Cos’è dunque uno sguardo?

di Eugen Bavcar

Cos’è dunque uno sguardo?*

di Eugen Bavcar

Frammenti. Erano frammenti di luci e di colori: li vedevo ancora, all’inizio della malattia, e ne ero felice. Conservo il ricordo di questi momenti d’addio al mondo visibile: momenti sacri. In quei ricordi non ci entro neppure più io, tanto sono vivi e urticanti. Temo gridare per il dolore di quello che mi manca.

La monocromia invade la mia esistenza.

Devo fare uno sforzo immane per conservare la tavolozza delle sfumature.

Il mio mondo fuggito nella monotonia opaca, nella trasparenza opaca.

Coloro gli oggetti e le persone.

Conosco una donna la cui voce è così blu da riuscire a mettere dell’azzurro su un giorno che so grigio e autunnale.

Incontro un pittore che ha una voce rosso-cupa: vuole il caso che io abbia amato questo colore fino all’orgasmo. Rabbrividisco.

**

All’inizio della mia cecità mi prendevo troppo sul serio, portavo occhiali scuri per accentuare il dolore della mia distanza dal mondo.

Oggi uso lenti chiare, per darmi una bella aria intellettuale.

Se questo è il mio destino, che diventi tutto MIO.

E con l’allegria di chi possiede un sotto-mondo, ma leggero. Fatto di minareti, gallerie, sottosuoli. Un bellissimo formicaio dii cui sono re,

Una delle assenze più costanti della mia vita è quella del cielo: appartiene alle immagini più cancellate. Le stelle, per esempio, verso le quali il cammino della memoria è davvero molto spinoso, riesco solo a oggi a fotografarle, con un leggero senso di sfida.

La cecità non mi lascia mai. Ma, se volessi disfarmi di lei, dovrei rinunciare a tutto il resto. Al mondo che le ho creato intorno. Non ne vale la pena. Mi sono risolto a conservarla come complice necessaria e a vivere con lei, in sua compagnia, da veggente assoluto, per esplorarne tutte le possibilità, nel gioco d’amore e d’odio che mi ha imposto senza che io potessi reagire.

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Benché, per amore di paradosso, abbia molti specchi a casa mia, preferisco cercare la mia immagine nelle voci dei miei interlocutori e dei miei amici. La ricerca è più gioiosa.

Cos’è, dunque, uno sguardo? Non lo so. Ma so che esiste quando non si può guardare un in altro modo se non in quello: è la somma di tutti i sogni che ho purificato della parte incubo.

Servirebbe avere incubi tenebrosi? Le tenebre non sono che un’apparenza, perché la vita di ogni persona, per quanto cupa sia, si compone anche di luce. Nello stesso modo con cui il giorno scintilla nel canto degli uccelli, così io imparo a distinguere la voce del mattino da quella della sera da dei toni appena udibili, come una fisarmonica che smorzasse o accentuasse i suoi registri.

*I testi sono tratti d: Le voyeur absolu, Paris, Seuil, 1992.

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“Mi dovete chiedere non come ma perché fotografo. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce”. Così scrive Eugen Bavcar, artista sloveno, nato nel 1946, cieco dall’età di dodici anni. Deciso a superare il limite della cecità e, più ancora forse, a fare di quella privazione una sorta di risorsa, attraverso la macchina fotografica Bavcar sviluppa una poetica personale basata sui ricordi e le suggestioni evocate dal mondo circostante, creando “visioni dell’anima” oniriche ed emozionanti. I suoi scatti hanno il profumo della sua terra ed esprimono il ricordo di spazi, luci e forme della sua infanzia. A coadiuvarlo nel suo lavoro ci sono i suoi “consiglieri-lettori”, persone senza troppe sovrastrutture, “con lo sguardo libero da ossessioni personali”. Tra questi preferisce da sempre sua nipote Veronica, protagonista di molte delle sue opere. “Non sono un fotografo tradizionale, mi definisco piuttosto un artista concettuale. Le mie fotografie esistono in uno spazio particolare: nelle mie gallerie interiori che visito spesso grazie all’aiuto del mio terzo occhio – sottolinea Bavcar – . Tra me e il mio muro vi è, qua e là, qualche fotografia. Queste fotografie esistono per voi, che a vostra volta me le descrivete: in tal modo esse possono esistere per me”. Bavcar, nella realizzazione dei suoi scatti, si fa guidare dagli altri sensi e, più di tutti, dal sentimento del ‘bello’, che non è semplice sensazione, ma memoria e intuizione che ci raccontano la magia di una realtà da ‘sentire’ con nuove forme di concentrazione per costruire orizzonti e fantasie differenti, utili per riuscire a cambiare il nostro modo di guardare il mondo”. Nel 2014 Paola Mongelli e Petra Probst si sono ispirate a Bavcar per un progetto foto-iconografico intitolato Oltre il Buio. Il Teorema di Bavcar. Il progetto, con seminario e installazioni, si è svolto a Genova, per l’Associazione Contemporart, nei locali di Villa Piaggio.

(A cura di M.E.)

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