IL FILOSOFO. Emily Brontë

e altre poesie

(traduzione di Alfonso Guida)

III. IL FILOSOFO

Ne hai fin troppo del pensiero, filosofo.

Troppo a lungo hai sognato,

nel buio, in questa stanza desolata,

mentre il sole si va irraggiando.

Anima di assoluti spazi, quale triste ritornello

conclude, ancora una volta, le tue preoccupazioni?

Oh, per quelle volte in cui dormirò

senza identità.

E non importa se la pioggia potrà bagnarmi

o la neve coprirmi.

Nessun paradiso promesso, questi desideri selvaggi

potranno tutti o in parte esaudirsi;

nessun minaccioso inferno, con i suoi fuochi inestinguibili,

soggiogherà questa inestinguibile volontà.

Così ho detto, e lo ripeto;

fino alla mia morte lo dirò-

tre dei, dentro questa piccola cornice,

guerreggiano notte e giorno;

l’intero paradiso non potrebbe contenerli,

eppure essi sono contenuti in me;

e saranno in me finché avrò dimenticato

la mia presenza, la presenza della mia entità.

Oh, in un istante, quando nel mio petto

si saranno addentrate le loro lotte!

O quando non soffrirò più e avrò riposo

per tutto il giorno.

Ho visto uno spirito in piedi, un uomo,

dove tu eri fermo- un’ora fa,

e intorno ai suoi piedi correvano tre fiumi

di uguale profondità, di uguale movimento-

un fluire d’oro- e uno come il sangue;

e un altro sembrava di zaffiro e,

dove le loro acque torrenziali confluivano,

lì precipitava in un mare nero, d’inchiostro.

Lo spirito lanciava il suo sguardo fisso e abbagliante

giù, attraverso l’oscurità oceanica della notte,

poi, bruciando tutto con fiamme improvvise e vivide,

l’abisso felice scintillava, profondo, luminoso-

bianco come il sole, lontano, più lontano

delle sue sorgenti divise.

E anche per quello spirito, veggente,

ho vegliato e sofferto per tutta la vita.

L’ho portato nel paradiso, nell’inferno, nella terra e nell’aria

e ho cercato senza fine, sempre sbagliando,

ma ho visto quest’occhio glorioso

illuminare una volta le nuvole più selvagge di me,

non ho mai levato alto il mio grido vile

per smettere ogni pensiero, per porre fine al mio essere;

non ho mai chiesto di consacrarmi all’oblio

né di stringere la mano impaziente alla morte,

né ho implorato di mutare in un riposo privo di conoscenza

quest’anima sapiente, questo respiro vivo-

oh, lasciami morire- che questa lotta atroce

tra volontà e potenza possa finire;

e il bene conquistato e il male conquistatore

si perdano in un unico sonno.

Ottobre, 1845

Emily Jane Bronte

***

XIII. SIMPATIA

Non ci sarà disperazione

finché, ogni notte, nasceranno le stelle

e la sera verserà la sua rugiada silenziosa,

e il sole farà d’oro il mattino.

Non ci sarà disperazione- anche se

lacrime

cadranno giù, a fiumi:

non sono quanto di più amato

ruota, da sempre, intorno al tuo cuore?

Tu piangi, essi piangono, va così;

il vento si lamenta come te

e l’inverno lascia cadere il suo dolore

nella neve dove cadono le foglie d’autunno,

dove poi tornano alla vita e dal tuo destino il loro

non può essere diviso;

allora, mettiti in viaggio, se non allegro,

giammai col cuore spezzato.

***

XXI. IL VECCHIO STOICO

Ho creduto nella luce delle ricchezze

e ho riso per disdegnare l’amore;

ebbi desiderio di fama, ma fu un sogno

e svanì con la brughiera:

e se prego, la sola preghiera

che muove le mie labbra

è “Lascia che io sopporti il cuore

e dammi libertà”.

Sì, i miei giorni in corsa

sono vicini al traguardo,

nient’altro imploro che questo:

un’anima senza catene nella vita e nella morte

e che soffra con coraggio”.

I testi sono tratti da: Emily Brontë, The Complete Poems (compiled and edited by Clement Shorter), Pantianos Classics, first published 1908.

Alfonso Guida
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