AL FANTASTICO ABISSO. VEGLIA D’AUTUNNO. Silvio Raffo

Libro bizzarro e duplice, nel senso letterale del termine, questo doppio volume di Silvio Raffo che riunisce due raccolte diverse di poesia: Al fantastico abisso (Nomos edizioni, 2011) e Veglia d’autunno (Il cappellaio matto, 2016). Però, benché i libri siano due, Silvio Raffo è sempre se stesso, cioè uno. Come scrive Emily Dickinson: “Uno più Uno – fa Uno – | Due – si finisca di usarlo – | va bene per la scuola – | ma per la Scelta interiore – || Vita – soltanto – O Morte – | o l’Eternità – | di più – sarebbe troppo vasto | per la Capacità dell’Anima“.

Raffo, coerente con la sua musica arcaica, classica e derisoria insieme, fa germinare questi versi: “Io sono pur vivo, remoto / dal giorno, dal fuoco incalzante / che al cerchio del sole s’avviva”. Remoto al giorno attuale e all’epoca in cui vive, Silvio Raffo esprime con futile tragicità la sua insolente, caustica inappartenenza al proprio tempo. Con graziosa ma urticante clownerie difende l’indipendenza femminile e aggredisce l’ottusità maschile. Da traduttore e poeta, nella sua sprezzante e divertita unicità, insegue la cifra aliena di uno scrittore estraneo al suo secolo (o al suo millennio). La musicalità della rima e dell’endecasillabo, in poesia, e l’atmosfera suspence-horror, nei racconti gotici, fanno di lui un essere fantasmatico, un rigoroso e mai adulto performer, felice della sua esibita diversità, soddisfatto della sua capricciosa irriverenza, impermeabile a ogni tristezza umana perché posseduto da un’allegria metafisica.

Qui di seguito trascrivo alcuni versi tratti dal doppio volume:

Veglia d’autunno

**

(never mine)

Tutto quelo che ho fatto,

che ho scritto e che ho vissuto,

era obbedendo ad uno sconosciuto

démone che ogni mio passo guidava

ma nemmeno implorato si svelava.

Libero non fui mai, né fui mai solo,

provvisto d’ali per qualsiasi volo –

in me permane un’agra nostalgia

della vita, che non sentii mai mia.

*

(bella copia)

Se decidi di andartene dovrai

riordinare la casa per bene

sgombrare cantine e solai

di libri e vestiti. Strapiene

d’insulsi gingilli le stanze

e tele di ragni alle entrate

le bambole spettinate

sfinite dalle danze

Chi primo entrerà sarà schivo

di profanare il recinto?

Brancolerà furtivo

nel cieco labirinto?

Lascia in vista su stipi e scrivanie

in bella copia tutte le poesie

*

(ma tu…)

Non credere alla morte: è una finzione

della divinità che ti deride.

La vita è il suo rovescio: un’illusione

di una realtà che prima o poi ti uccide.

Credi in te, nel tuo mandala iridato,

nel pulviscolo atomico che prilla,

il Fuoco intatto e incontaminato

di cui sei la fantastica scintilla

*

(sweet winter)

Ci attende un dolce inverno che ogni male

dissolverà nel gelo dei tramonti –

per letto avremo lividi orizzonti

e la neve sarà nostro guanciale

Al fantastico abisso

**

…La tua vita, ricòrdalo, quel dono

negato anche agli dèi, l’eccelsa sorte

cui più d’un re sacrifica il suo trono –

tu l’hai già scritta, e così la tua morte…

*

La scrivesti assai prima di conoscere

le formule d’un fragile alfabeto –

quando fantasticai di rinascere

nel Sogno, senza limite o divieto

*

Quadro

Sono il San Giorgio che da Paolo Uccello

fu ritratto con ironia celeste

ma il mio Drago è speciale. Ha cento teste

ed altrettante vite. Ad ogni colpo

vibrato dalla lancia si contorce,

giace per qualche istante inanimato

Io gli taglio la testa, e orribilmente

un’altra gli s’innerva sul costato.

La principessa immobile, silente,

invecchia nel giardino diroccato

*

Iperspazio

In una prospettiva d’infiniti

che può valere il punto vacillante,

la linea deformata di un segmento

che non allena l’occhio alla Distanza,

che ignora il Vuoto e la Circonferenza?

*

L’Isola felice

Quella felicità di cui si dice

non sia di questo mondo, io l’ho trovata.

Altrove, appunto. L’Isola felice

sceglie da chi vuol esser visitata.

*

(Vanitas vanitatum)

Ci siamo consumati

in un affanno vano

distrutti e rinnovati

nel palmo di una mano

Fuoco fatuo d’inganni

nel vortice degli anni

Gioco futile e strano

come il travaglio umano

*

Gioia d’essere un’ombra senza nome

che scivola silente lungo il fiume

Gioia d’aver perso la parola,

di sfidare le tenebre da sola

Pavia, ottobre duemila

Silvio Raffo

*Silvio Raffo, romano di nascita e varesino di adozione. Poeta, narratore, drammaturgo, traduttore. Ha al suo attivo diversi libri di poesia (tra cui La ferita celeste, Al fantastico abisso, Il taccuino del recluso), romanzi (La voce della pietra, finalista Premio Strega 1997, da cui il film omonimo con Emilia Clarke), raccolte di racconti (Insidie celesti, Angelici delitti), traduzioni da poeti classici (Saffo, Catullo) e da una decina di autori e autrici anglosassoni (le sorelle Brontë, Branwell Brontë, Sara Teasdale, Christina Rossetti, Alfred Douglas, Dorothy Parker, Edna S.Vincent Millay, Wendy Cope, Emily Dickinson), nonché saggi (Lo schermo oscuro, Cinema noir e dintorni) e antologie (l’ultima, edita da Castelvecchi nel 2019, Muse del disincanto. Poesia italiana del Novecento, un’antologia critica).

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