Nell’esplorazione della Linea

di Paola Ricci*

Paola Ricci, Pensiero e forma-Nest, 2020

Disegnare è come scoprire per esporsi, guardare e osservare quello che mi circonda, è un’esplorazione della linea nel disegno, nella pittura e nel volume di quello che vi racconto.

Guardare i particolari perché sono i dettagli che determinano la forma.

La dimensione del foglio, della tela bianca o del volume è adeguata alla fisicità dell’artista. La superficie bianca è la percezione del vuoto e l’opera si appropria d’interiorità autonoma.

La linea esplora ogni radicale trasformazione, nel medium del disegno e della pittura, spinge la linea attraverso il piano per entrare nello spazio reale, perché il disegno è ora, più del passato, un’azione per sentire l’essenza vitale dell’oggettivazione. E’ così che il vuoto fa guardare il pieno. Nell’esplorazione della linea del disegno la sensibilità è nello spazio. Così si compie quel continuum, tra costruzione e decostruzione, attraverso la de-e-re-composizione.

Scrivere come opero nel realizzare l’opera è qualcosa che si annida anch’essa nel progetto e nella sua manifestazione. E’ qualcosa di fluttuante e ben si predispone la parola scritta, come quella enunciata per muoversi nel segno. La linea è silente, non decide, non declama e non è connotato di qualcosa che può essere verbalizzato. Ha il potere di rendere libera la mano e quindi anche gli occhi di colui o colei, che guarderà l’opera, nel suo divenire e nell’apparire.

Posso tornare con leggerezza indietro, come quando si gioca a mosca cieca e il panno lindo copre gli occhi, i piedi indietreggiano e le mani trovano gli ostacoli.

Rivedo i disegni su sketchbooks, durante gli anni e in alcune residenze all’estero, come in Spagna, al Kunsthall del Center of Contemporary Art, CCA in Andratx, di Maiorca o l’esperienza come “Visiting Artist” invitata dall’Art Center del Connecticut College in America, e mi rendo conto come tutto è collegato nella sua diversità. Più incisivi e narrativi sono quelli presenti nei quaderni di viaggio; riempiono, alternativamente, la realizzazione dell’opera.

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Il concetto d’opera di allora prende l’incarico di ricercare le radici, che attecchiscano, col viaggiare, più del passato. Negli ultimi lavori esposti al TOMAV a Moresco nelle Marche, quello a Rotterdam al Het Nieuwe Instituut e infine a Dresda al Kultur Forum, si è delimitata una relazione tra esperienza e performare (dal tardo latino, “dare forma”) nel presente. La posizione della questione è “come”, “quando” e “da cosa” il processo del fenomeno performare presenta la chiave della dialettica della “forma” nella “presenza”.

Quello che già figurava nel passato e persiste nel presente, è il “distacco”; quando lavoravo sull’opera, e nello specifico fare concretamente, cercavo di distaccarmi totalmente da me stessa, di immergermi nella realizzazione dell’opera, perché fosse in qualche modo, per assurdo, ma realmente non qualcosa che mi apparteneva. Non mi appartiene, non come fisicità, perché nel momento che è conclusa, realizzata, l’opera appartiene a se stessa. L’opera è nella sua interezza autonoma di là da me stessa e di quello che sono. Questo mi permette di realizzare opere in uno stato di totale libertà, perché so che l’opera si muoverà autonomamente indipendentemente da quello che farò dopo aver concluso.

E’ un mio assioma, che vuole anche scalfire la presunzione che è spesso delle persone che hanno con l’arte il desiderio di autocelebrarsi. La mia opera è l’autonomia del risultato stesso. Io mi sento come il caos che si materializza in un ordine; il lavoro appare diverso, perché persevera la costanza del dare forma all’opera.

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I temi sono allora intrinsechi tra loro, senza supremazia o elencazione d’appartenenza a un’opera rispetta all’altra. Ecco che la luce del sole è compresente tra il ciclo di “Formazione, 1995-2001 ” e “Intra-vedere, 2003”, senza scomparire, ma essere presente anche negli ultimi lavori che non subiscono neanche titolazioni diverse. Come capisaldi mantengono l’idea della forma che si presenta diversa, ma non per questo distante nel tempo. Le parole come Formazione, Pensiero forma, Forma muta e Color formazione, sono lì a esprimere la variabilità nell’ordine. Formazioni del 2020, Pensiero e Forma-Nest 2020 e Pittura del 2003 a quella del 2018-2020 sono lì nel divenire.

Le carte e i fogli delineati di Paola Ricci sono come mappe stratificate di una immersione nel tempo. Una strana pittura che ritorna al segno “nero su nero” e richiama una conformazione fossile per un passaggio molto chiaro verso un’emersione luminosa (Manlio Brusatin, 2001).

