DAVIDE MANSUETO RAGGIO. Claudio Costa

Davide Mansueto Raggio
Davide Mansueto Raggio
Le Furie di D.M. Raggio

Furie e Pinocchi

Davide Mansueto Raggio nasce nel 1926 a Celesia di San Colombano
Certenoli. La sua gioventù è molto travagliata: la guerra al fronte e i sei mesi in un campo di prigionia sono eventi che lo segneranno profondamente. Probabilmente sono la causa dei primi squilibri psichici, che in seguito, dopo varie vicissitudini ed il definitivo rimpatrio dall’Argentina nel 1956, lo porteranno ad essere ricoverato all’ospedale psichiatrico di Quarto a Genova dove rimarrà per 46 anni. Terminerà la sua vita nel 2002.
Scrive di lui Carlo Romano: «Egli pensa come uno di quei creatori – come
se ne legge in certa fantascienza e nei testi gnostici – che della creazione non padroneggiano completamente il mistero. Questo mistero, tuttavia, Raggio lo interroga». E Raggio è, a tutti gli effetti, un ingenuo, sprovveduto creatore, che cerca di scongiurare l’incubo prodotto dalle sue visioni.
Claudio Costa lo evoca così:
“Se nel nome è celato un destino, dirò che un mansueto raggio d’ombra
in periferia può indicare la via più di cento dardi assolati. Se nel nome il fato ci appare sornione, dirò che Davide ha scagliato quel sasso, con la sua piccola fionda di vitalba intrecciata, costruita di getto in quelle candide ore che escono piano dal buio…”
Lo schizofrenico Davide Raggio si chiede ancora, in una domanda senza
una risposta e senza una fine: «Il sole, il sole… hanno sempre detto che è venticinquemila anni che brucia sempre, e non è ancora bruciato, adesso, com’è?». E continua a temere le sue Furie, stecchiti personaggi di legno che, come osserva Sandro Ricaldone, sono «la personalizzazione dell’anima del bosco, danzante e paurosa; del bosco dei contadini, per i quali il tronco è trave, il ramo è riparo, la castagna nutrimento, la fascina calore; del bosco, del mito e della fiaba abitato da Pan e dalle ninfe, popolato da orchi ed elfi; del bosco degli incubi “selva oscura” di angosce e smarrimenti».
Raggio lavora su cartoni da imballo, supporti di pittura; lavora con l’ocra,
che prende dall’argilla; il nero e il giallo, da carbone e cenere; il rosso da
scaglie di mattoni tritati. Molti dipinti, quasi tutti eseguiti su cartoncino o
cartone, hanno un tratto infantile che evoca i disegni dei bambini ma raffigurano scene che sicuramente non appartengono al loro mondo. Le sculture, realizzate recuperando pezzi di legno, radici, rami e poi assemblate con il fil di ferro, sembrano indietreggiare impaurite in precario equilibrio e sul punto di cadere. Le scene e le figure dei bassorilievi, intagliati su tavolette di legno, nascono da un segno, un colpo, un’incisione, un nodo già presente, e si sviluppano intorno ad esso, indicando una grande fantasia e un occhio attento a come trasformare in arte qualunque oggetto. Altre opere sono ricavate lacerando e strappando la superficie del cartone. Benché fosse capace di riflessioni anche folgoranti, Raggio sa essere creativo manipolando materiali elementari: il legno, le foglie, l’argilla, il fil di ferro, che aveva conosciuto nella sua infanzia contadina in una famiglia di mezzadri. Lo conobbe e lo apprezzò in modo speciale il pittore Claudio Costa, che all’Ospedale Psichiatrico di Genova-Quarto aveva inventato il suo atelier di arte-terapia, da cui sarebbe nato il Museo ora dedicato alla sua memoria.

L’attività artistica di Raggio, iniziata negli anni ‘70 con delle pitture
a olio, grazie al sostegno di Costa diventa irrefrenabile. Nascono i suoi altri
mondi: il ciclo delle Furie, realizzate con radici d’albero rovesciate, “esseri
da boscaglia in combattimento col vento e con le acque”, la serie dei Pinocchi di legno e bambù innestati su molle di ferro, le silhouettes dipinte su cartone con l’argilla (il suo “sassomatto”) e la cenere di sigaretta. La sua utopia è, e resta, semplice: «Morire al mondo sensibile per rinascere col Corpo dell’Arcobaleno». Ogni persona, per Davide Raggio, ha “i suoi consonanti, i suoi risvolti, disinvolti”. Ed è lui, ancora, che afferma, senza più dubbi: «Andare con l’immaginazione, di non poter più andare… e allora va la corriera, va lo stesso, anche senza autista!».

In Galassie parallele di Marco Ercolani, Il Canneto, 2019

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