Imago show. 3

di Angelo Lumelli

TERZA PARTE

Imago show. 3*

12.

Non lontano da questo campo della cascina Battivacco – che chiamiamo Ettaro – guardando verso est, oltre il Naviglio Pavese, c’è Chiesa Rossa, dove Luigi Ballerini, da anni, promuove giornate di studio intitolate “Latte e Linguaggio”.

Io ci vado e, qualche anno fa, per trattare, brevemente, un tema estroso che riguardava la metamorfosi e l’espressione, ho parlato del latte quando incontra il caglio

Ho premesso che gli uomini bevono il latte anche da adulti, in genere al mattino. Soprattutto mangiano formaggi, che io rifiuto, per fedeltà all’infanzia. Sembra che i vecchi tornino a bere il latte anche alla sera, come vero pasto, in cene senza allegria.

Effettivamente il latte non è allegro. Anche i bambini molto piccoli non sono allegri, in quanto l’allegria è diversa dalla beatitudine. I bambini ridono interamente – gli adulti con una parte di sé che ride dell’altra.

Lungo la notte sulla bianca superficie del latte affiora una pellicina di pura panna, amata dai bambini. Questa pellicina inganna le mamme che hanno messo il pentolino sul gas. Liscia ed elastica nasconde le prime turbolenze della bollitura per cui sembra che tutto sia tranquillo e non è vero. Improvvisamente il latte si alza, velocissimo, supera il bordo del pentolino e ormai è tardi. Il latte ha questo modo strano di bollire, di nascosto.

Un evento traumatico, inaspettato, sorprende il latte nella sua grande quiete. Questo evento è il caglio. Con piccoli misurini, mani competenti lo versano in quel candore e accade l’inaudito: il latte, fino ad allora beato e senza passioni, si agita, si separa e precipita.

Le molecole di lattosio, assicura la chimica, hanno cariche neutre, per cui stanno una accanto all’altra, perfettamente sospese, navigando, grasse e leggere, tendenti a risalire, adagio, per formare quella pellicina di panna che troviamo al mattino.

La brutalità del caglio, l’arrivo dell’acidità nel mondo dolce e compiuto, mentre sconvolge la sospensione in modo traumatico, promette una forma nuova. Di ciò si tratta, mentre le molecole di lattosio si caricano elettricamente e si attirano, fino a formare grandi flocculi che precipitano. O metamorfosi o morte – il caglio allunga la vita.

Un dio acido irride quella piccola forma ingenua, mentre la porta lontano, in luoghi impensati. Il caglio promette una vita oltre i timidi confini della dolcezza, un mondo dove esiste il peccato, piaceri che guizzano dal dolore, malizie, seduzioni. Ciò che era dolce tra un po’ amerà il sale. Poi arriverà l’amore con le muffe, con i sentori incredibili. Persa la beatitudine, annusa cose ignote e non sa se piangere o esultare.

13.

Nelle Metamorfosi di Apuleio il protagonista Lucio sbaglia metamorfosi. Desiderando, per curiosità, essere un altro, invece di diventare un gufo, come gli sarebbe piaciuto, viene trasformato, a causa di maldestri incantesimi, in asino – da cui il titolo Asinus Aureus. |L’asino d’oro.

Questa trasformazione lo mantiene prossimo agli uomini, padroni degli animali da lavoro – con ciò potendo osservare da vicino, soprattutto di nascosto, le vicende umane.

Acquisita la posizione di narratore, non smetterà più di raccontare, come se la posizione infima e vicina al negativo fosse la migliore per esplorare la massima distesa degli eventi, i quali, presuntuosi, non tengono in alcuna considerazione il negativo che li osserva, incessantemente.

Questa teoria della povertà come status del narratore sembra documentata lungo i secoli, al punto che molti, ambiziosamente, si rendono poveri da subito, senza beneficio alcuno, in quanto la povertà deve essere ottenuta a caro prezzo.

