ESSERE E NON ESSERE

Modo Infoshop – fotocopie 34

Bologna, dicembre 2021

Prendersi cura

Non hai il compito di rassicurare nessuno ma devi prenderti cura del nulla che vedi davanti e dietro di te. Costruisci il tuo ordine a partire dal disordinato e oscuro confine che sorvegli senza uno scopo apparente – il confine dove la parola non trova conforto, logica, ruolo, vanità, ma è nudo esporsi nella pausa fra vita e morte, pronta a rinascere e a cancellarsi nell’abisso che la ospita. Se tutto è irraggiungibile, tutto deve essere raggiunto. Cerca la parola adeguata, non la migliore. Al non io, al silenzio perfetto, preferisci il ma io (essere contrario al mondo). Prediligi, fra le figure geometriche, l’ellisse. Non essendo un cerchio perfetto, prepara la nascita di un’altra forma. Träumerei, in lingua tedesca, significa sogno. Singolare, l’assonanza con la parola «trauma»: ogni trauma, in fondo, è come se fosse un sogno, che l’arte risveglia e descrive in stato di trance.

Sognare più vero

Le scritture che non obbediscono a definizioni compiute e si sottraggono a generi definiti come saggistica, poesia, narrativa, inventano deviazioni che indurranno a nuovi e inattesi ‘disaccordi’: viaggi inattuali nelle nostre personali eresie. Solo quando ogni logica viene a mancare ci accorgiamo che la luce del giorno non è mai compatta ma si dissolve nelle cose e le dissolve. Il progetto di queste scritture ‘al limite’ potrebbe racchiudersi in una frase di Friedrich Nietzsche: «Eppure […] una buona volta dobbiamo sognare più vero». Se l’arte è una forma delicata di esasperazione occorre praticarla contro ogni ovvietà, proprio per arricchire di un’ossessione personale tempi dominati da obbedienze collettive.

Temenos

Non essere schiavi di teorie e di persone. Ascoltare e ascoltarsi: non assentire al mondo come se ne fossimo solo gli specchi, ma vivere fuori dal mondo non per troppo tempo, solo per il tempo che decidiamo noi: la misura adeguata a costruirci un temenos interiore, una riserva sacra dove nessuno potrà entrare: una stanza con il nostro vento. Lì saremo difesi dall’oltraggio che il mondo attua sempre, società contro individuo, uomo contro uomo. Saremo noi, dopo, ad aprire la porta della stanza, non gli altri a forzarla. Un bambino può fantasticare solo all’interno di sé, cominciando ad erigere la sua fortezza interiore con la giusta dose di empatia e di equilibrio, e quell’intenso desiderio di bellezza che purifica da oscuri legami. La malattia non è sintomo da cui guarire, non è difetto o lacuna, ma lotta spasmodica contro l’ordine rigido del discorso.

