Nicolas de Staël

di E.M. Cioran

Cioran aveva incontrato in diverse occasioni il pittore Nicolas de Staël, suicidatosi nel 1955. Questo testo su quest’altro insonne, uno di quei «maudits punis pour crime de lucidité», è apparso in tedesco nel 1988 in Zeitmuseum, supplemento di Die Zeit. La presente traduzione è stata eseguita sul testo pubblicato nel sito web della rivista francese Lire (www.lire.fr).

(Massimo Barbaro – aprile 2001)

Cominciamo con un rimorso: ho incontrato de Staël diverse volte (frequentavamo lo stesso barbiere…) intorno al 1950. Avrei dovuto visitare il suo atelier. Ho promesso senza mantenere. Non si nasce impunemente nei Balcani, nello spazio ideale del lasciar correre e dell’incompiutezza.

Non avendo presentito le sue tribolazioni, non ho mai avuto una conversazione approfondita con lui. Il suo parlare con franchezza rasentava a volte la provocazione. A un pittore suo amico che si spingeva un po’ troppo nella direzione del disadorno e della semplificazione, disse un giorno in mia presenza: «Perché affaticarti? Metti solo la firma in basso su una tela bianca».

Il suo suicidio ha lasciato tutti perplessi. Come spiegarlo? Lo straordinario non ha bisogno di commenti. Si può tuttavia fare un’ipotesi che sarà una risposta solo per quelli che hanno affrontato l’abisso delle notti bianche. De Staël conosceva questo abisso da iniziato, da specialista della vertigine. Rimpiangerò sempre di avere ignorato la dimensione delle sue prove. Avevo indovinato che sarei sicuramente divenuto suo amico, dal momento che esiste una complicità tra veglianti, tra questi maledetti puniti per crimini di lucidità. Vegliare è essere coscienti al di là del sopportabile, è non poter dimenticare, è subire la continuità dell’intollerabile. Mentre i dormienti iniziano ogni mattina un altro giorno, per l’insonne l’oblio non è affatto possibile perché giorno e notte egli affronta senza interruzione lo stesso inferno.

E’ stato al terzo tentativo che per de Staël l’incubo ha avuto fine. Non si tratta dunque di una improvvisazione ma di una necessità, di un compimento, di una liberazione. Le sue opere degli ultimi anni testimoniano una febbre, un’apocalisse intima che esigeva il coronamento della morte. I suoi rossi, particolarmente, sono così violenti, così animati da sembrare portatori di un messaggio, di un addio folgorante. È dopo tormenti senza nome che ha dovuto optare per l’irreparabile.

Le sue ultime lettere rivelano chiaramente i suoi dubbi sul suo avvenire come pittore, come il suo terrore davanti all’impasse. Non vedeva come evolvere, come avanzare ancora. D’altra parte, cominciava a tormentarlo il successo che incontravano sempre più le sue tele recenti, mentre le prime gli erano costate infinitamente più sforzi. In questo vedeva una sorta di ingiustizia che aggravava le sue insonnie. Non si spingono così lontano gli scrupoli impunemente. E tutti questi scrupoli, così contraddittori, alimentati dal suo squilibrio, non potevano che precipitare la sua fine.

Ancora giovane – non aveva che quarantun anni – era arrivato al termine di se stesso. Dopo tutto, avrebbe potuto rinunciare alla sua pittura, cessare, senza drammi, di prendere la mira su di sé, ed abbandonarsi a un nulla qualsiasi, dunque tollerabile. Ma non ha voluto sopravvivere, odiava la rassegnazione. Da vero artista, ha rifiutato di venire a patti con la mediocrità della saggezza.

E. M. Cioran, maggio 1954

*Lo stesso testo è anche apparso con il titolo: “Nicolas de Staël e la vertigine”, in Fascinazione della cenere, Il notes magico, Padova, 2005, nella traduzione di Mario Andrea Rigoni.

Frammenti e lettere dal Marocco (1936-1937), a cura di Lucetta Frisa, Edizioni Via del Vento, 2018.

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