Lo scrittore apocrifo

di Marco Ercolani

Senza titolo, Giovanni Castiglia

Lo scrittore apocrifo*

Quando lo scrittore si accinge a scrivere, non è mai solo. Ogni sua scrittura, se è una prova estrema, un parlare oltre, arriva dalle voci degli altri, che lui ascolta come in sogno. Verso di lui si muove l’ombra di una biblioteca impossibile, fitta di taccuini, lettere, racconti, romanzi di altri scrittori che prima di lui (o dopo di lui) hanno condiviso i suoi stessi sogni. Si identifica, fin dall’inizio, con anime che possano condividere le loro passioni con la sua. Si fa portavoce del dolore di una ferita che non è suo e, proprio perché non è suo, gli assomiglia. Cerca destini che gli rispondano ancora, completando il senso di un’opera imperfetta, interrotta, interminabile. Smaschera amnesie, denuncia torti, rivela dettagli illuminanti o ottenebranti. Riconsegna, a destini fraintesi, la loro intima ossessione. Interroga artisti marginali, eretici, misteriosi, che lo attraggono ancora per la follia delle azioni, l’eccesso degli affetti, la bizzarria delle opere, la morte tragica o prematura. Quei destini non risolti, non comprensibili, non “finiti”, irradiano echi: sono nodi irrisolti e dolenti che vorrebbe sciogliere, come se certe domande esigessero ancora, dal mondo dei vivi, una risposta. A quelle vite consegnate alla storia o al silenzio chiede di tornare ancora incompiute, sul palcoscenico di un racconto fantastico, per svelare il loro segreto, per ”parlarle” ancora. Crea per loro un testo impossibile e, mentre lo scrive, sa che diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che snida i suoi fantasmi con ostinata pazienza, sapendo di costruire solo altri fantasmi. Naviga nel mondo delle ipotesi e delle congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una terra instabile e metamorfica, al confine tra veglia e sonno, mosso da una pietas paradossale per nodi ancora dolenti di vite passate che sente ancora vive. Le storie che inventa a partire da questa pietas non possono violare il segreto che loro custodiscono, ma a questo segreto si riferiscono sempre, attraverso una rete di invenzioni e di analogie di cui non sa né l’inizio né la fine. Esseri e opere cancellati dalla vita e dalla storia riaffiorano in falsi e favolosi atti di giustizia postuma, che hanno l’ambizione di turbare e reinventare la memoria.

**

Louis-René des Forêts ci ricorda che l’opera fallisce quando perde il senso della sua impossibilità. In questo senso, e solo in questo, la scrittura interminabile dell’apocrifo non fallisce, ben salda nel suo regno impossibile, nella sua inguaribile ferita. Lo scrittore, rabdomante di risonanze, scrive oltre i limiti del tempo e dell’io. Diventa ‘portavoce’ di quest’assenza assoluta, di questa ferita sempre aperta. La sua posizione è sostanzialmente ‘politica’, una politica eretica e scomoda che sanziona la sua radicale estraneità a ogni narrazione che non sogni il suo stesso narrarsi.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

**

Ogni scrittura immaginaria che trasforma e rimodella il passato, da Marcel Schwob a Walter Pater, da Jorge Luis Borges a Roberto Bolaño, può chiudersi nel tema della storia o impoverirsi nel cerchio del gioco formale: ma resta inesauribile nell’inventarsi la strategia sempre diversa del suo sogno. Nel momento in cui questo sogno si realizza con chiarezza, definire “chi parla” è insensato. La scrittura scrive se stessa, anche se l’autore resta muto. Chi trova i suoi compagni, è difficile che li abbandoni: diventano parte di lui. Le visioni sono visioni. Si legano a immagini, nodi, ossessioni: non sono proprietà del linguaggio o dell’io, traversano questo o quell’autore come personali modi di vedere il mondo. Non hanno bisogno di uno scrittore superbo ma di un umile trascrittore, che regoli la propria voce secondo l’intensità della sua percezione. Che usi il linguaggio come un ponte di corda per arrivare da un punto all’altro dell’abisso e continuare così il viaggio. Il percorso è quello dell’immagine, dell’idea. Ma il lavoro è con e nelle parole, che lui rivede, cancella, aggiunge, riscrive – ma quando ha già visto, nella sua interezza, tutti i nodi e gli intrecci del ponte. Un ponte non di cemento, di ferro o di marmo, ma di fibre diverse annodate insieme, oscillante e resistente, composto dal lavoro ostinato, plurale, onirico, di mente e corpo.