La ricerca di un mondo perduto

La psichiatria non è una scienza ma la strategia di un viaggio nelle tenebre. Nel gennaio del 1889 Nietzsche è giudicato clinicamente pazzo. Le sue invettive filosofiche appaiono come anamnesi psichiatriche. In un aforisma di Aurora scrive: «Facciamo ancora un passo avanti: a tutti quegli uomini superiori che erano irresistibilmente attratti ad infrangere il giogo di una qualche eticità e a dare nuove leggi non restò nient’altro, se essi non erano realmente folli, che diventare pazzi o farsi passare per tali; e ciò vale in verità per i novatori in tutti i campi». Con Nietzsche il desiderio di essere folli entra nella storia della filosofia e la necessità di un pensare oltre, fuori dai bordi della ragione, diventa sostanza del pensiero. Ma chi sprofonda definitivamente nella malattia mentale rischia di perdere la fiamma della follia, di trovarne le braci carbonizzate negli archivi di una letteratura psichiatrica che ripete formule logore, riti assurdi, segni asfittici. L’idea del folle, se non viene spenta dall’uso prolungato degli psicofarmaci, è e resta quella di una chiesa incomparabile, dalle guglie altissime, che rende immune dai pensieri meschini degli altri: una cattedrale personale inscritta nei segreti di un sapere che niente ha in comune con gli altri saperi perché è un lampo che sconfina fuori dalle terre ragionevoli. Antonin Artaud scrive, nei suoi Cahiers de Rodez: «C’est la recherche d’un mond perdu / et que nulle langue humaine n’intègre». Lo scrittore francese parla di un mondo perduto, di una lingua che non può integrarsi a nulla. Le teorie antropologiche dello psichiatra Binswanger sono davvero diverse dalle parole del folle Artaud? Ogni uomo è alla ricerca di un mondo perduto e irriconciliabile. Chi resta Si inventano galassie parallele quando le proprie, in questo mondo, non sono neppure galassie ma gallerie strette, nodi condizionanti. L’arte nasce dall’impulso di sovvertire cose note, e in questa sovversione la follia è lo strumento di base. Senza follia ci sarebbe solo un mondo vuoto, asservito, senza fantasie. Ma la follia può guidare e trasformarci, quando è felice stravaganza, invenzione potente, passione dell’oltre; quando diventa sintomo ossessivo o compulsivo, inaridisce e blocca. Certe persone, povere, sconosciute, umiliate, non hanno fatto arte bei loro sgabuzzini con armoniosa tranquillità, da impiegati soddisfatti dei loro strumenti artistici, ma sempre ne sono state travolte e quindi hanno costruito cattedrali anomale, eretto grattacieli sbilenchi, inventato enciclopedie impossibili. L’arte è sempre un’esclusa, come scrive Quignard, e non compiace nessuno. Chi si immaginava la morte di Rothko? E quella di De Staël? Non erano, quei grandi pittori, veri ‘matti’, ma esseri umani consumati da una passione irrefrenabile. Ci si perde, per questo. E chi resta ha il dovere di testimoniarlo.

Rimbaud e Celine

«Di fronte a molti uomini parlai ad alta voce con un istante di una delle loro altre vite»: questa frase di Une saison en enfer trafigge da sempre. Rimbaud gioca con la necessità di essere le proprie vertigini, il pericolo di viversi oltre lo spazio e il pensiero. I calessi, i mostri, i misteri, le moschee, le officine, le pitture idiote, i titoli da vaudeville, sono «la patria d’ombra e di gorghi» che il poeta raggiunge, e da cui non si allontana. Con Une saison en enfer la lingua poetica è eternità che si ritrova e mare dissolto nel sole. Il sarcastico Rimbaud sposta le frontiere del noto in avanti, verso ciò che di inaccessibile e di sovversivo predispone per noi. Prepara scritture future, che prima di lui erano impensabili. Le rende possibili. L’uomo che scrive «credevo a tutti gli incantamenti» è lo stesso che scrive «Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza». Come pochi altri classici della poesia, Rimbaud non è leggibile in modo conclusivo. La sua incursione nel mondo della letteratura è una meteora disgregante, un’intrusione che disarticola domande e risposte, un furore freddo e grottesco che imbarazza la magia stessa della scrittura. Come accade con Céline. La sua feroce disubbidienza ai canoni del pensiero comune è attuale sempre. Se è vero che lo scrittore vendeva benissimo i suoi libri antiproustiani, sghembi e geniali, bombe verbali annidate nell’armonica bellezza della lingua francese, è altrettanto vero che, con la sua aria da iroso e debosciato clochard, curava gratis pazienti poverissimi. E lo faceva a bassa voce, senza i proclami antisemiti che torcevano la sua lingua massacrata dalle pause iperboliche, dai puntini di sospensione. Essere non come Rimbaud e Céline ma essere accanto a loro ci rassicura: perdersi è inevitabile, ma nella strada giusta.

