Il novantesimo grado

di Rossella Maiore Tamponi

Rossella Maiore Tamponi, Il novantesimo grado, acquerello di Tore Manca, Oèdipus editore, 2020

Il novantesimo grado

(Oèdipus editore, 2020)

nota critica di Marco Ercolani

Che la poesia non debba accontentarsi di essere un fenomeno lirico soggettivo, è una realtà che innerva tutta la maggiore poesia contemporanea. Ma in questo libro di Rossella Maiore Tamponi, diviso in sei sezioni (Oblique, Orizzontali, Verticali, Angoli, Ortogonali dell’amore, Composizioni), è ancora più evidente un discorso di sconfinamento e, simultaneamente, di ricerca di un nuovo confine. Il libro è generato da una passione personale ed esistenziale per Piet Mondrian. Si sarebbe inclini a pensare che l’arte astratta si distacchi dal tessuto della realtà sociale e si dichiari estranea al destino dell’umanità, appagata della sua bellezza formale. Ma una lettura attenta degli scritti del pittore olandese ci riserva delle sorprese teoriche. Scrive Mondrian: «L’arte astratta pura si emancipa completamente dalle apparenze naturalistiche. Essa non è più un’armonia naturale bensì crea rapporti equivalenti della massima importanza per la vita. Solo in questo modo possono essere conseguite la libertà, la pace e la felicità sociale ed economiche». Il concetto di rapporti equivalenti, punto cardine della sua concezione estetica, corrisponde alla visualizzazione dell’idea di giustizia e alla realizzazione di un sentimento di uguaglianza libero da ogni tradizione e da ogni morale, come l’arte astratta pura si libera dalla forma e dal colore naturalistici. In una delle epigrafi riportate nel libro si legge questa sua frase-manifesto: «L’arte è soltanto un surrogato di cui ci serviremo finché la bellezza della vita non sarà sufficiente». L’idea del pittore è un atto, eversivo, di stilizzazione e rarefazione dell’arte e dei suoi ornamenti superflui, finché essa non diventi puro design, come in alcune opere esemplari di Enzo Mari ed Ettore Sottsass, designers ma anche teorici dell’atto creativo come essenzialità.

Ci siamo parzialmente allontanati dall’analisi del libro per scrutare, da vicino, le sue radici, la sua necessità. E per Rossella Maiore la necessità della poesia è una cifra ben definita: il bisogno di sottrarsi all’informe e confuso mondo esterno/interno per arrivare al “novantesimo grado” dell’angolo retto, a una visione della vita più asciutta e petrosa, meno intimista. Leggiamo un libro che vuole geometrizzare e ridurre la percezione? È forse vero il contrario. Ascoltiamo la voce del poeta, nella poesia eponima:

«La nascita, un moto verticale in linea retta

la morte un orizzonte.

Noi siamo lo spazio dell’angolo

la vita».

E ancora:

«Arriva dopo l’attimo in cui

l’io non c’è

e il mondo non può fargli nulla.

La ruota si muove

il suo asse resta fermo».

Asse fermo, spazio dell’angolo: uno spazio non popolato da immagini vaghe o riverberi esistenziali, spogliato di ornamenti troppo emotivi e perturbanti, ma limpido e rigoroso, come una sorta di “gabbia” (precisa Vincenzo Frungillo nella bella prefazione), che delimita un dentro e un fuori, implacabilmente, nei territori del linguaggio. Il libro si impone, alla lettura, come icastico e austero: i due aggettivi non sono in sé significativi ma ci avvertono cosa non cercare in questi versi e di cosa, invece, andare cercando: rigore e purezza; intimo e intenso desiderio di perfezione; una pace psichica che armonizzi la coincidentia oppositorum. Non possiamo dimenticare, sottolineando il lavoro dell’autrice come counselor psicologico, che il mondo della psiche non è solo l’alveo delle inconfessate e rimosse passioni dell’inconscio ma un delicato sistema di vasi comunicanti o non comunicanti, che ci rimanda al reticolo frattale, alla complessità del labirinto, alle leggi dell’omeostasi, alla fenomenologia di Binswanger.