La metamorfosi tuttavia, motivo di conoscenze incredibili, soprattutto in merito ai vizi, ha un limite: Apuleio nelle vesti di Lucio si accorge, da scrittore, che la metamorfosi non fa che mescolare l’esistente, attribuendolo all’uno o all’altro – con scarso guadagno rivoluzionario e molto pettegolezzo

Ciò che rallenta il significato delle metamorfosi è il racconto stesso, che non cede le sue prerogative, come se la parola rivendicasse un’esistenza conservativa, che fa un passo per volta.

Si viene a capire – con questi racconti improvvisi, fantastici e tuttavia lenti – che la lingua è conformista, che agisce all’interno dei confini che la preservano, per cui la sua libertà è un gesto minuscolo e progressivo – un colpetto per volta!

La sua rivoluzione passa attraverso le frasi che mai diventeranno gesti in proprio – per cui grande è il suo insistere e il suo rimorso.

La libertà tutta in una volta distruggerebbe, con impeto esagerato, se stessa, ragione per cui vediamo, comicamente, la libertà che tenta il volo con piccoli saltelli.

Al centro delle Metamorfosi, come fosse un tempietto, c’è la grande favola di Amore e Psiche, sulla quale l’occidente continuerà a riflettere – l’invisibile è con noi, proprio perché abbiamo gli occhi curiosi.

Soltanto alla fine, dopo avere raccontato tutto quanto, Lucio farà la sua definitiva metamorfosi, convertendosi ai misteri, i quali non possono essere raccontati.

Se Sant’Agostino, in De civitate Dei, ha preso in alta considerazione questo autore, rendendogli l’onore della critica, ecco tanti buoni motivi.

14.

Le illustrazioni botaniche si trovano sui grembiulini da cucina, sugli adesivi applicati alla porta del frigorifero, su piatti di ceramica, su contenitori per zucchero, pasta, ecc…

Il fascino dell’illustrazione botanica consiste nel rifiutarsi alla pittura. Questa sua volontà si vede chiaramente nel diniego ad esprimere il non detto.

Il non detto che, in pittura, potrà chiamarsi l’invisibile, è ciò che, con insistenza, spinge all’espressione. L’invisibile, che percepiamo insediato nelle cose, è ancor prima in noi, nello

sguardo che non può guardare se stesso, fondo oscuro del bulbo oculare, parte cieca, condizione che ci rende esseri mancanti e fortunati, indotti a propendere – esistenze pendenti.

Il pittore di nature morte, ancor più se fosse Cezanne, mai smetterà di lottare contro la superficie delle sue mele, fintanto che, fallita ogni ricerca, le cose non si mostreranno nel rimorso dell’esistenza, punto di svolta grandioso.

L’illustrazione botanica, vanto degli antichi erbari, non ha, al contrario, alcun bisogno di giustificarsi – né di esprimersi o di pentirsi.

Tale sicurezza, dettata dalla funzione utilitaria, le consente addirittura di sacrificare ogni contesto, perfino la protezione dello sfondo, il colore familiare della carta, la patina giallina e tiepida, affrontando da sola la pagina intera.

In quella meravigliosa solitudine, l’illustrazione botanica può tentare la pura manifestazione del positivo – poi dedicarsi alla beatitudine dell’acquarello.

L’illustrazione botanica ha qualcosa della condizione poetica: un positivo piccolino, nugae nugellae, sospinto da un’immensa negazione preventiva – ma guai se l’illustrazione si voltasse a guardare quella negazione, dichiarando lo spavento.

L’espressione, che dallo spavento ricava le sue chicche migliori, trasformerebbe l’illustrazione in natura morta, una metamorfosi affannosa, sotto l’imperversare del significato.

L’espressione arriverà a lavoro finito, non in virtù delle intenzioni dell’illustratore, ma come premio di un sacrificio non immune da malizie, come i doni che arrivano soltanto se non richiesti, come si evince dall’antico Codice di Dioscoride fino alle molli, morbide rose di Redouté, con le quali egli voleva esprimere l’inconfessato.

15.

Del paesaggio si parla ormai come di un paziente.

Nella lunga notte dell’agonia, onde non scimmiottare la carità, il buon dottore può bere il suo Martini senza colpa.