**

Senza titolo, Giovanni Castiglia

Chi non ha mai provato desideri impossibili che avrebbe voluto tradurre nella sua arte? E, se questi desideri sono esistiti, allora perché lo scrittore non può, da cronista apocrifo, tradurli in scrittura tangibile, dando corpo di scrittura a quei fantasmi? Prendere a prestito diverse voci per narrare un sentimento che, pur mascherato da molteplici variazioni, è sempre lo stesso: l’urgenza di esserci contro qualcosa che nega quell’esserci? Inventando una cosmografia apocrifa, tracciando la mappa di un universo ipotetico e impossibile, non impone una geografia del meraviglioso, un’altra terra da sostituire a questa, ma mostra come l’uomo voglia sempre oltrepassare se stesso, “ricostruendo” il passato e proiettandolo nel futuro.

**

La scrittura apocrifa è una ‘scrittura del brusìo’, una ‘visione silenziosa’, attenta a registrare processi psichici al limite dell’esprimibile, né sensuale né metafisica. Il suo progetto è minare, alla base, ogni edificio letterario che voglia fondare la sua esistenza su qualcosa di estraneo alla scrittura stessa, ed entrare in un regno prossimo alla poesia.

**

Il processo creativo non è un procedimento sur-realista, perché non allontana dalla realtà delle emozioni. Ma il realismo appartiene a un occhio espressionista, che vede il reale come la materia di un sogno. «È tutta l’arte che cerca il vero con i mezzi della menzogna» (Peter Stein).

**

Inventando una letteratura complementare a quella tradizionale, composta di testi reimmaginati e favolosi, lo scrittore apocrifo non realizza l’utopia di un’estasi collettiva in cui tutti gli scrittori possono essere, indifferentemente e indistintamente, tutti gli scrittori, in un patchwork combinatorio. Al contrario, la sua idea deriva dall’ossessione che esista un unico e anonimo artista, percepito con volti e voci e vite diverse, nel corso dei secoli.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

**

L’origine della scrittura apocrifa è un’ingiustizia, una morte, un lutto. È qualcosa di violento e di irreparabile, che guarisce magicamente nell’istante della narrazione. Una narrazione vissuta nel segno di un’ardente malinconia, ma che non corteggia questo sentimento struggente: al contrario, lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto, della parola, della vita perduta.

**

Senza titolo, Giovanni Castiglia

“Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di voyeurismo aggressivo e onnipotente. Ma lo scrittore apocrifo sa che, proprio restituendo la parola a chi non può più parlare, attraverso un artificio dell’immaginazione, non morrà l’illusione di quella giustizia postuma che trasforma anche le verità sigillate dalla storia. Lo scrittore apocrifo ha l’ambizione di trovare, nelle opere che reinventa dal passato, se stesso. Crea dei ‘falsi d’anima’. Certe angosce e visioni del nostro tempo possono esercitare un feedback critico su quel passato. La possibilità di questo feedback sovverte la bloomiana “angoscia dell’influenza” del passato esercitando, al contrario, una “gioia dell’influenza” che, à rebours, fa della letteratura non un repertorio di performances interrotte dalla morte ma un’enciclopedia “in divenire” di vite, destini e opere sempre viventi e cariche di potenzialità ulteriori.

