L’orgoglio della caduta

di Marco Ercolani

(per Dieter Schlesak)

L’orgoglio della caduta

Friedrich Hölderlin, Heinrich von Kleist, Carlo Michelstaedter, Paul Celan. Queste le figure dei poeti, ma anche filosofi e narratori, indagate nelle quattro allarmanti narrazioni di Poesia, malattia pericolosa del poeta, saggista e romanziere tedesco Dieter Schlesak, tradotte per le edizioni Joker (I Libri dell’Arca, 2008). Non si tratta di racconti biografici, anche se l’autore cita spesso frammenti delle vite, delle lettere, dei versi degli autori, ma piuttosto di indagini serrate e potenti, di aspre incursioni poetico-filosofiche nel tessuto vitale e poetico di quattro esistenze votate a una tragica fine: l’isolamento del folle Hölderlin nella torre di Tubinga, il suicidio à deux di Heinrich von Kleist con Henriette Vogel, il colpo di pistola che si spara alla tempia il ventitreenne Carlo Michelstaedter, il suicidio nelle acque della Senna di Paul Celan.

Il tema che traversa questo libro come un taglio aperto è la “parola strozzata”, impronunciata, impossibile, che, nel caso di Hölderlin, diventa la parola letteralmente compressa nel cavo della bocca dagli strumenti di tortura dell’aguzzino psichiatra dr. Autenrieth, nel suo breve soggiorno alla Clinicumgasse (spesso rimosso dai biografi del poeta), qualche mese prima di essere affidato alle cure del falegname Zimmer e internato nella torre di Tubinga.

La “parola strozzata” è anche la “parola balbettante”, inadatta a rappresentare il mondo, di Paul Celan. Dieter Schlesak sottolinea l’intenso legame tra la parola della poesia – preziosa, tormentata, vissuta come apertura dell’impossibile nel proprio linguaggio – e il pericolo di perdere la propria stessa vita stessa nel custodirla come sacra epifania individuale contro la passiva omologazione al mondo. Un’esperienza assoluta non può che condurre a conclusioni assolute, tragiche, senza ritorno.

L’autore si mette sulle tracce dei suoi poeti. Spia, da testimone impossibile, le frasi di Kleist, le lettere di Michelstaedter, le parole di Celan. Registra documenti storici e frammenti poetici, commentandoli con parole che sono dei veri e propri atti di giustizia postuma. Si fa interprete, mai impassibile, sempre commosso, ma lucido, disperato, di ferite biografiche che entrano nella sfera della poesia, interprete della poesia stessa che, per esistere nella sua interezza e nella sua urgenza, si fa pericolo per la ragione, trasformandosi in un ammutolirsi angosciato. La poesia non è mai innocuo paradiso fatto di versi sublimi e distaccati dal fango del mondo ma atto spirituale tormentoso, luminoso e turbato, con visibili i segni dell’inferno traversato dal poeta nel suo rapporto difficile con il mondo e con i soprusi compiuti dagli uomini. Cito un breve brano dove viene descritto il momento in cui Hölderlin, ormai folle, viene portato via per essere internato:

«Allora cercano di afferrarlo con la forza. Egli è ancora vigoroso, trentasei anni, sei piedi di statura, con i capelli bruni e la fronte alta; si difende, devono spingerlo nella vettura con la forza. Più tardi la Langravia scrisse alla figlia Marianne a Berlino:

“Le pauvre Holterling… Più volte ha cercato di buttarsi fuori, ma ogni volta l’uomo che lo accompagnava lo spingeva indietro. Hölderlin gridava che gli “armigeri” lo portavano via e si difendeva energicamente con le sue unghie di enorme lunghezza, tanto che l’uomo era tutto coperto di sangue.”

Poi Hölderlin legato stretto mani e piedi, la carrozza, i cavalli, e all’interno picchiato, a bastonate. Volti stravolti dalla rabbia. Violenza. Inconcepibile la distanza dalla quale proviene quella voce: Hölder. Poiché già si avvicinano le pareti nere e dietro una striscia argentea: Diotima. Hölder. Tutto ferito dal dolore. Almeno le lettere di lei le ha nel bagaglio a mano. Ma tutta la cartella con i canti, quelli sono rimasti in camera sul tavolo. Tutto, già ora, tutto è cancellato. Mai più tornerà.

“Eccoti, tutta nella tua bellezza, apocalittica”» (Poesia, malattia pericolosa)

Difficile non ricordare, per febbre di analogia, le parole con cui Robert Walser a sua volta, in un breve e prodigioso ‘ritratto’, descrive Hölderlin:

«Fu preso dal terrore. Si sentì perduto, sprecato, e lo era davvero. Perché non si sentiva tanto meschino da rinnegare vergognosamente tutte le splendide linfe ed energie che adesso andavano rinnegate e occultate. Allora crollò, si schiantò, e da quel momento in poi fu un povero malato degno di commiserazione».

