SONETTO 155

Se non sopravviverai ai nostri giorni dolenti

io, già vecchio, imprigionato dalle geometrie del mondo,

ti invito a cedere ai rigori dell’ignoto inverno

per essere, fra le mille nature che avresti voluto,

la tua, senza disastro, che prodigiosa, disadorna

e fulgida nascerà in altre carni e altre doti,

perché ogni frammento di pelle, ogni scheggia d’osso,

ogni goccia d’acqua che regge la tua sostanza ora,

si trasfonda in altri vasi e là risuoni, inspiegabile.

Tu spera, ragazzo, in quelle vibrazioni migliori

e non patirai più la sorda eredità del mondo –

l’anonimo ronzio delle api nei tronchi putrefatti.

Viventi rimarremo, per legge dei nostri cuori,

contro la fissità delle pietre non arse dal fuoco.

**

*Questo apocrifo shakespeariano è tratto dal mio volume Vite dettate (Liber, 1994). Nasceva, allora, dal desiderio di ricordare Giovanni Maiello, mio paziente degli anni ottanta, tossicodipendente, magrissimo, i capelli ricciuti, che morì a 27 anni di Aids senza riconoscere più nessuno ma con cui avevamo parlato spesso di scrittura, soprattutto di Shakespeare, che amava più di ogni altro autore. Oggi, a oltre trent’anni di distanza dalla sua fine terrena, mi piace ricordarlo direttamente, come allora lo ricordai obliquamente sotto la maschera del suo amato William.

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