Riprendere pensieri del passato non è per reiterare i processi ma evolverli, come se fossero silenti, che racchiudono altro; quando è stato nominato è come se fosse presente e giacente qualcosa da estrinsecare ulteriormente. La mia ricerca è fatta di totale inspirazione, catturare il catturabile, ma l’emissione, l’espirazione spesso non è controllabile e più non lo è più intensa sarà la mia pienezza e maggiormente l’opera sarà autonoma. Allontanarmi da me stessa è quello che deve avvenire perché l’opera sia libera. La luce è un elemento d’esplorazione della linea, del suo manifestarsi.

La luce del Sole ha un suono che è rilasciato alla notte e l’ascolto da parte delle persone è il suono della luce, se si comprende la sintesi sensitiva di quest’atto, allora forse riesco a raccontarvi questa perturbante tracciabilità, non solo nella fisica, ma anche nell’attività dei sensi.

La luce è un’onda elettromagnetica, come le onde radio, è quindi possibile trasportare il segnale luminoso, in un’onda sonora, da registrare come le onde radio.

La scienza può essere un momento di meditazione per il mio lavoro, come trame invisibili, ma che rimandano a come l’occhio osserva. Ricordo le cinque lezioni importanti del grande maestro Leonardo da Vinci che insegnava a vedere e a essere artisti; permettere che l’opera conclusa si adoperi a mostrarsi da sola.

L’originalità e il talento creativo non sono innati, ma s’imparano e si coltivano. Il creativo non possiede la materia prima della sua creazione una volta e per sempre, deve alimentarla e arricchirla aprendosi a nuove vie e prospettive.

Un creativo è prima di tutto un uomo che si pone dei problemi. Le idee non arrivano per caso, ma nascono dalle domande che l’uomo si pone. Leonardo mette costantemente in discussione ciò che esiste.

La non specializzazione. Cercare di comprendere il maggior numero di discipline diverse tra loro. Mettersi alla prova e cercare di capire materie sconosciute.

Lo sviluppo della fluidità. Non apportare ad un problema una sola soluzione, ma un insieme di soluzioni differenti e partendo da tecniche esistenti arrivare a nuove ipotesi.

Il metodo analogico. Vedere se tra due cose esiste qualcosa che si assomiglia.

Quella che mi risuona più alta come lezione è il metodo analogico, quando due cose hanno in comune qualcosa che assomiglia, allora s’innesca il meccanismo di transfert o di ponte fra le differenti sfere del reale. Nascono nuove intuizioni, estranee alle sfere considerate, così messe in contatto.

Muovermi nella natura e nello spazio è il far vibrare, nell’aria, il movimento; l’ambiente emette suoni, anche impercettibili, ma come tali presenti e spesso inascoltati. L’artista disperderà energia quando costruisce, ma crea suoni. Noi creiamo attrito e occupiamo intervalli di vuoti nello spazio. L’attrito degli elementi e quello dell’uomo si mescolano creando un suono che emette un’entropia proporzionale.

Un corpo vibrante perché sia definito tale, è necessario che sia elastico, anche il segno e la linea nel disegno e nella pittura possono essere sottoposti a questa legge che è espressa nella fisica acustica. Le aperture del segno fanno passare aria che entra nell’elemento e la densità del segno invece emetterà un suono sordo. Sarà la vibrazione del corpo nel fare il segno a fare vibrare la massa nel corpo, all’interno del suo volume.

Quello che mi piace continuare è addentrarmi nei miei appunti, che sono emersi sui libri bianchi che si caricano di testi e disegni scritti a mano. Anche su fogli apparentemente sciolti, che non conseguono una connotazione del correre nel tempo, ma non per questo sono meno importanti. Datazioni che si mescolano o si sovrappongono e che rispettano quella necessità di produrre nel caos, l’ordine. Riportando i disegni fatti in luoghi e tempi diversi, mi piace pensare, che non occorra decifrarli, ma stare in un universo che, parallelo ad altri cosmi, compenetra l’infinito.

Le immagini sono disegni tratti o da quaderni di schizzi (sketchbook) o da fogli sciolti di disegno-schizzi, fatti durante i miei viaggi. I disegni e gli acquerelli sono realizzati su quaderni di diversa misura e di tecnica mista, tra gli anni 1990 e 2014.

*Paola Ricci nasce a Venezia nel 1961 e si laurea all’ I.S.I.A. di Urbino- Consegue un Master di Arte e Terapia presso l’Università Pontificia Antonianum di Roma. Alterna la sua attività di artista internazionale a quella di docente di Didattica dell’Arte. Ultime mostre collettive, nel 2019: “The Comm-Inn, Het Nieuwe Instituut” a Rotterdam; nel 2020 al TOMAV, a Moresco, nelle Marche, intitolata ANTEPRIMA, e infine al Contemporary Art on the Dresden Neumarkt – NICHT MUSEUM ZEITGEMÄßER KUNST.

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