L’OSSERVATORE DI MIRAGGI. Per Marco Locci

Marco Locci

L’arte del paradosso è la via maestra frequentata dalla pittura di Marco Locci (Rapallo, 1951-2015). Al solo enumerare i titoli delle sue opere sembra di entrare in un mondo minuzioso e favoloso, ricco di trucchi maliziosi e di innocenti sorprese da Wunderkammer, quella “camera delle meraviglie” che i collezionisti, dal Medioevo al Rinascimento, arricchivano con oggetti barocchi e stravaganti. Qualche titolo come esempio: I patanchi salgono in cielo, Balenaavela, L’urlo della terra, Il barattolo delle onde, L’una, L’urlo della terra, Onda grande, Polvere di polvere, Questo è un mare di sabbia. Lo spettatore si trova a osservare balene in volo, omini neri, piccoli cieli, falsi sassi, strambi tramonti, piroscafi che volteggiano nell’aria. È chiamato non solo a vedere gli strati delle nuvole, il nero di un’ombra, la luminescenza di un cielo, ma a leggere il quadro attraverso le parole del suo titolo, guidato dalle analogie delicate e surreali pensate dal pittore. Le ipotesi di volo con cui i favolosi Patanchi, strani omini neri che vivono sull’”orizzonte degli eventi”, al di là delle regole del tempo e dello spazio, popolano la scena manovrando balene dalla ampie vele in prossimità di vulcani in eruzione o torri babeliche, sono il black joke con cui il pittore seduce lo spettatore attirandolo nel suo universo parallelo, articolato, da artigiano paziente e visionario, con l’irriverenza infantile e felice di rifare il mondo a partire da un’idea. Echi di Klee, Magritte, Gnoli, non sono estranei alla sua poetica ma restano sullo sfondo. Inscindibile dal senso di questa “commedia” che da oltre trent’anni Locci allestisce nel suo atelier: è un pensiero scherzoso, che mette l’intero mondo tra parentesi, che sacrifica la tragedia delle passioni umane alla futile e folle felicità di un’idea. Allora lo scherzo diventa la seria avventura di un viaggiatore fantastico che è, in realtà, un nomade sedentario. Un uomo che potrebbe entrare nelle stanze vuote di una mostra, aprire lo scrigno con i minuscoli acquerelli suoi piccoli cieli, appenderli alla parete, oppure aprire il suo portapaesaggi portatile. Con la mente sempre a caccia di immagini strane, irriducibile flâneur di parole e di mari, di Patanchi e di cieli, Locci arriva a scherzare con i demoni più seri, a prendersi di gioco di loro, perché “tutto nel mondo è burla”, come canta Falstaff, e “l’uomo è nato burlon”. Ma anche burlador e burlado. Mettersi in gioco con la felicità demiurgica del suo minuscolo universo parallelo è una caratteristica irriverente del carattere di Locci pittore. Un’irriverenza che non vuole scavare dentro realtà intime o tragiche, ma che resta aderente alle maschere visibili dei suoi stessi incantesimi, allo stupor infantile di un gioco che mette in rapporto la mente con gli occhi. Ma prima c’è la mente.

Marco Locci
Marco Locci

Una delle frasi più felici di Locci è questa: “Io vendo tempo quando dipingo il mare o le nuvole o quant’altro, vi do’ il tempo che non avete e non volete avere o non cercate per poterlo osservare. Osservare è ciò che deve fare lo spettatore, non vedere. “Osservare l’orizzonte provoca miraggi”. Tutto non è mai quello che sembra. Locci trasforma oggetti e materiali. Ma dipinge sempre il “concetto di un attimo” – ossessionato dal tempo talvolta sotterra gli stessi quadri per vedere come si modificano o li espone alle intemperie, come talvolta faceva Munch. “Noi non sappiamo che cosa accade dietro l’orizzonte, a volte ci giungono piccoli segni che raccontano, a volte la spuma del mare con innumerevoli grafie sembra narrare di altri paesi, di altre storie, di altri mondi”.

Marco Locci

Mondi che Locci insegue con balene e giochi e sassi, come un bambino non innocente, ridendo di sé e di chi vede i suoi quadri. Gioca con le sue maschere come un funambolo, senza mostrare mai la sua vera anima, con letizia e pudore. Il suo gesto pittorico è zen e abita sempre il bordo del vuoto. Locci racconta sempre di scene ulteriori. Traccia più in là il filo dell’orizzonte. “Scrisse il poeta che l’uomo più felice è colui che ha gli orizzonti più ampi”. E, nel suo atelier, pieno di maschere e di giochi, alla fine, talvolta, vincono quei colori intensi e ultraterreni, neri e blu, di mari e boschi dove sembra che l’uomo non possa neppure addentrarsi. Da sempre il pittore ha voglia di rifare il mondo e la storia dell’arte in paesaggi minuscoli, fitti di idee e di paradossi – vere e proprie spine nell’ipocrita bardatura dell’artista. Spirito libero, inattuale, Locci non si lascia imbrigliare né dalla realtà né dal sogno. Rende la realtà una cosa sempre onirica e il sogno concreto come i materiali con cui lo rappresenta. Illustratore di viaggi gulliveriani, Marco Locci aspetta di rifare il mondo.

2008, Marco Ercolani e Lucetta Frisa

Wunderkammer, Galleria il Vicolo, Genova, 2008

Marco Locci

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