Ciò per dire che il paesaggio, nato con il gesto violento dell’estirpazione, non intende finire in un lazzaretto.

La sua creazione, fatta a mani nude, con sforzi immani, l’ha reso epico e solenne – inadatto a questa fase ospedaliera.

Per questo le leggi di tutela sono interpretate come un pessimo segno. Succede perfino per i senza tetto che spesso rifiutano gli aiuti. Attrezzati con le loro scatole di cartone, possibilmente vicino a griglie di scantinati che soffiano aria tiepida, si apprestano a passare la notte.

La legge non ha mai considerato queste delicatezze – né può apprenderle dal delitto, del quale non sarà mai all’altezza.

Il paesaggio è stato felice fino a quando ha potuto lottare: la lotta con un uomo, agricoltore, gli ha aperto orizzonti orgogliosi, patrimonio dell’umanità.

Interrompere il continuo e generare il vuoto è stata la prima missione dell’agricoltore – oltre che l’atto primigenio del pensiero.

La generazione del vuoto è perciò il fondamento della responsabilità. Chi genera il vuoto si assume la responsabilità di instaurare un ordine nuovo, in quanto il vuoto ha rotto la gerarchia del continuo, lenta, inflessibile e inesplicabile – non si saprà mai se fondata sulla lungimiranza o sulla cecità della natura. Quel vuoto, segno di un pensiero coraggioso, deve essere mantenuto aperto a viva forza di braccia, affinché non si rimargini, coprendo l’accaduto.

Se così stanno le cose, se un contrasto attivo ha portato, nei secoli, fino all’amore, c’è da temere che i tempi non siano favorevoli al perpetuarsi di quel complicato, magnifico patto di lealtà.

A queste condizioni, il paesaggio è destinato a peggiorare. Esso aveva bisogno di sentire l’uomo, i suoi passi, gli attrezzi di ferro, i vomeri, le falci – alla fine avrebbe voluto offrirsi, per suo spontaneo desiderio, come il solco all’aratro – ma non arrivò nessuno.

16.

La bellezza delle malerbe è molto particolare. Non avendo, o scarsamente, il sostegno dell’utilità, né avendo superato l’esame dei giardinieri e dei green center, il loro riconoscimento può avvenire soltanto in un orizzonte puro e disinteressato, nei regni dello spirito dove regna l’indifferenza e con ciò l’immensa carità.

Per questo il romice, rumex acetosa – che ha capito l’antifona – non farà nulla per diventare bello secondo lo sguardo degli uomini.

Avrebbe meno problemi, in ogni caso, se non si alzasse in modo così spericolato, visibile tra tutte le erbe, con la sua pannocchia spettacolare, ricca di migliaia di semi.

Per questo modo di fare, il romice è sicuramente un provocatore – un rivoltoso che lotta contro la selezione delle sementi?

Le malerbe. non avendo ufficialmente una patria, sono attentissime agli spazi vuoti – con ciò superando chiunque nelle arti della sopravvivenza.

Perfino il campo appena arato – riportato a zero, come un puro deserto – non si accorge di un fittone di romice, attaccato alla sua piccola zolla, fermo senza fiatare, ancora vivo.

Bastarda di una pianta, dirà il contadino l’anno dopo.

Attraverso queste loro astuzie le malerbe sopravvivono – una mala vita, sembrerebbe, ma cosa augurare, cosa consigliare?

La loro vita è allo stato puro – si affacciano al sole, per la durata di un mattino – quando sentono il rumore della falce, il topf topf della zappa, si concentrano nella felicità, perfettamente, per i restanti minuti.

17.

Le mappe catastali si stanno cancellando. La loro proiezione al suolo non è più esatta e leggibile.

La grande finezza delle particelle – la matita, la china – sembra passata e ripassata da una gomma sporca, errore deplorevole già dalle scuole elementari.

Le mappe, nella loro vuota perfezione, raccontano come gli uomini si sono regolati con il mondo continuo – dividendolo secolo dopo secolo, famiglia dopo famiglia – rozza azione possessiva si direbbe, ma perché non dire che si trattò di affidare una particella a qualcuno, garante fedele?