«Veniamo ogni giorno al risveglio opachi a noi stessi, per essere guardati, giudicati. Nella notte del senso, nella legge, la luce è lo spazio della perdita. Con gli occhi aperti vediamo solo gli altri, i loro fantasmi. Restiamo nel luogo di noi dove sono impedite le visite».

Fulminante intuizione: quel “luogo di noi” invisitabile è il vero protagonista del libro, un luogo archetipico dove la tentazione verso l’astratto, verso la dissoluzione, è temperata da una plastica, vibrante musicalità, dove l’alto e il basso coincidono:

«Ma cosa so cosa sapete voi

di ogni linea segreta, verticale

che senza alcuna luce senz’ombra

ricongiunge ai fondali

in questa compassione sterminata».

Solo questa “sterminata” pietà, dove “una luce perfetta sconcerta la visione”, restituisce il libro come oggetto ipnotico e misterioso, non definibile, la cui geometria non è un progetto intellettuale definito ma una poetica quiete raggiunta attraverso l’enigma.

«L’universo la mia tentazione

e io, fatta in un solo istante

entrambi con le mani nel fuoco

entrambi il delirio e il compito».

Questa poesia sfida la facile comprensibilità, e appare talvolta come un involontario trattato mistico, dove sono le parole stesse a costruire il mistero e non a evocarlo come oggetto alieno. Lontana dalla sua prima e originale prova, Le camere attigue, libro immerso nei colori ambigui del mondo, Rossella Maiore attua qui un suo imperioso isolamento dalle cose, un impervio pensiero geometrico-matematico mai estraneo alle vibrazioni del vivente:

«Libero un uomo segue

la destinazione

e la destinazione ha cancellato il destino.

Dov’è l’incerto vibra

ciò che salva».

Non sfuggirà al lettore che in questa ellittica scrittura, di una musica costante ma non effusa, sono frequenti le sequenze di versi dove appaiono dei lampi onirici:

«Se l’impeto primo è guardare

vedere è recedere un passo

tornare alla nascita prima

di abbattersi contro la luce

rinascere altrove in una visione».

Il 27 maggio 1953 il fisico Wolfgang Pauli scrive a Carl Gustav Jung: «…ho dovuto riconoscere che la relazione tra i miei sogni e la fisica era reale. E comunque i sogni non si riferiscono semplicemente alla usuale fisica moderna ma costruiscono sinteticamente una specie di corrispondentia fra fatti psicologici e fatti fisici. In questo modo i concetti matematici e fisici vengono estesi fin nell’inconscio in generale e nella psiche individuale in particolare».

Rossella Maiore fa sua questa relazione segreta e la modella sulla necessità della scrittura come geometria della sua stessa materia:

«Perfino la poesia non è che linee orizzontali

che rintracciano i vertici al foglio»

Se è vero che ogni libro di poesie è un recinto sacro. un temenos che accoglie certe parole e solo quelle parole, ha ragione Frungillo quando scrive, nella prefazione: «Le parole sono la gabbia gettata sul mondo ma sono anche lo spazio di comprensione e compressione entro il quale necessariamente dobbiamo muoverci». Il poeta, lo scrittore, l’uomo, è soggetto/oggetto di geometrie obbligate che lo portano a muoversi, tra l’apertura della comprensione e la chiusura della compressione, nello spazio orizzontale del raffigurare o nello spazio verticale del trasfigurare, senza che questa antinomia sia contraddittoria.

Maiore vive la forma geometrica come luogo di libertà dai simboli e dai codici, luogo che le parole soffrono nel loro stesso dirsi. Questa breve prosa, intitolata La croce, ne è lapidaria testimonianza. Qui tutti i limiti e i significati vengono evocati come ordigni, ordini, prigioni, che la poesia ha il compito di dissolvere:

«La prigionia testamentaria ha offeso la sua pura geometria. La croce è stupefatta dal sacrificio che è costretta a portare. Come se fosse un logo, attonita di fronte a quel dolore che non era previsto. Reciproci rapporti annullano i piani separati, dissolvono le forme. Le linee e i colori ritornano alle origini, fanno strage di limiti, di ordigni e di esclusioni».

Un commento

  1. Rossella T. persegue una llinea (non a caso dico linea) non sentimentale,non femminile in senso tradizionale: Ecco l’intensità,l’asciuttezza insieme alla grazia….un libro notevole,molto notevole!

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