UNA REALTA’ AUMENTATA. Rinaldo Caddeo

Fotografia di Chiara Romanini

«Ieri un’infermiera ha rotto uno specchio. Se un qualsiasi oggetto si frantuma la sua unità è irrecuperabile; ma se è uno specchio a frantumarsi le sue schegge continueranno, su scala ridotta o da prospettive abnormi, a riflettere. Le opere e le vite degli uomini sono uno specchio colto in quell’attimo: ogni scheggia è la certezza che nessun frammento rimanda a una distruzione definitiva ma a una visione polifonica del reale.» (Mai, p. 94).

Epitaffi senza la pretesa totalizzante di Edgar Lee Masters e a differenza dell’Antologia di Spoon River, attimi di vita più che sintesi in morte, biologia più che biografia, affidati, con una prosa cruda, affilata, diretta, vocata più che parlata, minuziose deflagrazioni, incise con tagli e rughe nel volto grigio dei legni delle esistenze, questi testi brevi, a volte brevissimi, (una pagina, mezza pagina), di Marco Ercolani sono le figurazioni di un tracollo, che diventano, messe in fila, l’una accanto all’altra, testimonianze epigrafiche di una visione polifonica del reale.

Voci spezzate, tranches de vie, squarci nel muro delle opacità e delle omertà che in un bagliore, in un grido, in un sussurro manifestano attimi di sogno, scatenano soprassalti di dormiveglia, tatuaggi dell’anima e del corpo, forme di nuvole spostate dal vento, patiboli, roghi. La vita, come nella Conclusione che non conclude di Uno, nessuno, centomila di Pirandello, esige di essere raccontata per attimi e scie: «Le biografie sono come le prove. Non servono. Nessuna vita va asfissiata in qualche archivio. Va raccontata, ma per attimi. Gli attimi sono scie. Il passo di un uomo. Il sapore di una ciliegia. L’odore dell’erba.» (Manner, p. 13).

Ercolani, letteratissimo autore di apocrifi di illustri maledetti, scrittori o artisti, e di voci di matti, qui dimostra un’attenzione e un’empatia speciale con gli attori del quotidiano vivere e non solo della cronaca nera. Vive e pulsa, in queste storie, forse incubi, una varia e multipla, sotterranea, dostoevskiana, ma non ancora seppellita, umanità: protagonisti di nera, killer non professionali, scienziati, sportivi, cantanti e pianisti famosi, ma soprattutto gente comune (casalinghe, impiegati, insegnanti, studenti, operai, pazzi, condannati a morte, sicari sconosciuti), malati immaginari, malati veri, carnefici e vittime.

Le loro forme di comunicazione si possono far risalire a conversazioni telefoniche, confessioni, lettere, pagine di diario, memorie, verbali, post. Ma in tutta questa pluralità di forme e modalità di scrittura, di linguaggi, di punti di vista e di ascolto, (di solito ma non sempre in prima persona), si coglie subito una discordia concors, una modulazione unitaria, derivante da un filtro coscienziale dell’autore (mi sono accaduti). Come dice la Premessa: «Questi racconti mi sono accaduti dal 1990 a oggi, e nel corso degli anni ne ho solo prosciugato e affinato la forma, mantenendo neutro il tono del linguaggio. Invenzioni, cronache, visioni, confessioni – fatti atroci di cui esseri fragili sono autori e vittime.» (p. 7).

