L’INTATTA COERENZA DELLO SGUARDO. Maria Nadotti

L’intatta coerenza dello sguardo di Maria Nadotti

© Maria Nadotti, Rostia Kunovsky, John Berger

Prova d’Artista Galerie Bordas San Marco 1994/b 30124 Venezia

http://www.galerie-bordas.com

La Galerie Bordas pubblica, in “Prova d’artista”, una originale e commovente plaquette, L’intatta coerenza dello sguardo, scritta da Maria Nadotti, in stretta collaborazione con Rostia Kunovsky e John Berger. È il diario del duplice sguardo di due artisti fotografati da Maria nell’atelier di Rostia, a Châtenay-Malabry, nei sobborghi meridionali di Parigi. Chi legge le parole e le immagini della plaquette è spettatore di un “lavoro in corso” dove si pensa e si respira pittura, nell’atmosfera di un dialogo che impone la necessità di dipingere e di parlare, con la promessa di non smettere mai né di dipingere né di parlare. «Si dipinge perché non si può non dipingere, perché dipingere è un modo di stare al mondo, di guardarlo, interrogarlo, coglierlo di sorpresa e lasciarsene cogliere di sorpresa. Incessantemente, ostinatamente, furiosamente. Senza fretta. Con tutto il tempo del mondo». Il tempo della pittura e del dialogo è palpabile, come se qui fosse in atto la performance di un’opera mai compiuta. Commenta Maria Nadotti: «”Il numero delle vite che entrano nella nostra è incalcolabile”, ha scritto John Berger. Oggi, tracciando con immagini fotografiche e parole questo breve ritratto dell’amicizia tra il pittore Rostia Kunovsky e il narratore John Berger, torno a pensare a quella frase, perché il suo senso mi appare più luminoso che mai: la vita individuale si dà perché in essa entrano, effimeri o per sempre, tanti tu/voi che danno all’io/noi un corpo e un tempo e un corpus di idee, pensieri, sentimenti, emozioni, passioni, ricordi, occasioni mancate, rimpianti. L’io bergeriano è però un continuum che prevede una serie infinita e talora impercettibile di sconfinamenti non solo umani. Siamo fatti delle opere e dei gesti altrui, ma anche della compagnia dei morti e dei non ancora nati, degli alberi, del cielo, delle montagne, degli animali, delle stanze in cui abitiamo, e della luce che tutto rivela. Siamo materia e anima immerse nella materia e nell’anima del mondo, a esse consustanziali. L’attività di sguardo e di ascolto di John Berger è stata forse una costante, instancabile verifica dell’impossibilità di disegnare una soglia tra ciò che siamo e ciò che di continuo diventiamo nella relazione con quanto ci circonda? Non è forse un non-io la soggettività fluida, porosa, non identitaria, di chi è dentro e fuori e lievemente a lato, pienamente qui e sempre altrove?».

L’intatta coerenza dello sguardo è un diario/dialogo a tre, come una sonata da camera a cui il lettore/spettatore partecipa, attivamente e poeticamente.

«Quel pomeriggio di giugno del 2015 – John morirà il 2 gennaio del 2017, diciotto mesi dopo – insieme ai lavori di Rostia e al suo modo straordinario di mostrarceli, mi incanto a guardare come John li guarda e come Rostia guarda John che li guarda. Di parole ne passano pochissime. Sembrano due muratori o due boscaioli al lavoro, comunicano col corpo, con gli occhi e con le mani, mezzi più veloci e meno ambigui delle parole. Non si fa così sui cantieri o nelle foreste quando si abbattono gli alberi? Nell’atelier di Rostia regna un silenzio assoluto, come se la voce fosse inaffidabile o troppo lenta rispetto all’attenzione che l’opera in corso richiede. Forse l’unico effetto acustico lo produco io, spostandomi per fotografare quel loro dialogo fatto di gesti e di occhiate e, di tanto in tanto, di uno dei grossi sospiri di John. Rostia sposta le sue tele, spesso molto grandi, come se fossero rami d’albero, ci cammina sopra, le calpesta, le fissa a un telaio ligneo con una pinzatrice che spara punti metallici con un rumore secco, sovrapponendole le une alle altre. Inevitabile pensare al feticismo mercantile delle gallerie, dei musei, dei collezionisti. Qui le opere sono corpi viventi, in trasformazione, esposte alla luce, al freddo, alla suola delle scarpe del loro autore, alla sua amorosa disattenzione, simile a quella di chi non tratta il proprio cane come se fosse un figlio. Non gli importa del loro valore e del loro nitore, ma della loro energia, della loro possibilità di continuare a evolvere e di farsi ascoltare».

