BREVIARIO DELLE ROVINE. Pasquale Di Palmo

Breviario delle rovine

di Pasquale di Palmo

Breviario delle rovine di Pasquale di Palmo (Medusa, Milano, 2021) è un’antologia dalle sue precedenti opere poetiche, ma come ogni antologia è un libro che appare nuovo all’interno del corpus poetico di oltre 35 anni di lavoro. Perché nuovo? Perché la necessaria sintesi di un’antologia personale propone direzioni diverse, e una spoliazione costante dei temi prediletti. Già, in questo caso, è indicativo il titolo che, nella sua perfetta icasticità, viene rafforzato dall’aura di sospensione scaturita dalla copertina stessa, con la fotografia del 1959 di Willy Ronis, Fondamenta nuove. Venezia.

Il libro è una selezione di poesie tratte da Horror lucis (Edizioni dell’erba, 1997), Ritorno a Sovana (Edizioni dell’Obliquo, 2002), Marine e sortilegi (Il Ponte del sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015), La carità (ivi, 2018) e Vertebrae (Edizioni dell’Obliquo, 2020, con illustrazioni di Giorgio Bertelli).

Breviario delle rovine disegna una figura eccentrica di poeta che, se volessimo citare un libro di Artaud, potrebbe assomigliare a un “poeta nero”, sprofondato nel “vuoto spaventoso” dei suoi giorni. Ma questa è una verità solo parziale. Il realismo sensibile e tragico di Di Palmo sposta la sua attenzione oltre il referto dell’angoscia, verso i corpi e le vite degli altri. «Ho l’età del vento e delle nuvole. / Ma è corteccia di platano / quest’emblema d’amore / che vecchia linfa ringiovanisce. / Ho colore di rami / intrecciati la mia chioma / se i giorni non rovesciano / contro il velo del cielo / radici acuminate di memoria» (L’età del vento). Queste “radici acuminate” sono il sismografo del suo “sentire” poetico, del suo commosso “vedere”. «Camminiamo in quel pulviscolo / attoniti tra geroglifici / scarabocchi prescrizioni, / nell’eco di un sonno da psicofarmaci, / ora bisbiglio d’aghi mentre fuori / non nevica non piove non annotta» (Visitando una mostra all’ex manicomio di Granzette). Essere testimone del mondo dei “sommersi” è caratteristica della pietas di Di Palmo: anche se restare “attoniti fra geroglifici” non significa rinunciare a capire quei segni misteriosi ma provare stupore nel tentare di farlo. Nella sezione La carità e altri motivi di ordinario funambolismo sfila un microcosmo di reietti e di disperati che turba e commuove per l’intensità reale e visionaria dei dettagli: «Se ti avesse incrociato Giacometti / in qualche fondamenta / in qualche calle / nel limbo degli anni Cinquanta / prima che io nascessi / ancora mi chiedo / (solo lui poteva vederti così) / deformando la tua immagine / in quella Femme / de Venise / che ha piedi smisurati e braccia / abbandonate lungo i fianchi (Giacometti).

Alberto Giacometti

Di Palmo, sia che descriva la morte del padre sia che dipinga in punta di penna ritratti di alienati o di malati, ci presenta la morte al “lavoro” proprio in certi accadimenti atroci e quotidiani. «L’avvocato non è in grado di precisarmi se i corpi / furono recuperati o se furono / apprestati inutili soccorsi. / Ricorda che in quei giorni l’acqua / scorreva come un cielo capovolto» (I giovani annegati del Tevere). Così il poeta compone il suo “breviario di rovine” con poesie-evocazioni, fotografie di esseri o paesaggi colti nella curva del loro sparire. La musica ferma e sommessa del suo linguaggio è la ferma volontà di descrivere una sofferenza indescrivibile: «non essere che spina / nella mutilazione del paesaggio». Il realismo di Di Palmo non è il surrealismo straziato e disarticolato dell’amato Artaud: è un dolore concentrato, composto, insanabile, che non cerca invettive furiose o aperture metafisiche ma struggenti, malinconiche descrizioni di esseri e di paesaggi, fissati nel suo “breviario di rovine” come in un eterno taccuino di dolore. «Parlare ai sassi, alle rovine. Parlare del degrado, della vita che diventa semrpe più invivibile. Una vita che non è più la nostra vita. Con gente che non si capisce, che si guarda in tralice,. Come se fossero tutti nemici. Come se non esistessero più alberi, nuvole. Come se tutto fosse appiattito, appianato, spaiato Schiacciato come quei fili d’erba sotto impalcature crollate. Polvere spazzatura detriti. Si cammina come sonnambuli sotto cieli di cartavelina. Parlando ai sassi, alle rovine». Da tutto il libro, forse da tutta la sua opera poetica, traspare in Di Palmo lo sguardo del bambino ferito, dell’innocente tradito dal penoso spettacolo della fine terrena «Ma ti erano sconosciuti / la saggezza e gli dèi. / Eri inconsapevole di morire / essendo inconsapevole di vivere» (Centro Alzheimer).

Giorgio Bertelli

Testi

Sotto le grandi nuvole di maggio

I

Ma questo camminare deve intendersi

come esercizio scaramantico

rivolto contro il paesaggio

incontro al paesaggio

silenzio che divora il suo silenzio.

II

Ruota di un vasto ingranaggio,

tu stesso devi perderti

sotto le grandi nuvole di maggio,

dissolverti in quel mutilo paesaggio.

III

Gioia e rovina

gli arti che mulinano

– unico tuo bene –

contro il vento della barena.

IV

Unico tuo bene

il volto rivolto

al vento che cancella un mondo aspro.

Niente esiste oltre al sole di diaspro.

V

Manuale del malessere

crolla il castello

delle vertebre.

Cammini con le scarpe di un morto.

VI

Tacita preghiera

rivolta alle erbe

alla polvere dei campi,

ai sentieri che riportano a casa.

Pasquale Di Palmo

La firma di Proust

Della sua seconda visita a Venezia

non si sa quasi niente.

Rimane solo una firma

nel registro degli avventori

dell’Isola degli Armeni.

Venne solo, senza la madre

che lo aveva accompagnato qualche mese prima.

Desiderava quel viaggio

sin da bambino,

quando la nonna gli regalò alcune

cartoline che riproducevano

i chiaroscuri del Tiziano, la Processione di Gentile Bellini.

Non tornò più in quel “cimitero di gioia”.

Resta un’immmagine

sfocata, in cui lo si vede

di profilo, bombetta in testa, simile a Charlot.

Sullo sfondo le bricole,

un cielo ottuso, un’emicrania da merlot.

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