Siamo negli sfondi offuscati

di Francesco Macciò

Siamo negli sfondi offuscati*

Trovassimo una parola di scarto

che ricomponesse dentro di noi

senza illusioni quel tanto che vale

quel poco che dura la nostra vita.

Ma non ci sarà un punto di svolta.

Distruzione e ricostruzione

sono voci che recidono legami

nell’agenda all’ordine del giorno.

Sai che un recinto non sempre

è reclusione e chi basta a se stesso

non nuoce agli altri e popola deserti.

La sua pena è che gli altri non sappiano

costruire la stessa fortezza.

**

Centinaia di lumini sui davanzali.

Si accendono fuochi per purificare

e incensi per scacciare il male.

Ci vorrebbe una dodicesima Aurora

per placare il mare sconvolto

e le Chere, nere braccia di morte.

Tutto si compone in un’intricata

trama di eventi istantanei.

Un contagio in perfetto equilibrio.

Il controcampo preciso nello scatto

malfermo di un otturatore.

**

Segni e cifre digitati

ogni giorno senza requie

quando tra soprassalti

si accavallano in un fiato

lastre su lastre di selfie.

Siamo negli sfondi offuscati

in cui rispecchiarci,

quegli sguardi scombinati

a cui ci aggrappiamo.

Un poco più in là sembra respirabile

la stessa aria intossicata

che ci attraversa.

**

Oggi è un giorno amico del faccia

a faccia con la paura, con il dolore.

Bandiere a mezz’asta sulla facciata

della scuola in via Cesare Battisti.

La solidarietà armata a un metro

di distanza nella sofferenza

e nell’amore misura il passo

tra il benessere e il collasso.

«Tutto bene?» mi dice un passante

dall’altro lato della strada.

Un androne, il vano scale.

Sette rampe di sette gradini.

Salgo in questo cuneo buio

fino al portone di casa.

**

Sull’argine sinistro del torrente

il lazzaretto fronte mare, ora lussuoso

quartiere distopia di un mutamento.

L’Oratorio delle Anime Purganti

sull’argine destro. Neanche un pezzo

di terra per seppellire. Un rigurgito

di corpi ammassati sotto le grate,

membra e ossame in disfacimento.

Benediceva le salme il sacerdote

presso le Mura delle Cappuccine.

Gettati in un gorgo sotto un cielo

alla deriva, senza una preghiera

divorati da una fossa marina

a pochi metri dall’arenile i morti

senza famiglia e senza nome

come i reietti di Hart Island,

l’isola delle lacrime a est del Bronx.

**

Dicono che presto potremo uscire

che il sole di aprile

se ci accarezza la pelle

rinforza le difese immunitarie.

E comunque le misure di

precauzione saranno inderogabili.

Saremo contigui e dissociati

come i cassonetti per rifiuti

e le reti fognarie, in ogni luogo

tutti sempre rintracciabili.

Le parole, come pezzi

di ricambio quando si disunisce

ciò che le trattiene, si accumulano

l’una nell’altra disarticolandosi.

Anche i pozzi si sono disseccati

e le benedizioni spartiscono l’angoscia

del cielo e delle stelle.

Se ne andrà anche questo male

in quiescenza come una rima.

Dissolvendosi in noi ogni cosa

sarà se stessa e noi in lei

mai più come prima.

**

Il corpo è rosa pastello

quando viene al mondo, ocra

prima di partire. Dio,

se c’è, è albino, fosse femmina

sarebbe trasparente.

L’anima è bianca o rosso-cinerina.

La mente è come la colori

o del colore degli ulivi.

In questo tempo di ribellione

e di rovina è terra d’ombra

la parola, il cuore acquamarina.

*Questi testi fanno parte di un nucleo più ampio di 36 componimenti, nucleo al quale ho assegnato il titolo provvisorio di Relegatio. Alcune poesie sono già apparse on line in “Atelier” e in forma audiovisiva, anche nella traduzione in inglese di Arcangela Rossi, in vari blog letterari, altre si possono leggere a stampa in Le parole della quarantena, a cura di Rosa Elisa Giangoia, altre ancora in Dècameron 2020 nella traduzione in francese di Bernard Biancarelli. Tra i testi qui proposti, Oggi è un giorno amico… viene qui pubblicato per la prima volta.

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