Il libro del tu. 3

di Massimo Barbaro


Nicolas de Staël, Cypresses

Siediti in un angolo.

Guarda la creazione del tempo. Produzione.

Il tempo si addensa impercettibilmente – no, è fluido. Si affaccia alla memoria, compare.

Non fare niente. No, sei tu che ricordi. Te ne accorgi. A tratti. Il tempo che sembrava finito; épuisé, spostato, riaffiora. Ondeggia. Resta lì, resta incredulo che tu ne abbia ancora. Non fare niente. Il tempo è quando ti fermi.

Questo solo puoi fare, intravedere. Accorgerti appena. Il tempo si produce.

**

Sta’ a sentire.

Rotolamento di pneumatici, voci lontane, a tratti, urla di bambini. E più incalzante, la voce di una radio.

Un tutto indistinto. Tu lascia tutto così, anche se percepisci per segmenti.

E sempre tutto insieme.

È sempre stato insieme (un tratto indistinto…). Tutto insieme.

Tu lascialo così.

Non toccare mai quello che senti.

Lascialo stare.

**

Resisti all’impulso, ferma il cuore a comando. Chiuditi agli impulsi esterni.

Stimoli. Alle sensazioni mai. Riscrivi i manuali sulla percezione. Chiuditi al mondo, entraci per la prima volta. Fanne parte.

Hai analizzato per i due terzi della tua vita; chiediti quando fermarti, quando entrare a far parte della sintesi. E sorridi dei tuoi giovanili studi hegeliani. Sorridi di tutta una genia di ottimisti che, alla sintesi, ci credono. Invece preóccupati di avere trascurato l’antitesi, evitato ogni conflitto, disprézzati – se me lo permetti – per averla data vinta, sempre, al mondo. Il mondo andava osteggiato, piegato. Al tuo bisogno di piccolo animale di ogni foresta pluviale, di ogni savana, di ogni steppa, di ogni tundra, di ogni deserto, di ogni bush, di ogni permafrost, di ogni piccolo angolo di mondo. Hai lasciato invece il mondo alla sua enormità, e in mani enormi.

**

Smettendo di essere piccolo, il mondo è diventato infinitesimo, enorme nella sua finitezza; da quando hai potuto guardarlo da lontano – ah, la poesia della singolarità, degli attimi eternamente immobili… – il mondo è diventato una piccola cosa.

Chiuditi al mondo, ritorna al mondo, fallo tornare ampio a sufficienza perché tu ci possa stare.

Chiuditi ai tuoi consimili, chiudi l’uomo fuori dal tuo mondo. Resisti. Senti il morso dell’intimità. Rifuggine. Solo l’intimità dei corpi è possibile. Solo nel mondo. Solo se mondo il tuo consimile è aperto al tuo tocco. A volte anche il contatto è inutile, e non è detto che il futuro non ti prepari altro che questo: l’infinita tristezza della monade.

Chiuditi in te, entra nel mondo.

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