Un’attesa tutta d’un fiato

Sogni e pensieri di William Congdon in una lettera a Belle.

Guatemala City, 8 febbraio 1957.

Carissima Belle,

è assurdo avere così volontariamente imbavagliato la mia vita che, per arrivare alla nascita dell’opera, devo suscitare e traversare scene poco al di qua del suicidio, prossime a uno stato di distruzione e pazzia, sfigurando il quadro e soprattutto me stesso, stordendomi per partorire di sorpresa, svelto, inconsciamente, prima che il solito io si risvegli per blandire il quadro e riportarlo ai mortali calcoli del conscio. I quadri non fatti sono dure cortecce da cui strappo lampi di colore, così, tutto d’un fiato, ma li creo e li perdo, e così comincio a vagabondare con la testa, a cercarli ancora, a diventare visionario.

Ieri notte ho sognato che mettevo il piede dentro un quadro. Così sono entrato nella tela e attorno al piede ho fatto piovere della terra. La terra ha formato un deserto e dalla sabbia, bianchissimo, si è alzato un minareto dalle proporzioni stravolte. Il sogno mi ha rammentato quando, quel giorno, a Damasco, ho posato realmente il mio piede nell’impronta di un arabo, per confrontare le due tracce, e per un attimo ho smarrito la ragione dentro un sole accecante.

Sì, ho fiducia: se sono calmo e se non mi brucio nel dare calci alle spine e mi siedo con la porta aperta, sarò visitato anche oggi. Occorre sedersi e alzarsi e camminare e andare sul terrazzo e dormire e sognare e giochicchiare con la matita perché questo accada. Voglio un’attesa tutta d’un fiato, Belle. Acquistare nelle Alpi svizzere un albergo di legno di centocinquanta stanze, occuparne dieci, lasciarne vuote centoquaranta, e in quelle dieci lavorare notte e giorno, ora alzare il pennello, ora spostarmi da un cavalletto all’altro oppure fermarmi davanti a uno specchio o pensare al ritratto di un clown. Ma che l’opera resti, nel buio della tela, indecifrabile.

Anch’io voglio vivere quest’attesa, senza nessuna distrazione per la vita che batte ai muri, per il brulichìo della folla. Voglio, come Leonardo, stare per cinque anni immerso nella visione interiore del mio Giovanni Battista. Voglio, come lui, prima paralizzarmi dal lato destro, continuando a disegnare con la sinistra; poi rimanere totalmente inerte e cadere nella morte come in un sonno, senza vedere il mio ultimo quadro sfregiato da occhiate moralistiche. Quando Kupka lacerò la tela a cui lavorava da settimane – un blocco nero circondato dal chiarore del sole – io gli chiesi il motivo del suo atto. Egli sorrise, socchiudendo gli occhi: «Non vede che questo nero è soltanto una macchia d’inchiostro? è assolutamente inumano? è soltanto pittura?».

Un vecchissimo amico di Modigliani, un vagabondo ubriaco, mi ha parlato di Libaude, la iena dei pittori. «Libaude passava rasente i muri, era bilioso e malato, aveva una pistola carica, quella notte, in Rue Trudaine. Utrillo, ubriaco, gli vendeva spesso un quadro e Libaude lo pagava una miseria. Quando qualcuno gli bisbigliò che Modigliani stava morendo in ospedale, fece incetta dei suoi quadri dai rigattieri. Ma, raccattato l’ultimo, il negozio stracolmo di tele, morì d’infarto, poche ore dopo Modigliani». Il vagabondo tacque. Gli pagai un altro bicchiere di rum. Poi uscii dal locale. Fu una notte prodigiosa, quell’8 luglio 1957, la notte del Volto di Legno: la notai per caso, abbandonata in una pozzanghera come un rifiuto. Oscurata dai riflessi e dal fango, la scultura rappresentava qualcosa di tragico. Era un volto piatto e silenzioso, con due fessure chiuse per occhi, il naso una linea verticale, la bocca un arco orizzontale. L’espressione quella di un dolore estremo. Pensai a un’opera di Brancusi o di Arp. Ma non era né dell’uno né dell’altro. L’acqua aveva macerato il legno a sinistra e in alto, dando al volto scolpito la deformazione di certe sculture moderne: ma senza dubbi era, all’inizio, il volto reale di una donna. Accostai la scultura agli occhi e vidi, nell’angolo a sinistra, appena inciso nel legno ma perfettamente riconoscibile, un nome: Mary Delorme. Chi era? Non lo saprò mai. I pittori conoscono solo i Libaude, non le Mary Delorme.

Ho ancora racconti per te, Belle: muezzin all’alba che gridano preghiere, un ragazzo arabo lapidato, i primi avvoltoi sopra il cadavere, i gatti in amore, i poliziotti che corrono su e giù per le strade vuote del Cairo. E poi racconti di navi, la polvere del Pireo, e quelli che dicono che non sarò mai artista perché evito la gente. Ma il mio desiderio di pittura è le viscere della gente. Loro lo sanno. Ieri ho sognato due cuori, nella misura e nella forma di due pallide bistecche piegate dai loro lati. Li cucinavo, con maggiore attenzione per il secondo cuore. Di chi poteva essere se non di mia madre? Viene un momento in cui anche l’osso germoglia e non si hanno più sensi di colpa. E’ molto pericoloso per l’artista il solo parlare, anche sottovoce, di un’operazione così intima come il suo processo creativo; figuriamoci scriverne. Sono persuaso che tale gesto può solo offendere il mistero. Se noi siamo veri, saremo vissuti dalla nostra verità.

Ma ora basta, carissima. Basta con i mercanti ed i sogni. Il Colosseo, visto dall’alto, è un piccolo cratere. E le chiese di Venezia microscopici epicentri di un’esplosione inesplosa. Abitiamo questo inferno di carta, che ricorda il paradiso dei nostri viaggi italiani. Scriviamoci ancora. Ma non venire qui, Belle, ti scongiuro. Io esplodo l’aria, taglio le colline, rabbrividisco le case del villaggio, snervo i campi che verdeggiano, nascondo i passi degli uomini.

Lavoro perché nulla sia conscio. E’ pericoloso, ma necessario. Lasciami solo adesso. Non so cosa accadrà nelle prossime ore. Dipingo ossa umane invece di carni rosee, trasformo la valle verde in crateri e crepacci. Non vivo soltanto con me. Una leggenda libanese parla di due fratelli che si conobbero attraverso uno specchio: poi, uno di loro ritornò dentro lo specchio. Chi restò vivo dipinse l’immagine di sé e dell’altro fino a notte alta.

Scriviamoci domani, Belle. By.

Tuo Willie

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