Altre mappe

di Viviane Ciampi

(con inchiostri dell’autrice)

Ça parle

Jacques Lacan

Gli esseri hanno la percezione finale che ci sia un luogo

nel quale giungeranno alla propria coincidenza.

Maria Gabriela Llansol

Sono tutti fantasmi

e li hai di fronte.

In fila. A portata di mano.

Ma fantasmi che agiscono

– agenti, sì – come soltanto loro sanno agire.

Immagina: bisbigliano

si alzano dalle sedie

passano da una stanza all’altra

fanno barche con un verbo

purché concavo.

Parlavi ancora dei fantasmi?

Sì. La banalità. La sedia. La stanza.

Il buco al centro della stanza.

I corpi.

Il grande libro dei corpi non ancora scritto.

Chiamali pure ingredienti.

Messaggi,

– cani sciolti della prosa –

che stai inviando da una poltrona regale

mentre qualcuno dorme nell’altra camera,

fa profezie nel sonno.

Messaggi – dicevamo –

che lanci per

iniettare segnali di vita.

Di poche parole trattasi. Che si slanguorano,

disanchilosano il cuore

– di bella intensità, anche –

cose scritte sbagliando persona.

Intervallo. Fumo. Bicchierino di.

Stato gassoso.

Note critiche esaltanti, talvolta anoressiche.

Tra due pastiglie di addormentanti

germogliano zibaldoni. Scie.

Frane frananti. Né puoi capire, se leggi.

Troppo tardi, non puoi cancellare

né prevedere nuove opzioni.

Il ricevente ha già memorizzato,

saranno tempi di magre baldorie.

E un bianco dilemma ti chiude gli occhi.

La vita non spara bombe di velluto

pianta i suoi artigli nelle ossa

abbassa guance palpebre natiche

– altre cose ancora –

da farti sembrare quel lupo di mare

dalle pulsioni coagulate

che impara a fare notte nelle lune divergenti

– trattiene tutti i sonni –

e crede all’avvenire

del bromuro.

**

E tu ripari reti paioli bucati

non porti bauli probatori.

Attraverso spiragli aperture

s’attivano falsi ricordi inconsci.

Nel gran fresco restano

le mele del cesto a far bella figura

fiammiferi che accendono

la cognizione della sera

il nitore geometrico

della riga d’orizzonte.

**

Se pessimismo cosmico avverato

ignora la cosa

studia nuove mappe

eludendo il tesoro

meglio essere non te ma di colpo

tutti gli altri.

Gli altri che furono che sono

e gli altri che saranno.

Convivere con il silenzio,

se troppi dettagli

guastano il racconto.

**

Nessuna propensione al lirismo, stamane.

Impasti parole tangibili

chissà come per chissà chi.

Impari a fare il pane

con le cose taciute.

Acqua sale lievito nero. La farina?

Come no, eccola!

Farina nera che fa i grumi

affinché nasca una sola frase.

**

Ideazione della solitudine:

nulla lascia presagire

i chiodi del futuro

nessuno sopravvive al proprio riflesso

nessuno perde fiato a raccontare.

Bianco, chi l’ha detto a mezza voce?

Esiste solo l’ipotesi del disabitarsi.

Forse il disabitarsi

presuppone

un sottosuolo di armature

nelle nicchie sensoriali

ombre

veglie

storie

di amori disossati

gazze ladre

astinenze

epifanie

desiderio a grappolo

come quando arriva

un certo tipo di mal di testa

che ti fa desistere dall’abbraccio.

**

Ti chiederanno dettagli se da qui passano.

Lo sai bene non tutto si spiega,

orientarsi è il più difficile

nel mistero dei viventi.

Ci fu quel maledetto giorno

vicino al lago

del cervo morto senza

un’ apparente ragione

che fissava il passante

nel silenzio orizzontale.

**

Nel silenzio orizzontale

comincia a delinearsi la densità.

Ora scorrono villaggi fiumi

Arno e Rodano mischiati

i galli impettiti cantano sui tetti

con l’orgoglio superbo del gallo.

Ma sui tetti è caduta terra rossa.

Quando cade terra rossa

i morti la respirano.

**

Guarda dove metti i piedi nella salita.

Tira il freno delle ambizioni

o giungeranno grandine di scimmie,

pioggia di scacchi.

**

Le torri antiche pendono e non cadono

controllano le devianze di quelli

che salgono, salgono sghembi

col fiatone ascoltando campane.

