I PENATI. Alfonso Guida

«La solitudine è quieta, abituata

selvaticamente alla sottrazione.

Nera come un proiettile, infantile

come un ricordo – estate».

Inizio questa breve nota di lettura a I Penati, di Alfonso Guida (Gattogrigio editore, 2021), partendo dagli ultimi versi dell’ultima poesia del libro. La quieta solitudine del poeta, arroccato nel borgo nativo di S. Mauro Forte, in Lucania, è anche una selvaggia sottrazione al mondo: ma il nero proiettile della solitudine, simbolo di morte, si trasforma in ricordo infantile che sboccia nella parola “estate”. I Penati di Guida, i suoi numi tutelari, sono demoni di metamorfosi. La scrittura salva, senza mai salvare del tutto. Ma questo libro si libera da ogni influenza, letteraria, biografica, psicologica: è il primo libro della maturità di un poeta che, rotti gli specchi nelle stanze della psiche e nelle stanze della poesia, si ritrova nudo e solo con se stesso, senza identificarsi più in nulla. Scrive Franco Vitelli nella postfazione: «La poesia di Alfonso nasce e cresce vigorosamente in un misterioso processo di introiezione del reale che va a depositarsi in una coscienza, ricca di “fessure”, provocando cortocircuiti espressivi per cui la lingua va oltre il senso dell’ordinario». Cortocircuito è parola-chiave nell’universo di Guida. «La luce nelle voci / dei cani si dissolve sul crinale / come una botte, una moneta. È buio, / torno da lontano. Il paese stretto alle / corde del circo è fedele e felice / dei suoi cipressi reticenti ai secoli». Il realismo della scena si sostanzia di una visione in metamorfosi. Non ci sono limiti alle metafore, nella poesia di Alfonso, che coniuga ragione e follia, ma tutte riconducono al luogo di partenza. Scrive Novalis: «Dove stiamo andando? Sempre a casa». Così per Guida. Sempre in cammino verso i suoi Penati, che lo proteggono e lo proteggeranno, anche nella sua vigile vita di fantasma: «…se c’è da consegnarmi alla certezza / di essere almeno una cosa imprestata, / lo spettro, nel canto, del verso tolto». La poesia contemporanea, in questo verso, riassume la struggente potenza dell’indicibile. “Lo spettro del verso tolto” è il dolente viaggio verso il nulla che il poeta è sempre condannato a compiere, vagando e vagando ancora, con barocca vertigine, in “uno stordimento di impronte lasciate sul precipizio”.

**

Non è la morte

Non è la morte, ma ciò che vi tende.

Non è la morte, ma il sangue che, lucido,

s’imbizzarrisce come una bestemmia.

Non è la morte, ma uno stordimento

di impronte lasciate sul precipizio.

Non è la morte e, se vi corre a fiumi,

non è lei a piagare di giallo gli alberi,

di crateri le campagne ridenti.

Non è la morte, ma il tenue alfabeto

rissoso dei destini scomparsi, la

maniacalità giudiziosa e cruda

con cui ci si schiera da un lato solo,

bruciando orizzonti, in una compagine

di eclissi che, a sera, rompe le armonie.

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