MICA PAZZO, MALLARME’. Jude Stefan

Mica pazzo, Mallarmé
di Jude Stefan

La “follia” (nessuna etimologia per la parola “folle”, un sacco che si gonfia e si sgonfia) mi ha attirato: le poesie dette “della follia” di Hölderlin, le più semplici, i testi di Artaud, considerato come “fuori-letteratura” – il solo ad avere scritto nella follia – ma per guardarmi da essa (la poesia, “un salvapazzia”) e d’altronde come non “cadere folle” di vita? La ragione è una follia addomesticata, regolata sui costumi dei nostri simili da imitare, un esercizio mentale destinato a “tenere” fino alla morte. E sarà dunque un’altra la “follia” di scrivere, particolarmente sensata benché vana: il poeta sa quello che fa.

Non può trattarsi, in questo rapporto, che di un malinteso o di una metafora: Hugo era un folle letterario, ovvero la poesia senza rime è prosa impazzita, diceva Kant, forse libera, sconvolta – le immagini surrealiste – o ancora la poesia attuale postmoderna ha capovolto il substrato pensiero/linguaggio rovesciandolo come un guanto: un “in-senso”, per nulla insensato. «Non vuole, no, dire nulla». La poesia si aggira a vuoto, si arriva alla fine del senso, (allora ci si ferma), non possono che restare delle frasi.

Il folle va di traverso

l’ombra cominciava soltanto dopo

Firenze verrà

*Il testo è tratto da “Poésie 1 le magazin de la poésie”. In Dossier: “Les poètes et la folie”, trimestriel, n. 15, septembre 1998, p. 64.

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