Cechoviana

Il rischio di una chiaroveggenza

Uno psichiatra silenzioso, che ricordava nei modi certi medici volentieri descritti da Anton Čechov, usava consigliare ai suoi depressi la lettura del libro di Giobbe. Egli teneva in grande stima quegli infelici, malati per lo più, come la principessa di Andersen, di uno sguardo troppo chiaro, e assicurava che da quella dura meditazione sull’ordine del mondo traevano un giovamento sensibile, ne uscivano rasserenati. Non molto diversamente doveva intendere il potere di una lettura il critico che scrisse di Čechov: «è il solo che si lasci stringere sulla nostra carne dolente senza ferirla…»

(…)

Čechov sa bene – e con quale paziente ostinazione si adopera a dimostrarlo – come il chiuso ed immobile cerchio dell’abitudine sia la ruota che più velocemente rapisce l’anima alla morte. Che cosa opporre dunque all’abitudine (egli la chiama spesso, giustamente, “sazietà”), che cosa affrontarle come rimedio e riscatto se non il suo contrario, l’attenzione?

Di questa Čechov assume tutti i rischi, o meglio il solo rischio terribile, quello che da’ alla partita il suo alto valore: il rischio di una chiaroveggenza che stanchi l’anima fiduciosa, la sottragga alle forze misteriose del fervore, l’abbandoni senza riparo a quella enorme misura di inaccettabile che è il nucleo appunto dell’ordine del mondo. Che l’attenzione, come ogni estrema speranza, possa improvvisamente convertirsi in disperazione e, rivolta contro se stessa, assumere il volto della più letale fra le abitudini: l’inerte rassegnazione della miseria umana.

È il rischio del professore universitario nel meraviglioso racconto Una vita noiosa, il rischio di tutti quegli uomini amari, appassionatamente buoni, che egli si ferma spesso a descrivere lungamente, come uno scienziato che provi su di sé i propri sieri, poiché quegli uomini hanno tutti, più o meno, i suoi lineamenti: il medico sottile di Una contrarietà, quello ruvido della Principessa, fino ai due splendidi memorialisti della Mia vita e del Racconto di uno sconosciuto, fino al prigioniero della Scommessa (quella breve, bruciante variazione sul grande tema dell’Ecclesiaste). Il limite estremo di questo rischio lo toccherà, perdendosi, lo psichiatra della Corsia n. 6, l’uomo buono, intelligente e vile, a cui la paura rende impossibile l’esercizio dell’attenzione. Quando il diaframma che le sue formule piacevolmente stoiche hanno posto per anni fra lui e il mondo dei suoi malati verrà bruciato da una serie di eventi ed egli si troverà dall’altro lato dell’orrore, là dove la vita è realmente impossibile e tuttavia è vissuta ora per ora, anno per anno, da migliaia di esseri assai migliori di lui, il medico non potrà che morire affermando ciò che per anni si era negato: l’impossibile miracolo della vita nella sventura.

*Da Un medico, in: Cristina Campo, Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987.

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In un cerchio incantato

«Sono pochi gli uomini che alla fine della loro vita non provano quel che io provo adesso. Quando vi dicono che avete qualcosa, come i reni cattivi e l’ipertrofia di cuore e voi cominciate a curarvi, oppure quando vi dicono che siete un pazzo o un delinquente, vale a dire, in una parola, quando la gente tutt’a un tratto rivolge la sua attenzione su di voi, sappiate allora che siete caduto in un cerchio incantato da cui non uscirete più. Più vi sforzerete di uscirne e più ancora vi ci perderete. Rassegnatevi, perché non vi sono più sforzi umani che vi possono salvare….

Anton Čechov, Racconti e novelle, III, Milano, Mursia, 1963.

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Di questo altrove

La conversazione con un uomo intelligente può salvarti la vita. O, al contrario, sprofondarti nella follia, se vieni a sapere che l’uomo con cui parli ha perso la ragione da un pezzo. Ma allora ti domandi: si può perdere la ragion e restare, nonostante quella perdita, intelligenti e sensibili? La mancanza di ragione, nella prepotente e volgare Rus’, è spesso presenza felice del cuore.

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In La corsia numero 6 i colloqui fra folle e sano restano sempre una serra artificiale che a stento contiene l’inferno. L’inferno non entra mai veramente in quelle parole, che costruiscono un ordine già determinato, una reciproca complicità. L’inferno è altrove, nel silenzio privo di senso della malattia o in una parola inarrestabile, disgregata. È di questo altrove che occorre parlare, sebbene manchino le parole giuste.

(Marco Ercolani, Un uomo di cattivo tono, Amazon Fulfillment, 2020)

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