Arthur Rimbaud
Louis-Ferdinand Céline

Sulla guarigione

Ogni mente costruisce con accuratezza il suo rifugio: per te assomiglia a un paesaggio nebbioso dove immagini rovine di luoghi arcaici, templi abbbandonate, strade in pietra, città di polvere. A queste rovine, vissute non come deserto assoluto ma come origine del dire, si ispira il tuo illegittimo sogno di resurrezione: scrivi di vite cancellate dal registro dei vivi perché, per un attimo, riprendano voce e dal vuoto tornino a parlare. Definire la vita? La vita è una menzogna. Tutti mentono. Si mente perché così si resta in vita e si uccide l’unica, letale verità. Rispetta la menzogna come le verità. Se non rispettassi le verità, come potresti mentire? Ma non rispettare la verità unica. Odia la morte assoluta. Trova un accordo su come mentire: lo trovò Hölderlin l’insano, nella torre di Tubinga. Possiamo non farlo noi, sani abitanti di comuni palazzi chiusi al rovinoso fluire delle cose, che il tempo ogni giorno rapisce? Chi, di noi, oserà scrivere il discorso definitivo sulla guarigione?

Saint Emilion

La scrittura: condanna e sconcertante salvezza, argine della lotta. Scrivere è mantenere reale, con ogni singola frase, un muro che si sta sgretolando. Premi la matita in un punto della carta, sempre lo stesso. Scrivi all’interno del foglio, lettera dietro lettera, sotterrando la scrittura nell’atto di scriverla, concentrando la tensione nello spazio di un punto. Insisti, continua, premi la punta più forte, buca la superficie. Il segno rompe la carta e mostra un vuoto che non appartiene ai fogli bianchi ma alla parola che lacera la carta e ne scaturisce fuori. Ieri uno scienziato non ha parlato dei buchi neri ma dei grandi muri bianchi che l’occhio umano frappone fra sé e il mondo. Forse sono quei muri, la memoria: quelle geometriche mura antiche, gli alberi limpidissimi, e là in alto l’abbagliante paese di Saint Emilion, con la chiesa paleolitica e le modernissime enoteche. Ecco lo stregante bagliore che plachi scrivendo, abbandonandoti. «È bellissima nella scrittura un’apparenza di trascuratezza, di sprezzatura, un abbandono, una quasi noncuranza. Questa è una delle specie della semplicità» scrive Giacomo Leopardi nello Zibaldone, il 27 luglio 1823.

Un ordine esatto non esiste

Non sai perché sei capitato in questa classe, quale ruolo ti sia stato affidato, cosa tu debba insegnare. Ti ritrovi degli appunti, per un ciclo di lezioni sull’equilibrio della mente. Scorri i titoli: Cattedrale sommersa, Arcipelago di voci. Ma non ne scegli nessuno. Non ricordi neppure quando hai iniziato a scrivere e a pensare queste lezioni. Ma ora sei qui, e allora inizia. Ma non dall’inizio. In tutte le lezioni non si comincia mai dall’inizio: finiresti per obbedire a uno schema, a un progetto, e ti annoieresti. Occorre imparare senza imparare. Se i temi sono quelli che riguardano le mancanze della mente, tu sei un testimone attendibile. Psichiatra ma anche no. Scrittore ma anche no. Ti occupi di estetica come un vagabondo di anomale bellezze. Di nessuna di queste arti sai l’ordine esatto. Perché un ordine esatto – mi concedi questa definizione assoluta – non esiste. Sonno e scrittura Se sarai abbandonato dalla creatura che ami, non ricordare le ore passate con lei: fanne un delirio, un racconto. Non qualcosa che ti trafigge con le spine dei dettagli reali ma l’evento favoloso di cui tu, in un modo o nell’altro, parlerai, come se non fossi chi soffre quell’intollerabile assenza ma chi descrive le cose bellissime vissute in tempi lontani da chissà chi. In ogni essere vivente abita una molteplicità di destini. Non soccombere a uno solo. Scrivi dentro tutte le tue maschere. La piena libertà è scrivere per nessuno, e a nessuno. Quando parli e sai che l’altro ha smesso di ascoltarti, l’unica soluzione è una musica che copra entrambe le vostre voci.Essere e non essere: questo è il segreto, in quei momenti: una scrittura così vicina al sonno da essere frammento di un sogno.

