LUCE E NUVOLA

di Marco Ercolani

John Constable

Un breve carteggio intorno al tema della luce fra Joseph Turner e John Constable (1828).

Joseph Turner

All’inizio, Constable, avevo cercato di non perdere mai il contatto con le cose viste. Valli, città, giardini, tramonti. Tratteggiavo attentamente ogni dettaglio che il mio occhio coglieva nella natura. Ma, già da allora, studiavo il modo con cui la luce penetra, isola, sommerge, confonde le cose, mutando il loro aspetto più di quanto non faccia talvolta la forza del vento.

Volli capire le analogie tra vento e luce.

Il vento cambia il reale, ma solo in superficie; lo piega e lo spezza, lasciando dietro di sé carri abbattuti e foglie travolte. La luce- caso straordinario- rispetta l’apparente integrità del reale, ma ne sconvolge le parti profonde. Vedevo colline nerissime, cieli di un blu intenso; oppure colline rosee contro un cielo nitido e nero, alberi bianchi soltanto nelle cime. Come te, Constable, amavo la morbidezza e la precisione della luce: la chiamavo calore, pienezza, magia; avevo con lei un’affettuosa familiarità, non stancandomi mai di esserne sedotto.

Ma poi, come per tutte le cose perfette, provai un senso di sazietà. I contorni erano troppo nitidi, gli alberi troppo belli, i paesaggi vanamente rassicuranti. In questa pittura così armoniosa il vento era assente. Mi parve arbitrario separarlo dalla luce.

Decisi allora di trascurare le forme perfette. Scelsi di gettarle in una luce vorticosa,senza pause. Lasciai che gli oggetti fossero,come sempre avrebbero dovuto essere,veicoli di luce e non forme differenziate dalla logica di uno sguardo.

Non so se puoi capirmi, Constable – tu e la tua minuziosa, alacre, splendida tenerezza nel vedere. Io non l’ho mai posseduta.

Joseph Turner

Fin da bambino ho sempre detestato che i corpi fossero opachi e proiettassero ombra. Mi sembravano, le ombre, macigni, che un servo è costretto a trascinare come inutili catene,come punizioni inesplicabili.

Decisi inconsapevolmente o per solitudine di dipingere come se,con me, il mondo tornasse alle origini e io fossi il primo testimone della sua nascita confusa, del primitivo plasmarsi delle forme attraverso la luce – con tutto ciò che di torbido e impuro la luce porta con sé.

La mia pittura entrò nel regno delle sfumature impalpabili, dei riflessi iridescenti, dei colori arbitrari – così mi dettava l’oscura violenza con cui volevo cogliere il centro di me nelle cose.

Cominciai ad amare i racconti dei viaggiatori, le grandi esplorazioni artiche, i ghiacciai millenari, le aurore boreali, le cacce alla balena, gli incendi di migliaia di navi riflessi al tramonto sull’oceano già nero.

Riverberi, trasparenze, pulviscoli, chiarori – conobbi tutti i ritmi della luce, dal lento mesto all’allegro con fuoco. I grandi spettacoli mi stregavano. Quando celebri critici mi irrisero come pittore del caos, io mi limitai a mormorare la frase misteriosa con cui gli indigeni di un’isola tropicale salutano il tramonto del sole.

Mi basta non essere come te e come Friedrich, un testimone attento e impassibile, sostanzialmente tranquillo. Non fraintendermi. Io ti stimo e ti amo ma c’è qualcosa in te che devo respingere. Non posso farne a meno, sono chiamato ad altro. Cerco sempre, nell’acqua inquieta di qualche naufragio, il centro accecante, il punto luminoso dove l’inizio e la fine si affrontano.

Ho viaggiato molto, Constable, e molto ho guardato.

Ma ogni volta che riprendevo a dipingere, delle cose viste non mi restava che un alone, un riverbero: tutto il resto era polverizzato e dissolto, un evanescente ricordo. La luce no. Il suo canto durava nell’udito come l’eco di una cascata.

Joseph Turner

Io lavoravo con la luce. Questo diede alla mia vita un’impronta errabonda, un amaro disordine. Non mi sposai. Non mi ancorai a nessun luogo, non ebbi figli. Giunsi, vecchio, a fuggire me stesso; ma era stupido scappare da un’identità in cui non mi riconoscevo.

