e di vita e di morte. Ancora troppo umano, quel melo, suggerisce Marco a Samuel -o Samuel a Marco-, sarebbe bastato un niente ben illuminato.

Tuttavia, come sottrarsi compiutamente alla definizione della neve, al gioco tra il bianco e il nero che implica la scelta, e alla suggestione di quel melo che, così scarnificato, evoca proprio per negazione, la pienezza della sua forma e proclama nell’aria rotondo e pieno il suo nome?

Non se ne esce, non se ne esce.

Si sta nel cerchio, e in qualsiasi punto lo si colga, sempre appare il muro. Eppure quel muro va illuminato, come nella caverna le cose, perchè la neve è infine bella e buona, e il melo lascia nel vuoto dei rami una memoria tenera di luce, come un gesto sospeso, un velo che esige lo sguardo.

Ecco il senso, platonico-mistico, del “discorso” che accade su queste pagine, una necessità di svelamento nei confronti dell’aria, di quel punto soprattutto in cui in ogni istante tentiamo il nascondimento, la misura conveniente della tana, l’illusione del punto fermo che ci faccia da puntello.

Eppure, come abbiamo ben appreso, solo il frammento, la crepa, la cosa imperfetta, possono puntellare le rovine della nostra terra desolata, solo l’assenza permette di ritagliare almeno lacerti di presenza che non siano suscettibili di tradimenti. E allora consideriamolo-sì, chiamando a testimonianza le stelle-questo mondo, a testa in giù, grati alla sete che ci dice l’acqua e a quel punto estremo di follia che è saggezza divina, come ci illumina dall’alto della sua mente-diamante Emily Dickinson. Prendiamolo il Tempo e, seguendo l’insegnamento di Marco-l’alchimista nei suoi scritti apocrifi, versiamolo nell’alambicco della pagina bianca, e tentiamo l’oro, schiudiamo tane, richiamiamo i morti, riscriviamo il loro destino, lì in quel punto impossibile da cogliere e da dire in cui Atropo nega il senso del filo e ancora e ancora con il nostro filo allestiamo il gioco.

Certo, si sta tra “rocce aguzze e ossa bianche” come in un dipinto di Seghers, si teme la ferita di “ogni cosa acuminata” e si sogna la dolcezza della curva con Borromini, si danza con William Blake tra l’opera “A” e l’opera “Z”, tra il diluvio e il paradiso, tra il diabolico, ciò che inizia e divide e ciò che ci è stato allestito attorno e resta -quante risposte dalle etimologie- si soffre la minaccia dei sassi neri che incombono sul letto di Osvaldo Licini, si va coraggiosamente, come a renderle innocue, incontro alle figure mostruose della fotografa Diane Arbus, si soffre l’angoscia della camera fluttuante di Vincent, ci si fa comprimere dalla realtà nelle forme d’aria di Giacometti e ci si fa per lui sottili come a sottrarre succulenti bocconi alla morte ma… si sale, o si scende, il caos è disperante e incantevole e l’aria va in cerca di forme come la pagina di segni, segni-cosmetici a stabilire una parvenza di ordine nel Cosmo.

Così, per tutta quella vita-morte con cui i colori di Vincent ci assediano, per la malinconia di quell’asciugamano appeso, eppure lì caldo di gesti, e per la stra-vaganza tutta del gioco che ci riguarda e di cui questo libro si fa interprete, inseguiamo l’oro, cerchiamo di realizzare la nostra personale opera al rosso -come lo Zenone di Yourcenar- e, come ci suggerisce Marco nel suo correre qui e là nel Tempo-Pensiero, di guizzo in guizzo, attraverso i veli e le nebbie, nell’abbraccio tra il bianco e il nero, nella visione di quella roccia scura su cui sedeva Jung da bambino e lui era la pietra e la pietra era lui e lontano il timore, come una sorta di reciproca indegnità, a cui il testo dedicato a Giacometti invece rimanda.

Nel conforto della penultima parola di chi, pur temendo e tremando, ha declinato la luce su queste pagine e l’ha affidata, parola-luce, all’intenzione del vento incontro alle infinite ultime, è certo, di chi leggerà.

*Marco Ercolani, Le forme dell’aria, Gattomerlino edizioni, Roma, 2021.

Hercules Seghers
Vincent Van Gogh
Alberto Giacometti
August Sander
Diane Arbus
Danila Boggiano

Danila Boggiano è nata e vive a Sestri Levante, laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. Ha pubblicato Piccole foglie e sparse (San Marco dei Giustiniani 1997); La pazienza del tempo, (Sabatelli 1999); La tessitrice di vento (Le mani 2004); Amorosi sentieri (Bastogi 2008); Inconsapevole musa (San Marco dei Giustiniani 2010); Sibille (Oltre edizioni, 2020); In tenerezza declina il vento (San Marco dei Giustiniani, 2021).

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