Gli scarabocchi di Cy Twombly

di Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli
Cy Twombly

Gli scarabocchi di Cy Twombly*

Da parecchi anni Plinio De Martiis ci va informando dei successi di Twombly sul mercato internazionale. Plinio, che ha visto passare alla Galleria Tartaruga tante belle opere e tanti bei nomi, e che per ripicca o per distrazione li ha poi mollati ad altri, non ha mai avuto nei riguardi di Twombly la minima esitazione. Twombly è il suo jolly, il suo campione. Plkinio ha cambiato tanti cavalli; questo solo ha tenuto per sé. E immagino che Twombly sia l’ideale partner di Plinio, che non sopporta impegni, rendiconti, carte e contratti. Plinio non ha mai voluto cambiare la sua faccia e le sue abitudini con quelle di un mercante. È un gourmet prima d’essere un cuoco.

Twombly è troppo indipendente per stringere patti con chicchessia, se proprio non è un amico. Figuratevi se Plinio è il tipo che chiede a un pittore cinque o dieci quadri al mese come fannno I mercanti; e se Twombly è il tipo che fabbrica quadri a getto continuo. È capace di stare un anno senza dipingere, ma in pochi giorni ti prepara una mostra stupenda. Pensando alla sua opera di qualche anno addietro, a quei grumi sanguigni spremuti dai tubetti, si poteva parlare anche di emottisi o di emorragia. L’emorragia è un accidente, non una poetica.

Twombly, a cui la lingua dei poeti greci è familiare come la lingua dei poeti inglesi, deve aver trascorso queste ultime stagioni con i suoi classici. Si è veisto poco in grio. Ma ora sappiamo che è tornato a più riprese in Asia Minore. Conoscce la Grecia come le sue tasche, come conosce Roma e dintorni, dove vive da più di dieci anni, e la Virginia dove è nato.

Egli rimane ancora un pittore legato a filo doppio all’epoca “ansiosa” dell’arte americana, ma l’angst in lui è diventata hybris, ebbrezza. Tante volte mi è venuto di accostarlo a De Pisis, e mi rendo conto che la distanza è grande, ma non invalicabile. De Pisis, come lo descrisse Giuseppe Viviani, che scansa con raccapriccio una rosa caduta nel fango, non è tanto diverso da Twomby sorpreso a strappare una gallina agli artigli di una cagna. Il riserbo di Twombly, il suo gusto di vivere appartato, il suo profondo disprezzo per ogni forma di esibizionismo, si sono aggravati in questi anni. Spirito solitario, meditativo, forse un poco epicureo, non deve vedere di buon occhio crescergli attorno la marea degli organizzati, degli efficienti.

Filippo De Pisis

Possiedo una sua piccola tela, poco più grande di una mattonella: sullo strato di gesso sono stati tracciati fasci di segni grigi, come se l’autore avesse voluto affilare la punta del lapis. Ho un altro scarabocchio su una tela più grande, ruvida, a matita rossa e nera, due grovigli di fumo che occupano soltanto una metà del rettangolo, a destra della diagonale.

Di ritorno dalla Grecia ha portato un taccuino di appunti sulla Venere di Cnido. Non gli deve essere bastato un viaggio solo. A Hölderlin e a Nietzsche bastò molto meno, la lettura di Platone e dei poeti tragici. Non ha trascritto questa volta né un verso di Saffo né una battuta di Socrate. Ha concentrato i suoi pensieri su due figure, due patterns, due cellule dell’edificio euclideo: il trapezio e il rettangolo reticolato. Della Venere acefala e tronca è rimasto solo un imbuto. Su tre grandi tele (m. 2 x 2) e su una tela stretta (m 2×1) sono tracciati i quattro lati di quattro trapezi così come potrebbe disegnarli, sopra una muraglia sporca, con matita e carbonella, un bambino erto su uno sgabello e fornito di una pertica (per supplire all’immensa apertura delle braccia e delle gambe di Twombly, che è alto più di due metri). Sulle altre due tele il pittore rimugina il motivo del rettangolo, che dal punto di vista antropomorfico è una figura meno disponibile del trapezio isoscele. L’ispirazione potrebbe essergli venuta dagli scavi, dai ruderi, dalle fosse Non è semplice scoprire le intenzioni di uno scarabocchio. Meglio descrivere una battaglia o un trasloco. La tavola più bella è riprodotta sulla locandina stampata in lito per gli amici della Tartaruga: un trapezio che pare un forno o un cratere o un tumulo ardente.

Twombly rimane fedele agli strumenti della pittura, come i geometri sono rimasti fedeli alla squadra o al compasso. La tela è grezza o imbrattata di gesso. Il pennello è spesso superfluo. Schizza o preme i colori dai tubetti, e sono pilllacchere, fosfeni bianchi rosei, rossi, raramente macchie o aurole come in Gorky. Il pittore è ostinatamente riluttante a qualunque sistema che implichi una premeditazione, un metodo. La verve inventiva tiene il posto della metrica, del rigore. È una pittura che pare molto vicina alla poesia, ma a una poesia affidata al caso o alla grazia, come vi pare. È una pittura che sembra trovare la gioia, la libertà, l’irresponsabilità del canto, e che non conosce disperazione: soltanto l’amore o la noia.

*Il testo è tratto da: Leonardo Sinisgalli, I martedì colorati. Un poeta alle mostre (Genova, Immordino 1967, ristampato dalle edizioni Graphos, Genova, 2002). Il libro raccoglie una serie di recensioni sinisgalliane apparse sul settimanale “Il tempo illustrato”.

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