Continuai a dipingere e a viaggiare, incurante dei giudizi degli uomini. Il loro disprezzo contava meno di un riflesso di uno specchio e io odiavo gli specchi, come qualsiasi diaframma tra me e la luce. Che i corpi fossero destinati a sparire,dissolti dallo splendore dell’aria, era la certezza che ripetevo ogni giorno a me stesso, con un brivido d’orgoglio.

Mi affascinò, un mattino d’autunno, sapere che una nave di negrieri, aveva gettato nell’oceano corpi moribondi e morenti di schiavi: eccitato dalla notizia, dipinsi con mano tremante, un quadro dai colori fantastici. Quei corpi gettati giù nella stiva e rotolati in mare erano la morte di ciò che aborrivo – la psicologia dei gesti, la plasticità delle mani, l’espressività dei volti, affidati ai movimenti del mare, al flusso delle correnti, erano più simili a toni di luce che a esserei umani. Solo così, fra i rossi cupi del veliero e i gialli del mare, il bruno opaco e annaspante delle mani aveva un senso.

Il mio senso.

Varcare la soglia. Polverizzare i confini.

I vortici della mia luce hanno, talvolta, l’apparenza di una frana o di una valanga, dove i resti del vecchio mondo sono difficilmente visibili e quelli del nuovo ancora confusi, velati dal liquido amniotico.

Joseph Turner

Tu, Constable, sei un vedutista meraviglioso: ma la tua tranquillità appartiene a un essere nel mondo che per me è troppo terrestre: non lo amo. Sei così intelligente da sentire, se vedi i miei quadri, ciò che sentono anche le mie orecchie: un boato sordo e lontano come di qualcosa che esploda. Con quel rombo nella testa, obbedendo a un sogno interiore, dipinsi la Sera del Diluvio e la Mattina del Diluvio. La luce, per me, ha un’essenza minacciosa, come se un tifone…Ho sempre amato i grandi esploratori e i cacciatori di balene, se non fossi stato pittore avrei voluto essere fiociniere nella nebbia di un mattino d’inverno e lanciare l’arpione verso la cosa enorme che affiora dall’acqua con uno spruzzo altissimo e bianco. Ho sempre amato la nebbia quando da sotto la sua coltre filtra la luce: l’effetto che ne deriva è quello di un evento soprannaturale, ineluttabile. Ricordi, anche se non appartiene alla tua esperienza di pittore, come in certe limpide giornate di dicembre, il sole si versi sul mare come una lastra di bronzo fuso, e attorno a questo chiarore, i colori delle onde sono di un blu livido, con guizzi bianchi; sopra le onde il cielo non è altro che un’immensità grigia e chiara, che ignora le gamme degli azzurri. Da nubi quasi nere, i raggi del sole filtrano come frecce isolate, facendo luccicare gli scogli. Soffia il vento e le cime dei pini sono bianche come se le avesse coperte una stranissima, impalpabile neve.

Joseph Turner

La luce non si domina mai. È lei che polverizza e sorprende. Disgrega un confine, frattura un cancello. Ti si offre allo sguardo come un’abbacinante risposta alla consueta domanda del viaggiatore Dove andremo? Penetri nei meandri di un oceano ignoto. In lei volano uccelli di una specie nuova. Brillano, nel suo chiarore, astri che non conosco. Come se il pianeta noto agli uomini fosse sprofondato per sempre, lasciandoci soli in un vasto pianeta luminoso.

Ricordo l’amore di Hölderlin per Empedocle. Ma io non precipiterò nel vulcano. Non impazzirò, anche se vivendo come te, Constable, e come quella schiera di mediocri pittori che ti imitano, potrei provare il desiderio di smarrirmi, di perdere ciò che ancora possiedo della tua logica.

Da sempre, come intuisce la tua percezione, la luce ha, per me, le stesse caratteristiche di un’esplosione. Mi stupisce non dipingere,nei vortici del chiarore, frammenti di oggetti risucchiati via, divelti dalle loro radici, persi nel cosmo.