A volte si tratta di trappole affabulatorie, bombe narrative a orologeria, congegni di funzionamento ironico, in cui le parti ruotano e si rovesciano nel corso della narrazione. In Graffio insignificante, il destinatario evocato, il caporale (Hitler?), cade vittima, come in Nella colonia penale di Kafka, della macchina da lui creata: viene graffiato, subisce il famigerato tatuaggio sull’avambraccio. In Inferno bianco, il capovolgimento avviene a metà circa del testo. Victor, l’aguzzino, viene ammanettato dalla sua vittima, Peter Fargo. In un ambiente selvaggio, è una prova della morte, (una lotta per la vita con i lupi che toglie le forze a Victor), a determinare la svolta: «Io prendo la chiave dalle sue tasche, mi libero dalle manette; poi, con le stesse manette, lo lego alla slitta. Risveglio i cani intorpiditi dal gelo, li carezzo, li invito a proseguire.» (p. 24). Anche qui, il lettore è catapultato in medias res. Non c’è una fine, non c’è un inizio. Come in un quadro di crypto-art, bastano poche pennellate, in un livido fondale, pochi fotogrammi, in rapida successione e con il consueto tono neutro, a fotografare una culminazione, mentre viene messo in moto un rovesciamento. In L’altra identità, il protagonista, un avvocato, dopo la morte del figlio, rapito e ucciso da un pedofilo in un parco (delitto di cui viene ritenuto responsabile, per negligenza, dalla moglie), finge il proprio suicidio e assume l’identità di un uomo, morto su di una panchina del Bois de Boulogne, un vagabondo, che gli assomiglia. Alla fine scopre di aver assunto l’identità del carnefice di suo figlio. Nel giro di poche righe, il cerchio si chiude: la vicenda pirandelliana diventa edipica ma di un Edipo all’incontrario, in cui non è il figlio, senza rendersene conto, ad uccidere il padre, ma è il padre, ripudiato dalla moglie, ad assumere, senza rendersene conto, l’identità di colui che ha ucciso il figlio. Ne La persona giusta, si raggiunge un apice di ambiguità: potrebbe essere il preciso referto dell’incontro di un assassino con il vendicat7ore (che lo va a trovare a casa) del suo assassinio o riportare il colloquio del protagonista di fronte alla propria immagine allo specchio o raccontare il delirio di un folle che parla con i propri fantasmi. E se fossero tutte e tre le cose insieme? È il lettore che viene provocato e costretto a ri-costruire i fatti, dare un senso al testo, decidere. Mancano univoche coordinate, quello che, in linguaggio giornalistico, si chiama lead, ovvero la regola delle 4 w: who, where, why, what. O meglio, ci sono ma sono innestate, nitidamente e ambiguamente, nelle domande. Il lead si svolge nel corso dello svolgimento del dramma, in forma interrogativa, con una sequenza concatenata e incalzante di domande. Il testo comincia con una domanda che apparecchia subito una situazione ad alta tensione: «Mi punti la pistola addosso?» (p.37). A cui seguono le domande: «Spalanchi la porta della mia stanza e punti l’arma contro di me? E dove vuoi spararmi? Alla faccia, alle gambe, al corpo? E perché? Stai tremando, gridi di dolore e di rabbia, sibili frasi insensate, appassionate. Le percepisco appena. Cerco di capire, ma sono anche stanco di capire. Cosa avrei fatto? Avrei ucciso tua moglie? Anna? E chi è Anna?». I protagonisti del dramma, la loro relazione reciproca, i loro mutevoli stati d’animo, sono disegnati e sviluppati con una collana di domande che sdipana una progressione di drammaticità e di sorpresa, dove sembrano essere gli incubi a farla da padroni e creare, (con una tonalità sempre più alla Borges che all’Artaud), la realtà: «potrei aver sognato di fracassare la testa di una donna e non ricordare il mio sogno, ma è impossibile. I sogni sono vari e misteriosi, come i pensieri. Ma tu potresti uccidermi per un sogno?» (pp. 37-38). Anche in questa narrazione, si verifica, inoltre, un capovolgimento ma non voglio sottrarre al lettore il gusto della scoperta.

La brevità, l’ambiguità, la dimensione onirica e/o delirante, poste fin dal titolo della raccolta, Storie, forse incubi, dove la realtà è sogno nella misura in cui il sogno crea la realtà, istituiscono una cifra linguistica e stilistica unici, insostituibili. Non si tratta tanto di epigrafi alla Spoon River o di una prova di stile o di una ennesima, gratuita sperimentazione letteraria, semmai di uno scavo nelle risorse della cronaca ovvero della vita di tutti i giorni e della lingua che dispiega e che porta in un’altra dimensione, una specie di realtà aumentata. La sorpresa e l’intensità drammatica non sono decurtate ma trattenute in gabbie di ferro, coese e necessitate, risultano resettate nel corso della narrazione e lievitate nella varietà delle situazioni.

Fotografia di Chiara Romanini
Rinaldo Caddeo

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