Una scrittura di immagini

di Viana Conti

Una scrittura di immagini*

Johann Robert Schürch (18 novembre 1895, Aarau – 14 maggio 1941, Ascona) è un artista che la Storia condanna a vivere. Lui, che la critica ha definito il pittore araldico della spettralità e della morte, viene condannato a vivere dalla Storia di un paese, la Svizzera, che sembra vivere “a fianco” della storia; da una Storia dell’Arte a cui non si è mai concesso se non nella dimensione irriducibile del vissuto quotidiano. Su Schürch, morto a soli 46 anni consumato dalla tubercolosi, grava pertanto la doppia condanna della vita eterna nella storia. Nel vortice di questo doppio vuoto la sua figura, scarna e segnata, si monumentalizza come una montagna. E la montagna nella vita e nell’opera di un artista svizzero agisce come un destino. Il racconto di un destino, nella sua configurazione narrativa, rischia sempre la letterarietà e l’illustratività biografica. Questo non avviene per Schürch, perché in lui non c’è opera che sia illustrazione di vita, ma solo opera che è opera di vita, quindi storia di vita, arte di vita, uomini e donne di vita, vita di vita che è come dire morte di vita e vita di morte. Nella sua soggettività l’artista reinventa il dentro e il fuori di sé, la sua interiorità e la società in cui vive, le interconnessioni che legano la prima alla seconda e viceversa; il dettaglio e l’universo, I riflessi reciproci dell’uno nell’altro. Il critico e lo storico, il biografo e il sociologo, che leggano l’opera di questo appassionato esponente dell’Espressionismo svizzero, per ora così poco conosciuto in Italia, possono, anzi devono parlare contemporaneamente, interrompersi senza tregua, scambiarsi le chiavi di interpretazione per spossessarlo della sua opera in ogni recesso, trovando un’ermeneutica su misura atta a costruire e decostruire il suo linguaggio. Schürch lavora alla forma attraverso la deformazione, insegue uno stile che è affermazione e negazione di molteplici stili. Per afferrarlo in una storia dell’Espressionismo in cui parla per secondo, in una metodologia in cui si esprime per tradimenti, in un susseguirsi di costanti tematiche, tecniche, auratiche e di varianti linguistiche, non si può che tendere fino allo spasimo i suoi segni, far cigolare al limite della frattura le sue strutture più intime, aggiungendo pathos al pathos, luce alla luce nero al nero.

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L’essere di Schürch, e con questo si vuole intendere in egual maniera l’uomo e l’artista, è diviso, fin dall’inizio, tra due figure uniche: il maestro Ferdinand Hödler, e la madre, Anna Haas. Il primo è pittore e quindi compositore di immagini, la seconda è scrittrice e quindi compositrice di parole; entrambi per la loro forza e il loro ruolo personale, esercitano un gran potere carismatico sul giovane. L’arte di Schürch radicalizza questi due poli, facendo della vita una scrittura di immagini. È così intenso questo matrimonio spirituale da far sì che l’energia interna dell’immagine bruci la struttura del racconto e che la velocità della scrittura segnica neghi alla rappresentazione il tempo di farsi un luogo. Per questo, oltre che per altri motivi di ordine materiale, non è per la pittura propriamente detta che l’artista ha un grande nome. La paternità di un maestro, come primo referente artistico, e la maternità reale, come modello di vita e di cultura, danno un’impronta indelebile alla sua opera. Questa infatti si configura, a livello qualitativo e quantitativo, come un monumento autobiografico alla storia del disegno svizzero tra le due guerre; un’autentica montagna di carboncini, matite, chine acquerellate, guazzi e tempere, vitali per il corpo della sua opera come un sistema nervoso e arterioso. È così istantanea e priva di mediazioni estetiche e concettuali questa produzione di Schürch da far pensare a un tracciato elettrico che trascriva sensibilmente ogni impulso ed emozione del soggetto. Non importa se, come comparse, si sono avvicendati tra I suoi modelli di riferimento artisti drammatici, mistici, caustici, visionari come Goya, Rouault, Daumier, Ensor, Kubin, Van Gogh, Munch, Giacometti, Epper, Pauli, Soutter, Wiemken, Kokoschka, Beckmann, Dix, Grosz, o luministi come Rembrandt e Delacroix, o artisti plasticamente vigorosi come i toscani Masaccio e Piero della Francesca o ancora, per vie diverse, Gauguin, Cézanne, Rops, Rodin, Puvis de Chavannes: questi restano I fantasmi ineludibili della sua arte e ogni autore ha i suoi. Quel che più conta è che, al di là dei linguaggi, degli stili, dei modi, l’immagine di fondo è sempre la stessa, quella che si alimenta nella negatività della morte, della follia, della solitudine, dell’emarginazione, della perdita, dello spossessamento quotidiano.

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Intorno alla mia arte

di J.R. Schürch

Ho sempre considerato la natura da un unico lato, fatto questo naturalmente più complesso di quanto non sia scriverlo. Ne ho cercato la verità interna per penetrarla profondamente. Non mi sono mai scostato da questa concezione, anche quando i miei disegni mostravano una fisionomia sempre mutevole. Mutevolezza che aveva origine nella mia volontà di sperimentare metodi differenti. La visione di fondo di ognuno dei miei periodi restava sempre la stessa. A poco a poco andavo scoprendo che non vi è metodo alcuno per afferrare e avvicinare la natura se non l’esperienza di vita. Tutto il resto segue e non ha senso dargli un nome, quando è derivazione diretta di un vissuto che tutto divora. I personaggi di cui do immagine non possono trovare una descrizione persuasiva, non possono rientrare che in maniera falsa in un canone delle proporzioni. La verità che cerco non ha nessun debito estetico. I miei soggetti devono di più all’ordine dell’irrazionale. La loro bellezza più vera non ha niente a che fare con le regole del Bello, la lezione dei maestri, gli insegnamenti dei professori. Tutto questo appartiene al passato, mentre la mia opera deve la sua forza assolutamente all’irrazionale. Non sono le circostanze che hanno dato immagine ed espressione alle mie figure: i miei personaggi sono stati segnati dal Destino. La bellezza altro non è che la dischiusura della verità. Una verità che è vicina al reale e che anima l’artista all’atto della creazione. Hanno tutto il mio sdegno e il mio disprezzo quei pittori che, come i giocolieri, non fanno altro che tenere in equilibrio colori e forme, perché, a mio avviso, non hanno fatto altro che addestrarsi all’errore.

(Traduzione Ian Harvey e Claudio Pettenati)

30 luglio 1928

*Testi tratti da Johann Robert Schürch, Nel Föhn della quotidianità, a cura di Peter F. Althaus, Pietro Bellasi, Viana Conti, Nuova Prearo Editore, Milano, 1987. Il libro è pubblicato nell’ambito della mostra di disegni e acquarelli di Johann Robert Schürch al Festival di Villa Faraldi, Imperia, luglio 1987.

Johann Robert Schürch
Viana Conti

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