Arriverai al gradino scivoloso

insieme ad altri turisti in coda

con la schiena incurvata

fino all’ultima rampa.

**

Tu lo sai quante volte sei mortale

e proprio perché mortale

resti al piano terra

sotto raffiche di biglie

con i cari inventari:

mille chicchi di granturco

cento rospi di grondaia

trenta alberi d’ulivo

dieci dita della mano

nove conferenze

otto citazioni

cinque delusioni

quattro alluvioni

due figli

due amori

di cui il primo oltre la soglia per le sigarette

certe cose poi – sempiterne –

come i rododendri alla piega del gomito.

E per trovare pace notturna:

importanza delle pause

eucarestia

incenso,

una coincidenza.

**

E la rosa e la rosa e la rosa?

Tremila specie di rose

che non potresti nominare

acqua di rose per la leggerezza

e la terra

per quel che sai.

Ti distraggono

la curiosa meccanica di ogni

rosa che vive nei quadri

e la rosa occasionale disegnata

all’interno di una fiamma.

**

Fiamme ehi fiamme

non esagerate

non lambite i capelli di chi spegne gli incendi.

Qui vivono giardinieri ambigui

che accumulano aghi di pino

fiammiferi pietre focaie

e meditano resine più rapide.

**

Chi organizza il vuoto

elude la sorgente.

Si è alzato all’alba

per morire nella neve

tra cornacchie da leggenda

e corvi di manovalanza.

Non dovevi lasciarlo da solo

né credere all’ultima risata.

La luce poteva farsi dono

scongiurare il malocchio

e tu stare a mano aperta

pronto a raccoglierla.

**

Non ci sono dati certi

ma se il bianco è danza d’ombre,

mali d’anima.

Se l’ombra impallidisce, fulmine.

Ben presto sollevàti, i cavalli.

Sapranno bere alla fonte.

**

Tra palpebra e pupilla

si coglie tutto.

Qui, chi abbraccia

il campo semantico fa ridere.

Lo smarrimento fabbrica

i suoi proverbi sviando evitando,

alla fine stando dentro

lo scatto e la sintassi.

La voce muove l’aria

riscalda le labbra

nell’ora azzurra e perduta

non appena pronunziata.

**

Uno accetta mattoni di amnesie

pronunzia lunghi sermoni.

L’altro gira coi leoni del circo

allontana i falconieri

o si lagna contro l’illusoria attività del sogno.

C’è chi trova i gesti

per cullare i cadaveri.

Da solo mungi il piacere

cibandoti di musica e colori,

scateni l’odore della nascita

e curi il filo d’erba

votato alla dimenticanza.

Non avrai applausi. Servivano?

Guardati. Gioco limpido

regole chiare,

postura da viandante.

Tua mania. Tuo vanto.

**

Tutto ha sapore della vulneraria

quali altri gusti nel giardino di ferro?

Avanzi nel fitto del mistero

imparando a masturbare le parole

indossando il camice della pazienza

visto che nulla qui

ha il diritto di essere penetrato.

**

Nell’humus

di un giardino di ferro

nel solco di un tempo quotidiano

limiti tremori timori

che non si dissipano

nell’io dinoccolato

avvezzo alle tempeste.

Non si dissipano – no –

neanche a volerlo.

**

Alla stazione

ti siedi su panchine di granito.

L’altoparlante informa i viventi

che il viaggio sarà quel che sarà.

Ma non hai bisogno di vederli

– i treni –

ti basta pensarli

e ti ritrovi coperto di fumo.

Ora passano lenti

ora velocissimi

dovrà pur accadere

che come un dono

lascino intatte le parole sotto il loro

tacatum tacatum tacatum

(inedite)

“Considera questi versi come la traccia di un passante, che un po’ parla con i suoi fantasmi (si sono verificati assembramenti di fantasmi) e un po’ tenta di vivere, di scrivere-vivere. A volte dice una cosa e il suo contrario.  L’ho scritto in varie fasi ma soprattutto ascoltando musica tibetana, come una contrainte, cosa che non faccio mai. Non si vede nella scrittura, mi pare, ma negli inchiostri, forse. Mi guidavano la mano con una esigenza ritmica. 
Ora tremo a inviarlo, come sempre. Non amo “aver scritto”, preferisco mentre scrivo, l’azione in sé”. (V.C.)

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