Per Voci e Canzonacce

di Silvia Comoglio

“La forma è la più duratura manifestazione della pietà umana. Le altre non sono meno importanti, ma durano il tempo di un gesto, al massimo di una vita. La forma, concretizzata in un’opera, è un atto di umanità che perdura”, così scrive Giorgio Galli in Le voci sopravvissute, parole a cui fanno eco nel suo Canzonacce “Un canto d’amore/ S’espande fra aliti di chiesa/ Ma d’una chiesa dove l’organo è grande come la Terra”.

Pietà umana, umanità che perdura e canto d’amore, un canto che si espande e che è tutta la Terra, e che i racconti di Le voci sopravvissute e le poesie di Canzonacce, abbracciano in totale pienezza, senza scarto o frattura. E questo perché Le voci sopravvissute e Canzonacce sono pietas, sono quell’atto di umanità e amore che è vicinanza, empatica, per e a quelle voci che la vita inchioda al loro destino di ultimi, di dimenticati. Dimenticate, le voci, e dissipate nel loro essere nulla, è vero, ma capaci di scolpirsi nel loro orizzonte ontologico e metafisico, di farsi statura universale. Di trasfigurarsi. In cosa? In quella fiamma e in quell’ardore che è il soffio che umanizza la vita e la Terra. E per questo loro essere fiamma e soffio, l’impalpabile, il Tempo non le afferra e stritola, anzi, è come se le copiasse e le generasse perché il presente possa prolungarsi fino a farsi eterno. Le voci che vivono, contrapposte a queste che sopravvivono e di cui anche ci parla nella sua opera Giorgio Galli, hanno l’identità del momento, non si fanno energia cosmica, non potrebbero, perché impegnate nell’attimo, nell’occupare tutto quell’attimo per affermare il proprio sé, non si amalgamano con la cosmicità dell’essere e del tempo, restano isolate. Si affermano ma restano isolate dal tutto, non resistono, non riescono a conficcarsi nel tempo. Tempo che qui è poi anche e soprattutto lo sguardo di Giorgio Galli. Quello sguardo che sa affratellare le voci sopravvissute e unirle con la sua scrittura in un unico canto. Un canto e una scrittura in cui pietas e amore si consolidano in un crescendo in cui tutto si dice e radica, in cui tutto si specchia e si fa gioco di specchi. Specchi in cui però si riflette solo chi è inchiodato al destino impalpabile, ossia a quel destino che nell’immediato sembra non dare frutto ma saper solo scorticare, amareggiare e essere gelo. Ci vuole l’occhio del cuore per catturare questo riflesso, per sentirlo elemento fondante della Terra. Occhio che Giorgio Galli possiede in massima misura e che gli consente di fare di questo riflesso elemento fondante non solo della Terra ma anche della sua poetica e scrittura. Una scrittura in cui l’umanità perdura, e perdura perché la scrittura e la poetica di Giorgio Galli sono un atto d’amore, sono la sua dichiarazione d’amore per chi e cosa invisibilmente lascia nel Tempo, come fosse un dono sacrificale, quel soffio che, se pure fatto di niente, concretamente arde e vuole vivere e sopravvivere. Una vocazione, anche, quella di Giorgio Galli che nella scrittura trova il suo dirsi naturale e umanissimo. Il suo generoso offrirsi.

Le voci sopravvissute, Gattomerlino, Roma, 2020

Canzonacce, Letture meridiane, 2021

Giorgio Galli nasce a Pescara nel 1980. Vive a Roma dove ha esercitato per brevi periodi la professione di libraio. Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog Perìgeion e Poetarum Silva e sulla rivista Niedern Gasse.

Giorgio Galli
Silvia Comoglio

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