LETTERA PER WALSER

Lettera per Walser di Gilles Deleuze

Robert Walser
Gilles Deleuze

Parigi, 1 gennaio 1974

Per André Bernold

Caro André,

mi chiederai perché non abbia mai affrontato, in nessun saggio o conversazione, il tema Robert Walser. Spesso me lo chiedo anch’io, senza trovare una risposta soddisfacente. I suoi personaggi non sono dissimili dalle tante figure kafkiane che ho affrontato nella mia opera critica, o da certi amati eroi di Henry James dei quali ho spesso disquisito.

Potrei dirti: per un pudore mio nell’analizzare, in un saggio preciso, uno scrittore troppo sfuggente, credendo di scoprire tutte le carte con la mia inutile analisi. Ma è una spiegazione banale.

Potrei dire che volevo tacere di lui perché i miei studiosi, in futuro, si chiedessero in futuro proprio questo: perché Deleuze ha taciuto di Walser. Occorre, talvolta, proporre degli enigmi senza risposta. Ma è una riflessione da salotto letterario.

Allora passiamo alla verità: Walser mi ammutolisce, come mi ammutoliscono e mi spaventano i veri pazzi. Non so mai come leggerlo, da che parte prenderlo. Non si esprime troppo come pazzo, non si esprime troppo come sano. Mi lascia interdetto, smarrito in una terra di confine. Qualsiasi cosa io dica di lui, mi sembra di sbagliare. Con le grida di Artaud tutti ci vanno a nozze, si difende la lingua aspra del recluso, ci si sente liberi e buoni, ma con le frasi ellittiche di Walser, che puoi rovesciare come un guanto, qual è il giusto comportamento? Lo si ammira nella sua gentilezza? Lo si detesta nella sua superficialità? Lo si intuisce nella sua tragedia? Cosa può fare, un critico che parla di lui, se non condannarsi alla sconfitta?

A me piace lottare, essere in dialogo. Ma con chi dialogo, se il tema è Walser? Con chi scelgo di essere lo Zero nell’Istituto Benjamenta e non motivo la mia scelta?

Ti confesso una certa irritazione.

Mi dirai: se ami Bartleby puoi negarti a Walser? E hai ragione. Provo un senso di colpa a tacere di lui. Tanti dei suoi piccoli eroi sono bartlebiani in modo assoluto, esseri che preferiscono dire di no senza dirlo. Ma Bartleby è un racconto isolato nell’opera di Melville: lo confronto con l’immane tragedia del Moby Dick e con lo spirito di Achab. Il contrasto è vivissimo.

Non in Walser, che sotterra ogni confilitto prima che arrivi il lettore. Non fa mai accadere nulla in nessuna pagina, come se tutti fossimo già morti sotto tre metri di neve. Beckett, a suo confronto, è un vulcano di storie.

Lo scriva Guattari, un racconto clinico su Walser, non io.

Ma, mentre ti parlo, un brivido di colpa mi blocca la mano. Ho poco tempo, ormai, ma qualcosa scriverò. Forse la storiella di un tipo reticente e timido a cui rimane pochissima aria da respirare e se la va a cercare nell’infinito: un paradosso filosofico, limpidamente walseriano.

Ciao, tuo Gilles

(M.E.)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...