Mappe fantastiche sono quelle della piccola proprietà contadina, in zone collinari, divise in particelle di poche centinaia di metri, dirette secondo le acclività del terreno – per cui una gioia sarebbe stato per Paul Klee farsi bambino e colorare queste fantasie geometriche garantite dalla storia, esistenti in solido – alla pari delle sue mappe inventate.

Le particelle catastali, in quanto segni disgiuntivi, esprimono l’aperta polemica verso il continuo naturale, il quale non consente all’uomo di sognare la totalità.

La totalità, infatti, immane sciagura, contraria alla vita che soltanto è parziale, è il sogno che fanno le cose divise – sogno magnifico, la cui realizzazione deve essere impedita, significando morte e nullità.

Le particelle catastali, vuote, sono una il sogno dell’altra – esse si scambiano il senso, uguale in ognuna, il quale, nel passaggio, ha un fremito, un sussulto e tanto basta – come un bel caso di semiotica.

Inutile ricercare, al suolo, la corrispondenza di quei disegni: con orrore vediamo che la gomma da cancellare sta avanzando, la totalità gonfia le piume, il senso che era niente e faceva uno squillo passando da uno all’altro, tace, in attesa dell’Uno.

18.

La fotografia del giorno 6 maggio 2018 (tappo di plastica rosso su sfondo nero) ci conferma come il nostro comportamento espressivo sia senza scrupoli – intendendo, con ciò, come esso, nell’eccitazione, sia pronto ad oscurare, senza alcun principio di moderazione e di equità, tutto il resto, come accade in questa fotografia che si può ritenere un piccolo trattato di retorica.

Ciò che ad occhio nudo riusciremmo a fare con difficoltà, lo possiamo fare attraverso l’obiettivo della macchina fotografica – di un telefonino in questo caso.

L’occhio naturale, infatti, non è in grado di eliminare una cosa per enfatizzare quella vicina, non essendo predisposto per emanare sentenze capitali.

L’occhio naturale, pur abituato a fulminee valutazioni – di pericolo, di piacere – mai esercita una funzione di oscuramento, togliendo una cosa dalla vista.

Bisogna aspettare l’espressione per entrare nell’ambito dell’affermare, del negare e del rinnegare, al fine di un’espressione compiuta.

L’espressione compiuta non è democratica. Essa procede superando innumerevoli impedimenti, istanze e preghiere.

L’espressione non qualunque ha sempre un filo di lana da tagliare. Invano, quasi per infantile attaccamento, indugia ancora un po’ tra i dati di fatto – ormai lanciata verso un effetto spettacolare, ciecamente, con la più oscura voglia di esistere, si dirige verso se stessa, come verso una preda – in quell’istante brillando nell’identità che nulla dice, ma che, finalmente, è!

Il tappo rosso di plastica richiedeva che il fondo fosse nero. L’oscurità calata sull’universo delle cose, con quei deliziosi, minuscoli rimorsi di parvenze: un filo d’erba ricurvo, un movenza di foglia, un fiorellino – ci dice che il sacrificio ha avuto successo e che un senso ignoto, giubilante e perverso alza la bandiera sul tappo rosso di una bottiglia di plastica – gettata tra le erbacce.

Fotografia di Pietro Bologna

19.

Come il buio si vede attraverso i suoi difetti – buchi di luce, barlumi – così la luce, da sola, è meglio cercarla quando non splende in purezza, ma allorché diventa densa, disfatta nei vapori, assorbita dalle nebbie.

Ciò accade in questa fotografia del 23 dicembre 2018, nella quale non compaiono cose.

Ciò che è visibile è il puro colore, liberato dai suoi supporti grossolani, come desiderasse esistere finalmente da solo, ereticamente – un diritto che la pittura ha ottenuto dai tempi delle caverne dipinte.

