GEMELLO CARNIVORO. Cristina Annino

Cristina Annino, Gemello carnivoro, Faenza, I quaderni del circolo degli artisti, 2001.

Cristina Annino

Se, come afferma Montale, «tutta la vita è una musica/ di sincopi», Cristina Annino realizza, nella sua poesia, delle sincopi misteriose e improvvise, che scuotono le regole della percezione con cortocircuiti, contorcimenti, trasalimenti. Non è, la sua, all’apparenza, una scrittura tragica, ma piuttosto funambolica e ironica, che stordisce per l’audacia delle analogie. Scrive Umberto Fiori: «Penso a un poeta che non fa poesie con le parole, che non progetta un’opera per poi ricorrere agli strumenti linguistici più adatti a realizzarla. Il suo fare ha piuttosto l’aspetto di un mettersi in ascolto, di un tenersi pronto ad accogliere la parola che suona giusta, che suona bene; […] la parola che gli è normale». Ciò che è «normale», in Annino, è questa poesia pericolosa, che slitta, ondeggia, sdrucciola sul ghiaccio delle parole, in apparenza inintellegibile, in realtà diagramma comprensibile di sussulti reali, simile a quelle registrazioni di un parlato interiore, subconscio, che cerca le sue parole, che tenta di ascoltarsi. Intriga, in Annino, la freschezza di questo vibratile ‘traumatizzare’ il linguaggio comune, mostrandolo dissociato e anomalo, ricco di corporeità e trasalimenti, fitto di invenzioni e aritmie che ricordano, ma lontanamente, il ‘pensiero laterale’ di Amelia Rosselli. «Gli mancavano le parole: poteva pensare sotto/ pelle, nella fascia/ cellulitica del no»; «Ho cavalcato/ le vanità anch’io, l’ho/ percorse a piedi, l’ho salvate dal/ fuoco e guardate in faccia. Poi l’ho/ appese fuori di casa». Le maschere sono appese ‘fuori’, simulacri pronti a essere maltrattati, introiettati, distorti dalla violenza del poiein. Walter Siti parla, per Annino, di «intelligenza-pallottola», differenziandola dall’«intelligenza-spada» e dall’«intelligenza-corazza» di cui scrive Walter Benjamin alludendo all’intelligenza leopardiana. Il funambolico alternarsi di immagini, in Cristina Annino, è il diagramma di un sentire che ammette il minimo di maschere, e non scherza affatto col linguaggio. La sua apparente surrealtà non è mai simbolica, aderisce come una ventosa alla materia scucita della psiche e del mondo. In sostanza, il poeta aderisce alle sue emozioni come a un materiale estraneo, come se non ci fosse una logica a spiegarle o un progetto a definirle. Annino si sente, da sempre, ai margini della storia della poesia contemporanea. Lei stessa è stata complice di questa rimozione, fedele fino all’ultimo a una poetica del déreglement percettivo, che non si piega a compromessi con l’io, con il reale, con le storie dei libri pubblicati, ma semmai tende a uno sdegnoso, ironico, testardo silenzio della mente. «Si deve essere/ esatti: quasi il foro ci stesse/ da un’eternità, e l’aria/ fosse olio, con distanza minima del caso»; «Sospiri d’elefante e la giungla dice/ no, si fa maciullare dai suoni?, in secco, sparisce/ dall’atlante; girando lui la chiave di casa come niente».

Cristina Annino

A ripensare il termine «funambolismo» verrebbe la voglia di inventarsi un volontario lapsus e scrivere «fumabolismo», intendendo come tale la capacità di restare funamboli di un linguaggio a cui non si aderisce mai come autorità costituita, invisibili a se stessi e agli altri, mimetizzati nell’intrico dei propri versi come dentro una cortina di fumo. Scrive Annino, in Curriculum: «…C’è un tempo in cui/ i miei organi, a stecche dieci, van sopra/ i vestiti e reggono l’urto dei venti da abbottonare./ Divento/ docile: amo le tombe surrealiste, i dada, i quadri/ neo, i palloni gonfiati. Svengo/ in gran pompa e non mi dispiace/ la gomma da masticare, il pesce a tavola, le/ amicizie. C’è il grano sotto il sole del grano./ Direbbe Gide». Qui Annino cede, ironicamente, a un parziale conformismo della percezione, ma la sua parola è pronunciata sempre con una grazia da sberleffo, bellicosa, ellittica, spiazzante e indispettita – una disforia che traversa la mente, morde la pagina, lascia interdetti. L’oggetto-poesia ha vibrato, sì, ma non si è lasciato catturare, «in bilico tra educazione e catastrofe». Annino si permette, da sempre, una reazione risentita e non conciliata con le parole del ‘comune linguaggio’, che si diverte a tagliuzzare con grottesca ferocia per ritrovare, alla fine, la propria vivente struttura verbale. «Ma/ ancora doveva ingoiare l’osso, fino al midollo, per alzarsi più sola, in piedi, e/ andare finalmente verso casa».

Una poesia, che non appartiene a quelle raccolte in questo libro, ha come titolo La casa del folle: «Entro piano nella casa del folle;/ non apro le persiane, non tolgo la polvere./Arrivo alla sua camera che ancora dorme/ nel mattino troppa aria per occhi/ di dolente marrone pallido. Guardo/ la nuca rigida e il corpo che non sente neppure il pigiama./ Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto/ ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,/ dal peso della gente./Cerco di non affollarlo di niente;/ il suo corpo vuoto è una/ stanza: sogni/ vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore./La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo/ al piede del suo letto come a una pianta/ ed entra dentro di me, dal folle, quasi/ fune elettrica, una bianca, stanca,/ atroce vitalità». Questa poesia ha qualcosa di straziato, di affettuoso, di stremato, è la confessione di un desiderio: farsi finalmente “allacciare”, mettere al riparo di una ‘casa’ versi folli, erranti, ubriachi. Annino, con sulfurea ironia, disincantata della sua stessa scrittura («non/ credendo più alla carnagione ansiosa/ dei libri»), soggiunge: «Ci vorrebbe/ il senso divino della febbre e la luce/ canina». Ma, alla fine, le conclusioni sono inevitabili. «…Tutto quel che siamo non evoca/ niente, scrive e basta/il senso d’un nome in fondo a dei libri». La vita è una ‘favola per idioti’, una strampalata commedia senza spettatori. «Fatto è: non mi sento degno di una tragedia./ Mai. / Classicamente dico me ne frego del/ perché e delle campane: poi della platea e/ del come….».

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vertigine e misura, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2008.

Cristina Annino (1941-2022)

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...