Lo spirito della musica

Baudelaire descrive la musica di Chopin come «mu sica leggera e appassionata che somiglia a un uccello variegato che volteggia sopra gli orrori di un abisso». Chopin arriva a scrivere, con la musica dei Notturni e dei Preludi quella che il pittore Nicolas de Staël definirà, secoli dopo, come «folgorazione dell’indecisione». Una simile indecisione possiede Alfred Cortot, che non esegue note precise ma grappoli di note, animato da una irrequietezza aerea, fallosa, appassionata. I Preludi di Chopin li eseguiva va in quella imperfezione piena di rubati e di echi, estranea al tocco di Gieseking. In certe Variazioni di Mozart, interpretate dal pianista lionese vissuto in Germania, la vibrazione del pianoforte è quasi assente. Il suo tocco genera suoni che tendono a sparire, asciutti e lontani, come apparizioni isolate. E a Glenn Gould, grande estimatore della complessa musica di Haydn, parte della musica di Mozart appare superficiale perché non utilizza tutta la profonda materia sonora di cui è prodigiosamente dotata. Dino Ciani, che morì a trentaquattro anni in un incidente d’auto alle quattro di notte nei dintorni di Roma, eseguì il repertorio pianistico fondamentale, dagli Studi di Chopin alle Variazioni Diabelli di Beethoven, come un ragazzo che scopre per la prima volta le sonorità vellutate e potenti dello strumento. Il suo coetaneo e amico, Maurizio Pollini, al confronto, era percussivo come Boulez. Ma Pollini, con l’incisione del 2005 dei Notturni, si avvicina all’amico e quasi lo supera, per ineffabilità, come se fosse entrato nel suo stesso regno trentun anni dopo. Arthur Schnabel, il massimo interprete delle sonate beethoveniane, esprime la loro vertigine restando scrupolosamente fedele alla scrittura dello spartito. Ma il suo tocco timbrico nasconde le geometrie di quelle pagine dentro un vortice sonoro accelerato. Nessun pianista consente una sola interpretazione: in quanto unica, sarebbe letale per lo spirito interno della musica che esegue.

Dino Ciani

Un’obbedienza cadaverica

Un giorno Adolf Eichmann disse: «Sono stato educato fin dai più teneri anni a una obbedienza cadaverica». Quando il presidente della corte gli chiese cosa volesse dire, Eichmann rispose: «È una espressione tedesca per dire fino alla morte». Obbedire come un puro, come un morto. Ma solo l’impuro è vivo. Una leggenda racconta che il ventottesimo patriarca del buddismo, Daruma, non riuscendo a mantenersi sveglio durante la meditazione, si tagliò le palpebre e da queste, cadute nella terra, nacque la pianta del tè, che appartiene alla specie delle magnolie. Pitagora, fissando lo sguardo in uno specchio d’acciaio, vi leggeva le immagini riflesse così come apparivano alla luna. Secondo David Hume, il mondo è l’abbozzo rudimentale di un dio infantile che lo abbandonò incompiuto. Ricorda bene: quella incompiutezza, Anders Breivik si rifiutò di sopportarla. Orgoglioso di avere ucciso settantasette persone e pentito per non averne uccise di più, Breivik è l’idea di un mondo che può essere purificato dalla violenza onnipotente di un uomo solo. Le vittime, considerate futuri sovversivi, non potranno più essere né sovversivi né vivi, nel suo personale universo. La strage compiuta senza rimorso è la riduzione del multiverso e delle sue risonanze allo schema privato di un’algida, mortale purezza

Parole vigili e attente

Di fronte a una scomparsa puoi tacere come urlare. Ma tacere dimenticando o gridare ricordando sono due sconfitte dello stesso segno. Sepolto il segreto, ti preservi dalla vita; bruciato il segreto, rischi la follia. La storia dei silenzi che la parola, nascendo, tradisce, è la storia dei cerchi che si allargano dall’acqua del fiume rivelando il tonfo del corpo. Non tanto il coraggio di dire quanto la necessità di non tacere, perché il silenzio sarebbe immediata preda dell’oppressore, del nemico che ordina, sceglie, sopprime. Occorre, per dire qualcosa, una nuova forma di silenzio, impastata di parole armate, vigili, attente.