È evidente come Dieter Schlesak proceda in modo ellittico e quasi cinematografico, alternando la voce mai oggettiva del narratore al frammento di lettera alla citazione poetica al documento storico, e montando una sequenza discontinua che è il lettore a ricomporre nell’unità narrativa della propria lettura. Scrittore tedesco, attento conoscitore dell’opera di Celan e di Cioran, Schlesak è turbato dal tema del dolore, della pietà, dell’olocausto. L’origine della scrittura è sempre un’ingiustizia, una morte, un lutto – qualcosa di violento e di atroce a cui la narrazione di una storia, il ricordo di una poesia, può riparare nel momento in cui viene narrata quella storia o intonata quella poesia. L’irreparabile guarisce magicamente nell’istante della scrittura, per poi tornare irreparabile. Ogni opera nasce nel segno della malinconia e della rovina ma, per Schlesak, non si sviluppa corteggiando sentimenti nostalgici e struggenti: al contrario, tenta di impegnarsi nel compito impossibile di una ricostruzione incessante dell’oggetto, della parola, della vita perduta. Per il poeta la forza della poesia ha questo compito, magico e assurdo, di riportare alla vita:

“La creatività poetica precorre: è una sorta di telescopio, di cannocchiale, di microscopio elettronico per luoghi del TEMPO, per situarci in spazi temporali che, esattamente come quegli apparati, mostrano – scoperte – realtà che a occhio nudo, o con un vissuto non-linguistico, non esistono e non sono realizzabili, appaiono anzi assurde” (Il mondo da riprodurre balbettando)

“Il mondo da riprodurre balbettando” è il mondo che il poeta, ospite inadeguato dell’esistente, ospite non riconciliato e fuori luogo, vive come tragedia non evitabile. Al favoloso diletto di cui scriveva Leopardi: «Certe idee, certe immagini di cose supremamente vaghe, fantastiche, chimeriche, ci dilettano sommamente, o nella poesia o nel nostro proprio immaginare», si sostituisce un ascolto muto e malinconico, come testimonia Gabriella Drudi: «Vorrei potermi figurare il poeta in ascolto della parola animale, la parola del bruco, della talpa, del buio, la parola del ramo, del sasso, del monte ammutolito, dell’incerto cielo». Ed è di quella parola che Schlesak, ripercorrendo i drammi di vite altrui sprofondate nel mistero della poesia e nella pulsione di morte, ci torna a parlare.

«IL MONDO DA RIPRODURRE BALBETTANDO,

nel quale io come ospite

avrò soggiornato: un nome

che cola, trasudato dal muro

su cui s’alza lambente

la lingua di una piaga.

Di che nome si tratta? di che muro? Erano muri veri. Le ferite, vere ferite. E non vi si sentono solo spari; si pensa ai muri di una camera a gas, travestita da locale per le docce. é lecito anche solo parlarne, addirittura scrivervi poesie? é risibile ogni ponte concettuale che provi ad afferrare l’attimo inimmaginabile da parte di noi viventi, l’attimo infernale del soffocamento, pretesa supponente, la sicurezza del concetto – puro scherno. Morale, parole, versi? Bestemmie. Per non parlare dell’inconsapevole ricca e ingenua quotidianità occidentale che di tutto questo non sa nulla» (Il mondo da riprodurre balbettando).

Lo scrittore tedesco si riferisce al difficile compito del poeta di esprimere quell’indicibile che si è consumato nei lager tedeschi, negli anni dell’olocausto, e che è letteralmente inimmaginabile, nella sua assoluta e straziata realtà. A quel soffocamento letterale del gas, che toglie vita e parola, la parola non può che resistere, pur ferita, riportando in vita frammenti, lettere, riflessioni, e lottare contro la condizione annientante del silenzio.

«L’intima precisione del dettaglio ha da essere, in una frazione di secondo, porta dei sensi nella minuscola porzione assegnataci come riflesso e oracolo, kairos oppure la più aperta divinizzazione nel sogno: taglio attraverso l’eternità, quella vista ampia e breve che si estende oltre e giù e di lato anche nella proposizione secondaria, logoratasi sui muri divisori, quasi in paradiso. No, nel paradosso». (Kleiner Wansee)

“Quasi in paradiso”. “No, nel paradosso”, Da sottolineare il quasi che porta il poeta al paradosso di intonare una lingua ‘altra’ dal linguaggio comune e sentirsi “alienato” nel mondo rassicurante dei vivi, costretto a vivere una condizione sospesa, allarmata, sul ciglio dell’abisso, che lo condurrà rapidamente o alla follia o alla morte fisica. Perché ‘essere poeta’ è il rifiuto di ogni debole compromesso, di ogni logica riconciliante: è frattura senza ritorno tra io e mondo, che i versi dei singoli autori testimoniano senza nostalgia, coscienti di una tragedia irrisolta. Celan, formulando una poesia ermetica, aspra, impossibile, una poesia che non perdona il suo tempo, evoca, in alcuni celebri versi, proprio il balbettìo del folle Hölderlin.

