Il libro del tu. 1

di Massimo Barbaro

(Nicolas de Staël, Paysage du midi)

IL LIBRO DEL TU. 1

L’extrême plaisir que nous prenons à parler de nous-mêmes nous doit faire craindre de n’en donner guère à ceux qui nous écoutent.

La Rochefoucauld, Maximes, 314

* * *

I

1.

Tu. Non sai più a chi rivolgere. Le parole? Meglio dire: «volgere».

Tu devi. Tu non devi. Dovresti, non dovresti. Un mondo pieno, di doveri. Fuori. I poteri, tutti dentro di te.

Il mondo è pieno di persone instabili. Se con la tua riesci a mantenerti nella loro inclinazione, tutto bene. Se invece, come è naturale, questo non sempre è possibile, pendenze…

Quante volte l’hai sentito ormai: il bene è male al tempo stesso, ecc. ecc. Ma attento: il male si vede subito.

Lo so, è tutto sbagliato. Ma tu cos’altro puoi fare, se non sbagliare a tua volta, nel far bene?

Un comune malfattore è migliore di te.

Tranquillo, stai tranquillo. Quella tranquillità che non avrai mai.

Ti cerchi nei tramonti, sempre più rari, come una volta. Non ti trovi (e come potresti). Lo sai, devi alzare lo sguardo. Come sempre. Lo fai.

Finalmente, il bordo strada, fuggente, la mezzeria come secondi di un orologio, solo tuo. E nuvole, ovviamente.

Non è tanto questione del senso – sentimento – del tempo, quanto dello spazio. Sappi sempre dove sei, dove sono i tuoi giorni.

E ovviamente, non tanto i momenti, Ma i giorni. Non al di là (impossibile, troppo fuori portata), non al di qua (troppo indistinguibili, gli attimi). Stai nei giorni.

Da nessuna parte. Nel nulla, sì.

La misura dello spazio sono i giorni.

Fai come i bimbi: urla. Non per sentire la tua voce. Per dargli uno spazio.

Dove va la voce, quando l’eco si spegne?

Sempre un altrove, sempre un altro, ma tu… ma tu… Anche tu sei un altro…

Il canto degli uccelli. Rottura del freddo. Bisogno di sole. Luce. Calore.

Cause, condizioni, in uno spazio ristretto di possibilità. Il relativo: il tuo unico assoluto.

Qualcosa, dopo il nulla. E tu senti che quel niente non è niente.

Tutto è poca cosa. Quel niente visto dall’altra parte.

Ma sai bene che, dopo il niente, non puoi mai andare verso il tutto.

Forse solo all’estremo. Un luogo senza geografia. Un punto. Poi…

Allontana l’idea, se vuoi, ma vedi che puoi solo metterla da parte? Da lì, prosegui.

Il suono del vento. Guai a te se lo chiami «rumore».

2.

Lo senti? Chiudi gli occhi, e al posto di tutto quel mondo, che vedevi, che ti farebbe uscire tutto da dentro, per propagarlo fuori, il mondo ti entra dentro. Prima era luce, ora, il calore del sole.

Ascoltami: in fondo, tutto questo non è che letteratura.

Ne cogli il sottile disprezzo. Scioglilo nel distacco.

Il distacco che ti ha salvato la vita. Ignora giganti che ti hanno detto e diranno che è un problema.

Con distacco, sei tu a salvarla. La vita.

Trova sinonimi, parafrasi, o altri paradigmi. O più semplicemente, rinchiudila. Nel suo stesso oblio. La vita che rivolge su se stessa tutto il male, di cui è capace. E così, tu sei la salvezza della (tua) vita.

Annaspa pure. Perdila. Tanto non l’hai mai trovata.

Un bistrot a Parigi serviva l’acqua in vecchie bottiglie di liquore. C’era un’estetica e un’economia del vuoto.

Logica del Tamagotchi. Così credi. Spazi.

3.

Ta gueule. Taci. Stai zitto. A volte ti riesce, e bene, in fondo ti è congeniale, sei di indole taciturna, ma è che a volte la parola trabocca. Fuori. Ed è sempre un incontro spiacevole col pentimento, Il rimorso e la rabbia del sapere già quello che non dovevi fare, ma dopo che l’hai fatto…

Stai zitto. Ci sono stati periodi della tua vita in cui il furore espressivo ti ha spinto a eccessi di cui solo il ricordo ti fa ancora arrossire di vergogna. Stai tranquillo, sbaglieresti a pensare che c’è qualcuno che se ne ricordi. Ma tu ricordatene. Più spesso. Non te ne importi del giudizio degli altri, ma non essere tu a provocarlo. Non è mai niente di buono. Succede di rado, ma te lo dice quel sapore spiacevole in bocca che senti quando ti lodano. Non è buono neanche quello.

La bocca, tienila chiusa.

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