Senza titolo, Giovanni Castiglia

**

Il compito dello scrittore apocrifo ha qualcosa in comune con l’esercizio della caccia: scrivendo, stana delle prede nascoste. Si mette in agguato. Sorveglia. Poi capta delle vibrazioni sonore, delle particolari risonanze. Allora si mette in posizione e aspetta la preda: passa, guizza, e la afferra; la tiene tra le mani, ha il tempo di osservarla per un attimo, di intuire una vaga somiglianza fra il suo occhio atterrito e il proprio, e poi la lascia libera. È solo in questo momento che può scrivere del suo incontro con essa, esattamente come un critico parlerebbe di un’opera di Dante o di Boccaccio. La verità è solo nell’attimo magico di una risonanza che genera un effetto: la scrittura è il ralenti di questo incontro, la sempre inadeguata, forsennata, a tratti impotente descrizione di questo incontro dove l’io è l’altro e l’altro è l’io. Le verità che ammira sono spesso immagini viste in sogno e soprassalti del dormiveglia. Aritmie della percezione. Nei paesi mesopotamici, per esorcizzare il potere diabolico del sogno, il sognatore ne incide il contenuto su tavolette d’argilla e lo immerge nell’acqua: così il sogno, insieme all’argilla, può dissolversi. Della potenza assoluta del sogno sono attenti ascoltatori gli indigeni del Gabon, che gli conferiscono valore di testimonianza giuridica, di responso oracolare. D’altronde, al di là di responsi, credenze o formule, nessuna opera corrisponde a qualcosa di autentico se non al sogno del suo stesso autore. In questo senso è sempre anomala, intrusa. Le strategie dell’illusione e del sogno raggiungono effetti di verità che nessuna realtà potrebbe raccontarci.

**

Inventare dei ‘falsi d’anima’ che raggiungano ‘effetti di verità’. Non imitare tracce passate, ma reinventare tracce anteriori che non sono mai esistite. Creare un musicale movimento di fuga da un io monodico, insonoro, a un io multiplo, immerso in arcipelaghi di risonanze. Per lui l’io è una goccia d’acqua che cade contro una superficie – il testo – e da lì si espande in migliaia di gocce, ognuna delle quali, nella sua differenza, conserva la stessa identità della goccia-madre.

**

Senza titolo, Giovanni Castiglia

L’arte è un paradossale tentativo di cura dalle distorsioni e dalle ingiustizie subìte nel corso del tempo e della storia da uomini e artisti, l’arte destinata a sopravvivere come fantastico desiderio di giustizia contro i soprusi del potere. Il testo apocrifo è la guarigione immaginaria da una ferita inguaribile. La cura di un’assenza attraverso una presenza fantastica. Come per i sacchi cuciti di Burri, qualcosa di lacerato va ricomposto. La guarigione, in questo caso, non è la cura razionale che sopprime la malattia ma una benefica follia di libertà, uno sciogliere, à rebours, cose e pensieri dall’eccesso di ragione e di violenza che li ha fatti ammalare.

**

Il catalogo delle opere complete è, per lo scrittore apocrifo, un’offesa e un paradosso. Ogni opera autentica è costituzionalmente incompleta, perché invasa da tutti i libri possibili che l’autore ha pensato e sognato senza scriverli e dal desiderio dei suoi sempre nuovi lettori di leggere in modo nuovo le sue scritture. Ogni opera reale è violata, e felice di esserlo – flusso interminabile, infinito bisbigliare di voci. Il libro è solo la fortuita emersione di una di queste voci alla coscienza della scrittura, un approdo momentaneo, un’isola instabile – come nella parabola della balena e dell’isola ne Il Fisiologo – che ci permette di vedere, da una particolare inquadratura, il “libro impossibile” che continuiamo a scrivere. «La biblioteca ideale a cui tendo è quella che gravita verso il fuori, verso i libri “apocrifi” nel senso etimologico della parola, cioè i libri “nascosti”. La letteratura è ricerca del libro nascosto lontano, che cambia il valore dei libri noti, è la tensione verso il nuovo testo apocrifo da ritrovare o da inventare» (Italo Calvino).