La luce molteplice

«Quando tutti i terrestri vagano sotto il cielo, lo / guardano. Leggendo però, / quasi come / in una scrittura. // Felice chi trovò in vita / un ben assegnato destino. // Ma se la luce giunge molteplice, allora è la più innocente». Vedi questi versi su un foglio del tuo tavolo. Riconosci la tua calligrafia. Ricordavi di aver trascritto i versi di Hölderlin proprio su questo foglio, al centro della scrivania? Che grande ordine musicale, prima che perdesse la ragione! Una ferma solennità, nell’imminenza dell’apocalisse. Chi avrebbe previsto che sarebbe impazzito? Non tentare di commentare quei versi neppure a te stesso: sarebbe superfluo. L’inspiegabile non si spiega: lo si accoglie dentro di sé. Il mondo è informe. Interminabile. Il timbro di una parola dipende dal suo suono. Il significato vibra in modo diverso. Abissi nelle righe, nei fogli. Pensa alle figure del diluvio, ai turbini di Leonardo. Se almeno ricordassi chi sei veramente e il tuo nome avesse un senso, per te! Se tutto non fosse informe come questo pulviscolo di immagini…

Vedere e non-vedere

Lo sai da tempo, come lo so io. Peter Schlemihl vende la sua ombra al demonio e diventa infelice. L’uomo non può vivere senza la sua ombra e se ne accorge solo perdendola. Senza la sua immagine notturna, o muore o diventa demonio, vampiro, morto vivente. Ma il possesso delle forme visibili ha come contrappunto la ferita della cecità, il viaggio nel non-vedere. Orfeo, che con la magia del suo canto scende nell’Ade, si volta per vedere Euridice, ma così la perde e muore smembrato dalle Baccanti. Edipo, che vuole conoscere la verità, avendola vista si acceca con le sue mani. Atteone, che ha visto Diana nuda, viene trasformato in cervo e sbranato dai cani della sua muta. Linceo, la cui vista trapassa le cose, uccide Polluce e Castore uccide Linceo. Psiche, volendo vedere Amore, gli brucia una spalla con l’olio della lampada. Perseo mostra a Medusa uno specchio dove, vedendosi, Medusa muore pietrificata. La sola immagine che non muore, in questo viaggio fra vista e accecamento, la sola immagine a resistere è quella «spezzata» nell’acqua (fiume o sorgente o mare), immagine rifranta e inesauribile, simbolo indecifrabile che indica migliaia di apparenze non limitate da cornici consolanti. Se lo specchio in cui ti rifletti è immobile, non lo è l’acqua che scompone e increspa, trascina e disperde, portando l’immagine verso l’evanescenza o tornando opacità che nasconde l’abisso e sigilla i mutamenti, buia e stregante. L’unica risposta possibile, dopo l’armonia dell’immagine riflessa (lo specchio) e la dissonanza dell’immagine rifranta (la fonte d’acqua), è cedere alle vibrazioni del tema – le molteplici maschere dell’invisibile – senza dimenticare la melodia – la prova unica dello sguardo.

Fuggire da sé

L’uomo è creatura e non maschera. Vive, giorno dopo giorno, la necessità di fuggire se stesso. Malato, vuole guarire. Guarito, vuole ammalarsi. Immobile, tenta di correre. Canta, quando sembra tacere. A ciò che non sei, a ciò che non sai, dedichi da sempre ogni energia, come ai visi drappeggiati e ai corpi nascosti delle donne orientali che fotografi con accanita ostinazione da nove anni. Fotografare al buio, quando le immagini si sovrappongono, e rivederle poi di giorno, è esercizio di verità. Ti stupiresti nel sapere quante cose straordinarie nascono quando interrompi il filo dei pensieri e ti scopri diverso, nell’immagine che si rifrange libera nello specchio della stanza, o nell’occhio della sconosciuta che ti ama. Non difendere la tua solitaria verità. Guarda i tuoi piedi, fissa la tua ombra. C’è un modo per portare alla luce ciò che non lo sarà mai: il corpo a corpo con la tua ombra. Non ti resta che tirare il colpo decisivo dentro lo specchio. Così romperai il cristallo e finalmente saprai dove sei folle e dove sei sano. Non morire: ucciderti sarebbe perdere il flusso della vita di cui solo tu sei cavità e orecchio. Conserva quel flusso, anche se le lingue dell’uomo sono piene di inganni. Ma nelle lingue annaspano i corpi: la tua scrittura reale.

