Il punto solstiziale

di Pascal Quignard

Il punto solstiziale*

Ulisse è Sindibad il marinaio. Dove vuole andare? Ritorna a Itaca. Va verso i suoi antenati. Ritrova il letto originario e il legno di fico che lo testimonia. Raggiunge la notte dove la scena si scompone per farsi invisibile a ogni alba. La sua sposa non lo riconosce. Suo figlio non lo riconosce.

Solo il suo cane da caccia lo riconosce.

Solo la sua ferita da caccia (il morso di un cinghiale) lo svela agli occhi della sua balia.

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Nell’anfiteatro di Cartagine dove vagavo insieme a M. ci imbattemmo faccia a faccia nel cérvide con la testa voltata mentre solleva la zampa sinistra. Il cérvide si volta per brucare il fogliame primaverile. Il cervo è uno dei temi figurativi più antichi al mondo. Rappresenta il punto solstiziale.

Il vocabolo latino solstitium si compone come segue: il sole (sol) si ferma improvvisamente (stare) nel suo incedere celeste, dopo aver raggiunto la sua più forte declinazione boreale o astrale.

E qui è il 21 giugno o il 21 dicembre.

Il giorno più lungo. La notte più lunga.

Una volta raggiunto questo punto, il dio sole riparte in avanti, senza voltarsi. È il divieto della retrospezione. Il sole, nel suo viaggio, descrive il tempo più breve delle stagioni sulla linea seguita tra questi due punti.

Questa andata e ritorno tra due punti inventano l’anno come prima riga di scrittura, lontana origine di ogni lingua scritta.

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C’è un sole personale prima che esista un demone interno, un angelo guardiano (prima che l’eco della lingua interiore nasca sotto la calotta cranica e risuoni in forma di incessante mormorio, regolare, sociale, identificatorio, addomesticante, che chiamiamo coscienza). E’ la parola, a dire il vero tanto strana, di Filippo il Macedone in Tito Livio:

-Non è ancora tramontato il sole dei miei giorni.

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Improvvisamente le foreste si ritirano. I ghiacci si fondono. Le montagne si alzano. Noi pigoliamo.

Cosa ci orienta? Il vuoto che si stende davanti a noi.

Vuoti, buchi come ai sognatori piace fare nei sogni.

Viviamo sempre nel periodo interglaciale del pleistocene che talvolta chiamiamo attualità.

E’ la frase che disse Mallarmé nel 1895: non esiste il presente.

Disinformato colui che si crede un contemporaneo.

(traduzione di Lucetta Frisa)

Nota

Le point solstitiel è il capitolo XXXIII di Abîmes, Paris, Gallimard, 2006 (pp. 109-114).

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