**

Ogni scrittura segreta ha il privilegio di essere impossibile, in quanto non appartiene alla storia della letteratura. Esiste, ma deformata come in un sogno, e conferisce alle opere e ai pensieri dell’autore di cui prende la voce una sorta di ‘abbandono onirico’. Proprio per la sua natura fantasmatica la voce apocrifa si impone come la finzione più naturale, che orienta la scrittura verso il testo che non c’è, assente perché perso, immaginato o sognato, mai scritto sulla pagina. L’autore apocrifo è colui che viene a completare il lavoro dell’altro, che assume la sua voce per proiettarvi la propria scrittura in modo da rendere giustizia, su un piano etico ed estetico, ad una mancanza, cercando la completezza impossibile. L’opera apocrifa porta in sé la sua incompiutezza e il suo fallimento, anche se ogni testo che la compone, considerato autonomamente, può sembrare compiuto e riuscito. È come una voce che ne chiama un’altra, in un corale non riducibile al silenzio, un “concerto” di parole che continuano a parlare da sole, servendosi di noi come strumenti più o meno adeguati.

**

«Abbiamo scritto insieme [D. e Guattari] un libro su Kafka. Quando scrivo su un autore, il mio ideale sarebbe di riuscire a non scrivere nulla che potesse rattristarlo, o, se è morto, che potesse farlo piangere nella sua tomba: pensare a lui, all’autore sul quale si scrive. Pensare a lui con tanta forza che non possa più essere un oggetto e che non sia neanche più possibile identificarsi con lui. Evitare la doppia ignominia dell’erudizione e della familiarità. Restituire a un autore un po’ di quella gioia, di quella forza, di quella vita politica e di amore che lui ha saputo donare, inventare. Tanti scrittori morti han dovuto mettersi a piangere per colpa di quel che si scriveva su di loro. Così, spero che Kafka si sia rallegrato del libro che abbiamo scritto su di lui, ed è per questo che tale libro non ha rallegrato nessuno» (Gilles Deleuze).

Senza titolo, Giovanni Castiglia

**

Scrivere, ma non essendo i primi. Scrivere perfettamente soli, ma in mezzo alle voci che ci rendono soggetti scriventi. Noi non siamo che l’esito di alcune storie. Noi narriamo, registriamo, curiamo i nostri taccuini, con l’imbarazzante impressione di essere sempre arrivati dopo.

**

Creare un’enciclopedia incompiuta di voci invisibili è il progetto dello scrittore apocrifo. Ostinatamente identificarsi con vite e pensieri altrui, con “anime perse” da far tornare alla luce per un attimo e salvarsi con loro, riperdersi con loro. Qualcosa che è stato interrotto e deve ritrovare la sua armonia. Un’ingiustizia è stata patita e attende il suo riscatto. Un sogno donchisciottesco, quello sognato dallo scrittore apocrifo, composto di scritture che si mettono sulla scia di altre parole, appaiono e poi spariscono, restano visibili, tornano invisibili. Un atto illuminista e onirico: correggere ferite, orrori, silenzi, con lo strumento del sogno, dentro un ostinato “discorso contro la morte”. Torcere il reale con un atto di immaginazione fantastica, simile a quello che compie Don Quijote nelle rovinose finzioni evocate dalla sua follia cavalleresca. Un atto che, di per sé, è sogno lacunoso, assoluto, interminabile – attimo di equilibrio sull’orlo del precipizio; «un prodigioso equilibrio in uno stato di disastro ininterrotto, in un continuo franare» (Henri Michaux). L’arte salva l’artista e lo rende folle. È, come scrive Robert Bazlen, «una linea chiara nel caos».

Senza titolo, Giovanni Castiglia

*I testi sono tratti, con alcune varianti, da: Nottario, Scriptions, 2012.

Sito web di Giovanni Castiglia: Giovanni Castiglia – Biografia, mostre e opere

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...