Eppure devi

Le vite altrui ti servono, finalmente, a non vedere la tua. Ma poi accade che, da vie oblique, da vicoli laterali, arrivi a percepirla. È una funesta fortuna, essere quasi invisibile: intonare l’elegia dei tuoi simili – individui impauriti, superflui, folli, sopraffatti, maniacali, desideranti, – e arrivare a scrivere qualcosa di realmente intollerabile, come in certi dettagli che solo Francis Bacon ha saputo dipingere. La presenza del nulla è la disseminazione interminabile dell’io in vite e destini. Come l’identità del mare, come l’impossibile elenco delle sue gocce in movimento. Trasfondere nella scrittura, nel suo inevitabile manierismo, la necessità di quel “fare arte di fronte alla morte” che l’imperscrutabile teatro di Kantor mostra con il massimo di maschere e il minimo di veli. La scrittura è atto di pietà per luoghi inaccessibili o pulsazioni segrete. Le opere aspirano sempre alla fine. Concepire un libro, anche se compiuto, come un abisso da varcare per scrivere il prossimo. Forse nessuno ha capito che un vero scrittore non ha mai scritto un libro. Nelle sue pagine si leggono cose non dette che avrebbe voluto dire e che non sono ancora scritte. La parola è molto più viva in quelle frasi che immagini piuttosto che in quelle che vedi. Ogni libro è l’ennesima variazione con cui tenti di definire il laboratorio dell’artista. La tua intima opera al nero – che resta al nero per tuo esplicito volere – è l’approssimativa definizione del crogiuolo di emozioni che non devono restare nell’inferno dell’inespresso ma scaturire nella scena del foglio con adeguato rigore. Questa «estetica notturna» ti avvicina al mondo dei folli. Questa ansia di «dicibilità diurna» alla ragione dei terapeuti. Assumendo diverse identità, consenti che il mondo non te ne riconosca nessuna. Continui a viaggiare nella durissima acqua col remo della scrittura. Ma la più assillante e ardente delle scritture non basta a sciogliere quel ghiaccio. Devi continuare, la penna sul foglio, a rigare di nero tutto questo bianco. C’è qualcosa di assurdo nell’innalzare, attraverso un lavoro di anni, riga dopo riga, case di parole, e preoccuparsi di costruirle come se dovessero resistere ai secoli, pur essendo consapevoli che rari lettori varcheranno quelle porte. Eppure. Eppure devi.

Orson Welles

Potente e reale

Del cinema ti piace che, dopo lo spettacolo, sia impossibile andare a trovare gli attori mentre si stanno struccando, consapevoli del ritorno alla vita quotidiana – la cena abituale, il sonno pesante, la scopata rituale – dopo un qualche spettacolo teatrale. Del cinema ti piace uscire subito dopo la parola «fine», senza applaudire nessun essere vivo, ma portandoti dietro il ricordo della storia vista come se fosse una storia reale, fatta di emozioni reali, iniettate nel tuo spirito dai fantasmi dello schermo. Marlène Dietrich fissa il cadavere del vecchio Quinlan galleggiare alla fine del film dentro un’acqua nerastra. La tua sensazione, potente e reale, è quella di essere circondato fuori campo, da una città nera, ostile, violenta, da cui la chiromante si nasconderà sparendo nel buio più assoluto, dopo l’ultima inquadratura sul corpo informe del Grande Poliziotto corrotto morto ammazzato – esattamente come tu ti nascondi dal giorno non
appena prendi sonno.

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