CORRISPONDENZA DA UN ANGOLO ALL’ALTRO. Ivanov, Gers’enzon

Corrispondenza da un angolo all’altro

di V.I. Ivanov e M.O. Gers’enzon

Titolo originale: Perepiska iz dvuch oglov, Alkonost, Peterburg, 1921

V.I. Ivanov e M.O. Gers’enzon, Corrispondenza da un angolo all’altro, a cura di Nilo Pucci, Aktis editrice, Piombino, 1991.

M.O. Gers’enzon
Vjaceslav Ivanov

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Dal 17 giugno al 19 luglio 1920, in una camera del Sanatorio per lavoratori dell’intelletto debilitati, al numero 3 del vicolo Neopalimovskij, a Mosca, si svolse una delle più celebri corrispondenze del nostro secolo: due intellettuali, un famoso poeta e uno storico della letteratura, si scambiano, nella diagonale della medesima stanza, da un angolo all’altro, dodici lettere, di cui qui offriamo uno stralcio.

***

IV

A V.I. Ivanov

La nostra corrispondenza, cominciata per caso, da un angolo all’altro, comincia ad interessarmi. Mi avete scritto la prima lettera, ricordate, mentre ero assente e, uscendo, l’avete lasciata sul mio tavolo, Ho scritto la risposta quando non eravate a casa. Ora scrivo davanti a voi, mentre in quieta meditazione tentate di spianare le ruvide pieghe secolari delle terzine dantesche, per adattarne l’immagine al verso russo. Scrivo perché il pensiero si organizza così più pienamente e si fa più nitido, come un suono nel silenzio. Dopo pranzo ci stenderemo ciascuno nel proprio letto, voi con un foglio, io con un libriccino rilegato in pelle, mi leggerete la vostra traduzione del Purgatorio, frutto del lavoro mattutino, io farò confronti e obiezioni, e di nuovo, come nei giorni passati, sarò inebriato del miele denso dei vostri versi, ma farò nuovamente anche la prova di quel senso di oppressione. Amico mio, cigno di Apollo! Perché nel quattordicesimo secolo il sentimento era così luminoso, il pensiero così fresco, la parola così essenziale, e perché mai i nostri sentimenti e pensieri sono così sbiaditi, il discorso come tramato di ragnatele? Voi avete definito esattamente la metafisica come un sistema di coazioni appena percepibili, ma io sto parlando d’altro, della nostra cultura nel suo insieme e dei più sottili vapori di cui essa ha impregnato l’intero tessuto dell’esistenza, non delle coazioni, ma delle tentazioni che corrompono, indeboliscono, deformano il nostro spirito….

Io non faccio il processo alla cultura, testimonio soltanto che essa mi soffoca. Mi balena dinanzi, come a Rousseau, uno stato beato, di piena libertà e leggerezza dello spirito, di paradisiaca noncuranza. Il troppo che so mi pesa, né ho acquisito questa conoscenza attraverso l‘esperienza della vita; essa è generale e estranea, proviene dagli avi più lontani; col fascino di una dimostrazione è penetrata nel mio intelletto e lo ha colmato. E proprio perché generale, impersonalmente provata, la sua evidenza mi gela l’anima. Le innumerevoli conoscenze, come milioni di fili indissolubili, mi hanno avviluppato in un cerchio; tutte senza volto, irrefutabili, inesorabili fino all’orrore. A cosa mi servono? La stragrande maggioranza di esse non mi serve affatto. Nell’amore e nella sofferenza non ne ho bisogno, né è per esse che arrivo a comprendere il mio destino negli errori fatali e nei progressi inattesi, e nell’ora della morte non mi ricorderò certo di loro. Come macerie, piuttosto, esse ingombrano il mio intelletto, in ogni momento della mia via pendono come una cortina polverosa fra me e la mia gioia, il mio dolore, ogni mio disegno […]

**

V

a M.O. Gers’enzon

Mio caro amico, ci troviamo nello stesso ambiente culturale. Come conviviamo nella medesima stanza, nella quale ciascuno occupa il suo angolo, ma una sola è l’ampia finestra e una la porta. Oltre a ciò ognuno di noi ha una propria casa, che entrambi volentieri cambieremmo con un’altra, sotto altro cielo. Il soggiorno nel medesimo ambiente non è lo stesso per tuti gli abitanti e per tutti gli ospiti. Nello stesso elemento nuotano una sostanza solubile e l’olio, crescono le alghe, i coralli e le perle, si muovono i pesci, la balena e il pesce volante, il delfino e l’anfibio, il pescatore di perle e il palombaro. Mi sembra – o dovrei dire anch’io è colpa dei miei occhi – che non concepiate l’appartenenza ad una cultura senza l’intima adesione ad essa. Penso invece che la coscienza possa essere interamente immanente alla cultura, ma possa esserlo anche in parte e in parte trascenderla […]