Come tu sai, amo poco la notte. Dormo un sonno di piombo per cogliere, all’alba, l’attimo in cui colline limpide e nere si oppongono a un blu sfavillante, ancora notturno ma più luminoso del sole che sorgerà.

Non resisto più, amico mio.

I confini delle cose reali mi ossessionano e non vorrei precipitare nella fantasticheria, nel delirio di questa luce che mi invade da dentro. Ti confesso che sono stanco di essere uomo. Vorrei che tutto cambiasse. Mi devasta l’angoscia di non appartenere alla luce di un astro. Vorrei non pensare più, deporre la ragione come un’ascia inservibile. Dipingere è diventata una cosa vecchia, il solitario esercizio della consueta follia.

Viaggiare ancora? Non risolverebbe nulla.

Chissà cosa desidero: forse non avere niente che mi ricordi a me stesso, vivere senza il peso della mente, senza il dolore. Non guardare più il sole, perché chi lo guarda appartiene alla notte, ma essere noi la luce del sole, la sorgente che illumina il paesaggio nero, il mare ignoto.

Quando questo accadrà, Constable, ci congederemo senza rimpianto dalla nostra arte e non dipingeremo più.

Tuo Turner

**

John Constable

Non meritavo, Turner, la tua lettera.

E’ inutile che ostenti il tuo annullarti in una luce rovinosa e cataclismica. Vedi, l’uomo è uomo sempre: in quello che dice e in quello che tace, in ciò che fa e non fa. Anche tu che parli di marosi,di naufragi e di vortici, sei lì, davanti alla tela, col tuo bravo pennello, attento alle sfumature esatte del cielo, infaticabile demiurgo dell’opera da realizzare. All’atto pratico, ciò che resta di noi sono le tele migliori. Bellezza e memoria: senza memoria, la bellezza è vana, senza bellezza, la memoria è ingiusta.

Rileggendo la tua lettera, ho intuito che avevi bisogno di una maschera da contrapporre alla tua: io, vedutista, contro te, visionario.

Dialetticamente era lecito. Ma sostanzialmente crudele.

Tu sai che, al di là delle apparenze, noi siamo simili. Neppure in te, amico mio, nonostante l’incredibile libertà dello sguardo, la forma esplode completamente: è colta nell’imminenza dello sgretolamento oppure, un attimo dopo, come rovina.

Sono i due momenti in cui può essere vista. In questo, poiché come pittori siamo servi dell’occhio, siamo tutti vedutisti. Non possiamo fare a meno di rappresentare, salvandoci così dalla follia.

Sono realmente diversi, i miei studi di nuvole, dai tuoi rutilanti naufragi? Guardali attentamente. E la mia tela sui monoliti di Stonehenge, che ho dipinto sparpagliati sulla pianura erbosa sotto un cielo cupo e bluastro, magicamente sottratti a un equilibrio che durava da secoli, è così diversa dalle vele che ti compiaci di annegare nella luce rosso dorata della laguna veneziana?

John Constable

C’è, fra di noi, una sola differenza: io non voglio, come te, la presenza ininterrotta dell’apocalisse. La tua luce odora di catastrofi, galassie e valanghe. Mi stanca immensamente. È macrocosmo, Turner: sinfonia colossale dalle sonorità rimbombanti e insidiose; gigantesca rappresentazione dove la luce può essere talvolta, il mastice che salda le lacune dei dettagli.

Io, pittore di nuvole e rami e cieli, prediligo il microcosmo.

La mia scala è minima. Concentro la perentoria avventura dello spirito in un unico punto. Modello nel lungo bordo della nuvola la vertigine dei crepacci. Se per un attimo distogli l’orecchio dal fragore che ti assorda, non mi paragonerai più a Friedrich, che fece della Natura un referto di superfici assolute. Ma Friedrich, invasato dall’allegoria, non sapeva vedere. Per timore del paesaggio, dipingeva archetipi remoti. Per orrore dell’aria, colorava simboli inerti.

Io non sono come lui né come te.

Io conosco i silenzi della notte, benché sia indifferente ai fragori del giorno.

Con stima

John Constable

John Constable

*Il testo è tratto da: Marco Ercolani, Vite dettate, Liber Internazionale, Pavia, 1994.

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