MANIFESTO IN LINGUA CHIARA. Antonin Artaud

(Traduzione di Pasquale Di Palmo)

Io distruggo perché dentro di me tutto ciò che proviene dalla ragione non dura. Credo solo all’evidenza di ciò che agita le mie midolla, non di ciò che si rivolge alla mia ragione. Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi. Adesso mi sento capace di separare l’evidenza. Esiste per me un’evidenza nel dominio della carne pura, che non ha niente a che vedere con l’evidenza della ragione. Il conflitto eterno della ragione e del cuore si separa nella mia stessa carne, ma nella mia carne irrigata di nervi. Nel dominio dell’imponderabile affettivo, l’immagine generata dai miei nervi prende la forma del più alto intellettualismo. Ed è così che assisto alla formazione di un concetto che porta in sé la folgorazione stessa delle cose e arriva sopra di me con un rumore di creazione. Nessuna immagine mi soddisfa a meno che non sia al tempo stesso Conoscenza, se porta in sé, oltre alla sua materia, anche la sua lucidità. Il mio spirito affaticato dalla ragione discorsiva si sente trascinato negli ingranaggi di una nuova, completa gravitazione. Per me è come una riorganizzazione sovrana in cui le sole leggi dell’Illogico partecipano e dove trionfa la scoperta di un nuovo Senso. Questo Senso perduto nel disordine delle droghe offre il sembiante di una intelligenza profonda ai fantasmi controversi del sonno. Questo Senso è una conquista dello spirito su sé stesso e, benché irriducibile per la ragione, esiste, ma soltanto all’interno dello spirito. Esso è ordine, intelligenza, significato del caos. Ma questo caos non l’accetta tale e quale, lo interpreta e, come lo interpreta, lo perde. È la logica dell’Illogico. È tutto dire. La mia lucida sragione non teme il caos. Non rinuncio a niente di tutto ciò che riguarda lo Spirito. Voglio soltanto trasportare il mio spirito altrove con le sue leggi e i suoi organi. Non mi abbandono all’automatismo sessuale dello spirito, ma al contrario cerco di isolare le scoperte che la chiara ragione mi offre di tale automatismo. Mi abbandono alla fierezza dei sogni, soltanto per ricavarne nuove leggi. Ricerco la moltiplicazione, la finezza, l’occhio intellettuale nel delirio, non il vaticinio azzardato. C’è un coltello che non dimentico. Ma è un coltello che si trova a mezza strada nei miei sogni e che sostengo all’interno di me stesso, che non lascio arrivare alla frontiera dei sensi chiari.

Disegno di Antonin Artaud

Questo Manifeste en langage clair venne pubblicato da Artaud nel n° 147 del 1° dicembre 1925 della “Nouvelle Revue Française”, insieme ai brani Position de la chair e Héloïse et Abélard (quest’ultimo testo confluirà nella raccolta di prose L’Art et la Mort, stampata da Denoël nel 1929). Si tratta di una delle tipiche riflessioni sul linguaggio (o, meglio, sull’insufficienza del linguaggio) che Artaud intraprende in quegli anni, dominati da una visionarietà che si esprime in maniera superba nelle prove licenziate in tale lasso di tempo: si pensi al succitato L’Art et la Mort o a L’Ombilic des Limbes, pubblicato nelle Éditions de la “Nouvelle Revue Française” nello stesso 1925. Ma il testo in questione richiama soprattutto il particolare stile aforistico (o pseudo-aforistico) presente nei Fragments d’un journal d’enfer, originariamente usciti sulla rivista “Commerce” nella primavera del 1926 ed accolti in volume l’anno successivo nella collana dei “Cahiers du Sud” insieme alla riproposta di Le Pèse-Nerfs. In queste riflessioni, presentate per la prima volta in italiano, risulta quanto mai marcata la contaminazione tra elemento razionale, di tipo cartesiano, e allucinazione di ascendenza magico-esoterica. Non è un caso che, proprio in quel periodo, Artaud aderisse al Movimento Surrealista, salvo essere sconfessato da Breton perché il suo atteggiamento “eretico” era considerato agli antipodi rispetto al dogmatismo ideologico professato dallo stesso capostipite del Surrealismo in quegli anni. La furia iconoclasta artaudiana, manifestatasi nelle polemiche del periodo surrealista e, al contempo, mitigata da una visionarietà carica dei toni spesso imperscrutabili che caratterizzano i primi libri, andrà sempre più consolidandosi, arrivando a rinnegare il linguaggio stesso che la genera, lungo le coordinate di un processo eccentrico che aspira a raggiungere l’afasia attraverso la totale compromissione con il logos. Nel Manifeste en langage clair ritroviamo così alcune considerazioni sul linguaggio che costituiscono una sorta di leitmotiv nell’opera di Artaud, tesa a dimostrare come sia evidente una netta dissociazione tra pensiero ed espressione artistica, tra concepimento dell’opera e sua reale attuazione. D’altronde lo scrittore marsigliese, in una di queste sue considerazioni, asserisce emblematicamente, anticipando le tarde tematiche legate alla dinamica del corpo e della fisicità: «Ho trovato un ordine nel dominio dei nervi».

Pasquale Di Palmo

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