Kostia Kunovsky

Un’arte che non domini uomini o paesaggi ma li reinventi, con un gesto fulmineo, come presenze aliene. Raccoglimento e meditazione, prima dell’esecuzione, come per il pittore zen: al momento dell’esecuzione, esserci: poi, dopo l’esecuzione, sparire. La figura dell’artista come lampo, nitido per il tempo esatto che serve all’opera per nascere: dopo, arrivi pure il buio. Non aver timore di essere fluidi; lasciare che l’opera, come un campo magnetico o uno spazio amoroso, parli più a sé stessa che all’autore, senza parate cromatiche o acrobazie formali. Caspar David Friedrich scrive: «Il pittore non deve ritrarre solo ciò che vede dinanzi a sé, ma ciò che vede dentro di sé. Se in sé non vede nulla, rinunzi a dipingere ciò che vede all’esterno. Altrimenti, i suoi quadri somiglieranno a dei paraventi dietro ai quali ci si aspetta di trovare dei malati o dei morti». Maria, Kostia, John, agiscono in un luogo imperturbato, segreto, preservato dalla distruzione e dal malinteso.

«il titolo delle opere cui Rostia sta lavorando nel 2015, si può leggere in due modi: No Where, in nessun dove, da nessuna parte, ma anche Now Here, adesso qui. In fondo alla serie c’è il paradiso. Il groviglio di case/finestre accatastate – non sappiamo se piene o vuote, in attesa della catastrofe o
residuo di un’apocalisse avvenuta – è sfiorato, accarezzato, lambito da un intreccio di rami verdeggianti. Il cielo non è fatto di nuvole, ma di una tessitura di foglie. Tra il sopra e il sotto c’è una cortina vegetale che, ribaltando i piani spaziali e temporali, suggerisce che le rovine non sono il passato ma l’a venire. L’angelo di Benjamin è all’opera».

Concludo ancora con queste parole di Maria Nadotti, amorose ed esatte, sulla figura molteplice di Berger: «Celebre in tutto il mondo per le tante e varie opere di cui è autore – romanzi, saggi, racconti, sceneggiature cinematografiche, pièces teatrali, articoli giornalistici, inchieste sociali – e per l’ampiezza dei suoi interessi e dei campi disciplinari frequentati – arte, letteratura, storia, sociologia, filosofia, economia, scienze, fotografia, cinema, teatro, antropologia… –, John Berger non si lascia ingabbiare facilmente in una definizione. In tanti hanno provato a attribuirgli un sapere specialistico prevalente sugli altri o a liquidarlo con l’appellativo non sempre benevolo di eclettico, una formula che spesso si accompagna difensivamente all’accusa di dilettantismo. E ogni volta il critico, il recensore, l’accademico di turno hanno dovuto prendere atto che per questo scrittore/pensatore/artista anomalo nessun sapere è tale se non nell’intreccio con gli altri saperi, con l’uso critico, consapevole, vigilante che se ne riesce a fare, e soprattutto con l’esperienza concreta e la coscienza politica […]. Berger del resto ha detto spesso di sé di considerarsi semplicemente uno storyteller, un narratore nel senso benjaminiano del termine, un passeur, un traghettatore o trasportatore di storie per il quale la scrittura di un romanzo o di un pezzo giornalistico si differenzia solo per via del mezzo usato».

John Berger

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