L’INCENDIO. Rinaldo Caddeo

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I brevi testi narrativi raccolti ne L’incendio di Rinaldo Caddeo (Puntoacapo, 2021) sono esatti resoconti di minime apocalissi. Non esiste un solo io narrante. Esiste un noi collettivo. Si tratta, naturalmente, come è consuetudine di Caddeo, di racconti che rientrano nell’area del “fantastico”. Potremmo citare, fra i suoi precursori, James Ballard, che nei suoi racconti sovverte il quotidiano e ne ricava perturbanti metamorfosi. Ma l’autore, con poetica strategia narrativa, non narra delle storie. Dipana, addensa, svolge sequenze narrative, una simile all’altra, dove domina l’imminenza di disastri naturali o interiori. Non si affida e non confida in nessuna psicologia. Ogni racconto è un apologo metafisico che viene esposto con stile neutro, volutamente semplice, in netto contrasto con la materia narrata, che evoca atmosfere da fantascienza “interiore”. L’incendio è un trattato onirico personale, un atlante immaginario dove l’autore lascia fluttuare morbose fantasie da sparizione, che conducono alle cupe atmosfere di La nube purpurea di Matthew Shiel o Dissipatio H.G. di Guido Morselli. Come osserva attentamente Mauro Germani nella postfazione, L’altrove che è in noi: «Nei racconti di Caddeo i protagonisti hanno nomi bizzarri, non vengono descritti fisicamente, potrebbero essere tutti e nessuno, non vengono colti in momenti particolari, decisivi. Come se provenissero da altre storie rimaste a metà – forse perché impersonali e senza rilievo – essi sono ora chiamati a vivere ciò che mai si sarebbero aspettati. Ed eccoli, allora, smarriti, in balìa di eventi improvvisi, fuori da ogni logica normale e quotidiana, senza più riparo, assaliti da forze incontrollabili, che forse derivano proprio da loro stessi, dopo essere rimaste sopite per molto tempo».

Il libro si divide in sette sezioni: La minaccia, Luoghi, Ricerche e fughe, Scuola, La storia e il mito, Creature, Circostanze diffuse, ma inizia con un racconto, L’incendio, che fa da preludio e titolo al libro. Da quel racconto iniziale citiamo il finale: «Era lui, non c’è dubbio. Un incendio senza fiamma che prende forma senza un motivo, scoppia senza un innesco o un carburante. L’unica è starsene alla larga, dietro i muri della casa. Parte dalle dita delle mani. Poi si trasmette a tutto il corpo. Poi se ne va da quel corpo, passa a un altro. Attacca anche simultaneamente più corpi, altri li risparmia, senza una ragione, in un raggio di 20-50 metri. Arriva e svanisce, ma non si spegne. Si sposta di città in città, di quartiere in quartiere, di paese in paese. Le cose, invece, tutte le cose, rimangono intatte. Da dove viene? Che cosa è? A chi ne cade preda nulla viene risparmiato. Persino i ricordi, Nulla, tranne paura e dolore».

Non sfuggirà l’estrema malinconia dell’autore, che sa di scrivere un libro ironico, ludico, sarcastico, ma tragico e senza scampo. Salvando gli oggetti liquida l’uomo con fulminante esattezza, affidandogli un ruolo di mediocre superstite. Né sfuggirà lo stile neutro, paratattico, debitore della sua vena aforistica. Come avrebbe potuto, Caddeo, restituire un clima di sospensione gotica, in tutte le sue storie, se lo stile fosse stato troppo enfatico, troppo presente? Si sarebbe disgregato il senso del libro, che emerge proprio dalla pacatezza elencatoria con cui descrive ogni catastrofe, ogni inabissamento, ogni paura: e da questa lentezza ipnotica attinge la sua limpida e semplice forza da cronista di allucinazioni. Caddeo, a voce bassa, accumula visioni, in un clima buzzatiano soft ma persistente. Attira il lettore, con prudente sarcasmo, in una spirale di dolori inenarrabili, dove i temi sfiorano il mito, il linguaggio, la storia, e le povere figure umane, disperse in un vago paesaggio minaccioso, appaiono perturbanti, ansiose, perturbate. Allo scrittore piace il tono ironico e spiazzante delle sue storie inevitabili, e si permette un finale tragico ma in sordina, un divertissement scopertamente autobiografico: «Deve incamminarsi, deve andare, lo aspettano, non indossa più i vecchi vestiti, non è più da solo, finalmente si sente se stesso, è un uomo libero, ha un ruolo nella società, può dire quello che pensa, tutti lo conoscono e gli sorridono, è uscito dall’incantesimo in cui era piombato 69 anni fa, finalmente è ritornato nel suo tempo, nel 4000 A.C. o nel 40.000 dopo, finalmente… è morto». In questo libro innumerevoli sono viaggi e paesaggi, ma i protagonisti sembrano come immobilizzati nel gioco delle metamorfosi, come ne I sogni di Ulisse: «Giunta la vecchiaia, morta Penelope, partito Telemaco, Ulisse decise di partire con pochi coraggiosi, una dozzina. Una versione di questo viaggio l’ha formulata Dante nella Commedia, ma non è detto che sia definitiva». Tutto, ne L’incendio, appare come il gioco rigoroso e leggero di un’apocalisse sognata, senza ritorno.

Rinaldo Caddeo
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