Nella pittura, il colore, come attributo o accidente, ha usato i supporti – le sostanze aristoteliche – in modo truccato: il mantello rosso della Madonna di Martin Schongauer (Madonna im Rosenhag) al museo di Colmar è una dichiarazione fanatica per il rosso, il quale viene fatto passare per un mantello. Che dire del mantello rosso dell’apostolo Giovanni e del mantello bianco di Paolo di Albrecht Dürer all’Alte Pinakothek di Monaco?

Questi mantelli, attraverso la loro smisurata grandezza, mozzafiato, dal basso verso l’alto – quando arriverà la nobile testa? – sono il pretesto per il colore che si sfoga, impudente, ben prima del novecento.

Dunque invano, ma a modo suo con ragione, strepita papa Innocenzo III contro coloro (erano i cuochi) che tramutano, mescolando e rimestando, la sostanza in accidente – mentre la pittura faceva ben di più, sotto i suoi occhi, trasformando gli accidenti in sostanza.

Ciò ci ridice, non l’avessimo capito, che l’espressione tende a svincolarsi dal supporto per slanciarsi, gesto fatuo e decisivo, verso l’istante di un desiderio a colori, nelle braccia di un dio che non la giudica, ma che non intende consolarla.

Fotografia di Pietro Bologna

20.

Nella fotografia del 24 marzo 2018 c’è, in mezzo all’erba secca, uno specchio rotto – è troppo pensare che rifletta il cielo, con quel celeste di primavera, sua ultima funzione patetica?

Siccome c’è sempre il pericolo che le fotografie possano spacciare una cosa per un’altra, è risultato, infatti, dopo indagini, trattarsi di un pezzo di plastica.

Tale oggetto è catalogabile come rifiuto e, per la posizione dove si trova, risulta contravvenire a numerose disposizioni.

C’è tra queste regole quella del brutto? – la sua proibizione per legge?

C’è, di conseguenza, tutta la serie delle eccezioni, quali la sanatoria, la tolleranza, il perdono?

Il brutto, innanzitutto non può essere negato.

La sua negazione – stando alla larga, passando da altre parti, guardando altrove – appartiene a un’estetica impaurita e insolente, esangue – puah!

Il brutto invece chiede energia, la quale sa che il brutto è il resto di un’energia esaurita, da cui vetri rotti di fabbriche dismesse, tetti a shed con scheletri di ferro – poi, per chi accetta di vedere, lampi di luce al tramonto, mai così di fuoco.

Il brutto, perdendo forma, ha acquistato la forza – come forte è l’irrisolto, il suo spasimo.

La redenzione del brutto agirà sull’idea del bello, sulla sua scoperta in ogni luogo, nelle scarpate delle ferrovie, sui cigli delle strade con bardane impolverate, cariche di lappole pungenti.

Il bello, avendo eliminato tutto ciò che non gli appartiene, consumata ogni energia per diventare ciò che è, adesso sta composto, nel timore di degradare.

Il brutto, in pratica, ha una vita davanti.

Un posto spettacolare è il demolitore di automobili.

Innanzitutto il buon demolitore tiene il disordine in ordine perfetto: un viale centrale, vie trasversali, cataste di altezza uguale e regolarmente squadrate, posti di manovra per le gru e le pale gommate,

mentre i rottami espongono i loro intestini meccanici, i quali, da sempre trascinati e nascosti nel moto, adesso se la spassano, spiritualmente parlando, nuovi frammentati individui, marmitte e portiere, liberate nella morte.

Vista dal demolitore di automobili, ma vale anche per il ferro vecchio, le cataste di vetro multicolore, ecc…, la boutique del centro storico è un organismo assai noioso.

Perfino le signore che provano vestiti davanti a lunghi specchi, da terra fino all’alta persona, manifestano una tale cura e parsimonia nei movimenti, che, alla lunga, le medesime tempeste nell’intimo dei tailleur, classico covo di bellezza, rischiano di scatenare bolle d’aria a fronte del nostro manovratore di rottami.

Fotografia di Pietro Bologna

*Venti prose di Angelo Lumelli verranno pubblicate in un libro fotografico di Pietro Bologna dal titolo Ettaro, Artphilein De Pietri Foundation. Qui sono presenti online le prose dal numero 12 al numero 20.

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