La vita in Dio è la vita reale, movimento cioè, accrescimento spirituale, scala celeste, strada montana. Basta mettersi in cammino, trovare il sentiero; il resto verrà da sé. Ciò che ci circonda si sposterà da solo, le voci si faranno lontane, si apriranno nuovi orizzonti. La porta verso la libertà è la stessa per tutti coloro che sono chiusi nel medesimo spazio ed è sempre aperta. Uno esce, un altro seguirà; tutti, forse, sfileranno fuori di essa. Senza la fede in Dio l’umanità non ritroverà la freschezza perduta […]

VI

Mio caro vicino, inutilmente tentate con allettanti esortazioni di farmi abbandonare il mio angolo per il vostro. Anche il vostro è un angolo, chiuso da pareti e senza libertà. Voi dite – basta solo che l’uomo di cultura si consegni alla fede e sarà sostanzialmente libero. Vi rispondo: in parte oberato dall’identità culturale egli è incapace di innalzarsi all’assoluto, ed anche se avesse la fede subirebbe la sorte di tutte le sue condizioni spirituali, sarebbe contaminata dalle riflessioni, deformata e infiacchita. Ripeto ciò che vi ho scritto l’ultima volta: la nostra coerenza non può trascendere la cultura se non in casi rari ed eccezionali. […]

Cosa voglio allora? Libertà di coscienza e di ricerca, la freschezza originaria dello spirito, per andare dove voglio, per strade non battute, sentieri non calpestati, prima di tutto perché ciò mi renderebbe allegro, e poi perché – chissà – potremmo trovare di più su nuove vie. Ma no! In realtà qui ci si annoia, come nel nostro sanatorio. Si desiderano prati e boschi. Io non desidero soltanto, credo fermamente, che sia così, diversamente da dove mi verrebbe questo sentimento? L’autenticità e la forza che lo connotano ne sono la garanzia. Gli uccelli sono derivati dai rettili come sapete; il mio sentimento è, come un tempo, il bruciore e il prurito sulle spalle degli anfibi al primo nascere delle ali. […]

Forse è stato necessario che l’uomo dalla libertà primordiale attraversasse un lungo periodo di disciplina, dogmi e leggi, per riuscire diverso a libertà nuova: forse è così. Ma guai alle generazioni alle quali è toccato in sorte quest’ultimo stadio: la strada della cultura. Essa si corrompe di dentro – lo si vede chiaramente – e pende a brandelli dallo spirito estenuato. Ignoro se la liberazione si compirà in tal modo, o proromperà come catastrofe, so per certo che non entrerò nella terra promessa, ma mi pare di trovarmi sul Monte Nebo, dal quale la vide Mosé. Né sono il solo a intravederla in una cortina di nebbia.

M. O. G.

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Michail Osipovic’ Gers’enzon. Filosofo e critico della letteratura russa (Kišinëv 1869 – Mosca1925), autore di studî su P. C̆aadev, gli slavofili, la “Mosca di Griboedov”, A. Pus̆kin, I. Turgenev, N. Ogarëv e gli idealisti russi. La sua particolare concezione della libera religione si evince dalla Perepiska iz dvuch uglov (“Corrispondenza da un angolo all’altro”, 1921), discussione filosofica che tocca tutti i problemi dell’intelligencija su un piano di umanità universale, scritta in collaborazione con V. J. Ivanov.

Vjačeslav Ivanovič Ivanov, Poeta e filosofo russo, nato a Mosca (1866-1949). Dopo avere studiato alle università di Mosca e di Berlino filologia e filosofia, visita quasi tutta l’Europa e soggiorna a lungo in Italia. Stabilitosi nel 1905 a Pietroburgo, raccolse intorno a sé buona parte del movimento simbolista, di cui divenne il più ascoltato teorico, collaborando alle riviste: Zolotoe runo (Il vello d’oro), Vesy (La bilancia), ApollonNovyj put′ (La nuova via), ecc. Durante la rivoluzione russa prese parte attiva alla ricostruzione culturale del paese. È stato autore di saggi e di poesie.

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