«La lirica di Celan dedicata a Hölderlin s’intitola «Tübingen, Jänner» (Tubinga, Gennaio), e i versi finali recitano:

Venisse,

venisse un uomo

venisse al mondo un uomo, oggi

con la barba di luce che fu

dei patriarchi: potrebbe,

se parlasse di questo tempo, solamente

bal-balbettare

conti-, conti-

nuamente, mente.

Qui nel tartagliare è presente il balbettio che riproduce il mondo, qui è il poeta che si accosta a quella ferita, si avvicina al tempo e testimonia per i morti». (Il mondo da riprodurre balbettando)

Il libro di Dieter Schlesak Poesia, malattia pericolosa appartiene al genere delle scritture inevitabili, che si possono anche non incontrare, lungo il proprio cammino di lettore, ma che, una volta incontrate, si trasformano in una esperienza umana e linguistica decisiva. Aver casualmente incontrato l’autore e pensato con lui questa raccolta di racconti, eretici e inclassificabili, è una gioia rara e profonda, che spero di riprovare trovando scritture simili a questa, fatali e inevitabili prose di poeti e non ‘prose poetiche’. Mi viene spontaneo evocare un mio testo, pubblicato nel 1994 nel volume Vite dettate, in cui immagino la voce di Heinrich von Kleist commentare così il proprio suicidio: «Se il mondo chiamerà suicidio la nostra partenza, noi compiangiamo la meschinità degli umani. Non dobbiamo essere giudicati secondo le norme comuni del mondo. Tra poco i nostri occhi vedranno ciò che la tomba del respiro ci negava. Eppure, nonostante il sollievo e la gioia, qualcosa mi sfugge, resta indicibile, come se non avessi risolto l’enigma». A distanza di oltre dieci anni, quelle parole “apocrife” mi sembrano simili alle voci che in questo libro Dieter risveglia dalle vite di certi poeti significativi non solo per il destino della letteratura, poeti con cui un vero scrittore non smette di identificarsi se non smette di interrogare l’enigma della propria identità.

«Apocalissi significa apertura degli occhi, uno shock che ci aspetta quotidianamente, e significa che, a partire da Auschwitz e Hiroshima, la finitezza della storia ci aspetta con impetuoso rigore. Da parte del giovane pensatore goriziano questa finitezza viene percepita non tanto nella consapevolezza del quadro storico del tempo, ma attraverso un’esperienza personale di sofferenza e d’arte; il tempo bloccato appare come una storia familiare, similmente al caso contemporaneo di Franz Kafka a Praga, in cui la vita quotidiana assume un carattere trascendentale, onirico e ossessivo, appare quasi un accadimento infero e metafisico (Poeta e suicida: Carlo Michelstaedter).

Infero e metafisico: questo, in sostanza, il tono della narrativa ellittica, atonale, perturbante, di Dieter Schlesak che si interroga, ancora e sempre, sull’impossibilità/ulteriorità della parola poetica, sempre strozzata, proibita, impossibile, parola che resiste contro quanto vuole condannarla a non esistere. In una delle sue liriche più intense, Ma noi non siamo gli ultimi, tratta da Settanta volte sete, il solo volume poetico di Schlesak tradotto in lingua italiana, l’autore scrive:

«Nessun grido. No, la bocca

è colma d’asfissia

ed essi proibiscono

anche il respiro.

Egli respira ancora una volta

rantola l’ultimo resto del mondo

troppo debole per il grido

lo solleva ancora il dolore

è come se cadesse all’indietro

nel passo diritto ed orgoglioso».

Non smette, Dieter Schlesak, e non potrebbe farlo per la sua natura ostinata e coraggiosa di testimone dell’olocausto psichico dell’artista, di traversare destini poetici, di esplorare tragiche fini. Il suo è, e resta, questo ostinato, necessario, vano, imprescindibile orgoglio della caduta. L’invito rilkiano alla resistenza interiore del poeta trova in lui una voce che sonda, trivella, interroga, tracciando una complessa geologia della pietà umana, un desiderio fondamentale di ricostruzione. La poesia è quanto resta di un assillo e di una carezza, anche se, come scrive Alejandra Pizarnyk, «che ne so cosa sarà di me se nulla rima con nulla». La poesia è l’Hölderlin-Scardanelli che, al riparo dal furore eccessivo dei suoi inni, colleziona paesaggi lirici che non turbino più la sua anima. Al di la dell’oltre, ci sono solo gesti brevi, semplificati. Al di là dell’oltre c’è, nella torre di Tubinga sul Neckar, una stanza-urna in cui conservare, con prudenza, la cenere degli inni precedenti.

(2008)

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