L’opera nuda

di Mauro Macario

Languo e Lingua

C’è che a volte il linguaggio

stanco di sé

chiede soccorso a un altro alfabeto

parla a labbra nascoste

sfogliando le sue pieghe

pagina dopo pagina

come un libro da leggere

ma ogni volta la trama è diversa

quando sta per svelarsi

non c’è fine al racconto

per questo la bibliotecaria

t’invita a una lettura profonda

decriptare l’idioma non è da tutti

prova con la devozione si aprirà

e la nuova lingua s’addentra in un dosso fatato

circuisce lambisce risucchia

inventa uno stile su fremiti contratti

una lingua rabdomante che scova i tuoi fluidi

a piccoli battiti

diluite pressioni

variabili ricami

si perde in un delta fluviale

che più non trattiene il fiotto grandioso

di attriti ripetuti allo spasimo

rischia l’immortalità la punta della lingua

che s’attanaglia a un bocciolo rovente e non lo lascia più

è la bocca della verità che risale controcorrente

crea mulinelli voraci inghiotte una rosea clorofilla

estrae il succo di elegie secolari

perpetua l’anima nel corpo di spugna imbevuto

ed è naufragio in linfe di marosi trasferiti all’interno

perché languo svuotato di sinonimi e contrari

e imbuco il messaggio di me trasmigrato

dove mi accogli a ferita verticale.

(31-8-2020)

**

Mantra dell’origine amorosa

L’amore devozionale

è un vangelo corporale

l’ostia sciolta in una bocca prensile

l’adepto di una setta perseguitata

nudo l’officiante si traveste da clown crepuscolare

entra nel tabernacolo con la santa libido impregnata di rispetto

ed è una linfa di resurrezione a scendergli in gola

benedetto sia il pube e i suoi affluenti giù per l’inguine sacro

sacro Gange dei rivoli dispersi a depurare l’anima

benedetto il lenzuolo dei nostri sudori l’impronta

in odore di santità e altre fragranze

idioma olfattivo di un esperanto sconosciuto

decifrato nella grotta prenatale

un divaricarsi lento a schiudere in fondo il dono

dove la vita mortale si trasforma in un suggere perenne

per non morire più

un elisir di lunghe dita in ascesi e discesa

null’altro che un trasferimento di codici

l’eco percepita dell’origine selvatica

in contrasto con i crimini dottrinali

l’abolizione del pudore

l’ebollizione dei sensi

la caduta del pensiero civilizzato

la matematica che s’avvita su se stessa

abiura i suoi calcoli

chiede asilo politico

mentre l’officiante orgasmico

riceve l’estrema minzione

e passa il testimone all’opera d’arte

per immortalare il viatico pagano

in grata rinascita nel ventre ritrovato.

(Sarzana, 23-9-2020 )

**

Lancuore

Com’è triste l’amore

sempre

anche quando è amore felice

porta in sé il senso della fine

perché fin dall’inizio finisce

dietro il radioso sorriso dell’incontro

si nasconde il pianto del futuro distacco

attende solo il momento opportuno

per sostituire le lacrime di gioia

tra corpi congiunti

con le lacrime di dolore

alla cruda resezione di un affilato addio.

Com’è triste l’amore

quando ci si ama ancora

in una selva di fonemi appena nati

ci si perde a inventare linguaggi

nuove significanze alberate

un lessico sinfonico destinato

ad arricciarsi

aggrovigliandosi su se stesso

come un serpente ferito

la muta delle parole scortica

il disegno originario

la pelle vola lontano

resta il veleno a terra

tra bocche cucite nel silenzio.

Com’è triste l’amore

quando il palpito vitale

rallenta la sua corsa

si cade poco prima dell’immortalità

entrambi sconfitti

la chiave viene restituita

i sigilli alla porta rimossi

le impronte digitali scomparse

l’istruttoria chiusa

siamo liberi

su sentieri autunnali.

Com’è triste

l’amore incompiuto

appena sfiorato

annusato a distanza

presagito all’ultimo volo

immaginato e tachicardico

come un eroe emotivo

in un tempo scaduto

non gli si concede

il rimpatrio del cuore

ma un esilio perenne

pensando

a com’era felice l’amore triste.

(Sarzana, 7-10-2020)

**

C’è qualcuno là fuori?

Vorrei cadere dall’alto di un verso maestoso

e farmi male davanti a tutti

con la testa spaccata e le vertebre incrinate

il sangue che fluisce

la paura di morire

e gli eroismi in poesia che non servono più a niente

affinché i poeti sappiano che siamo di carne e ossa

che abbiamo mal di pancia e cataratte

orecchie da siringare e culi brucianti

l’essere sublime in odore di santità

è un poveretto che reclama un cielo abitato

un oceano capovolto senza pani né pesci

l’essere sublime non confessa le sue miserie

al calar della notte stura le sue abiezioni

poi scrive con gli occhi rivolti alla trascendenza

giurando fedeltà alla santa croce di un prelato

i poeti non leggono i libri dei poeti

sbuffano ridacchiano li buttano

o li seppelliscono vivi nella loro sindone di cellophane

ligi alla cerimonia funebre del silenzio

pop star in un’arena solitaria si guardano l’ombelico

perché alla poesia basta un lettore in tutto il mondo

dicono

eppure li sognano ad occhi aperti quei clamori

strapparsi le mutande e gettarle alle ragazze

non le avranno né da vivi né da morti

tedofori della purezza balsamica depongono

sull’altare del verso virginale un poema di redenzione

e vanno in vacanza in un convento meditativo

così castigato da non esserci neanche la luce interiore

se solo riciclassero dalle discariche dell’impudicizia

le deliziose nefandezze che rigettano come materia impoetica

scriverebbero opere immortali

perché secondo un antico detto taoista

nel meno è il più.

(6-8-2020)

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