Un uomo di cattivo tono

Ho scritto Un uomo di cattivo tono perché mi sembrava indispensabile farlo. Se dovessi confessare le mie sensazioni di autore dovrei dire, chiusa l’ultima pagina, che ho provato un senso di grande sicurezza e di calma felice. Il libro è vicino a me come sono oggi e vicino a Cechov, per come era lui negli ultimi anni di vita. La mia riflessione è partita dalle pagine dei suoi taccuini Taccuini del dottor Cechov 1900-1904, crudeli e antisentimentali. Mi è sembrato che offrissero, oggi in cui ce n’è davvero bisogno, una voce inattuale, inconciliata, senza retoriche, immersa nel suo tempo ma anche refrattaria ad allinearsi al suo tempo e a qualsiasi tempo. Su quella voce ho modulato la mia, come un contrappunto.

Si scrive un testo apocrifo per essere in buona compagnia. Per vivere, con un autore prediletto, un sogno comune: dove parti di lui e parti di te si incontrano e si scambiano messaggi, ma il lettore non sa dove, mentre legge il testo. È un gioco, un intreccio musicale, un “nodo rintrecciato”, per dirla con il favoloso Rossini, mai una parodia. C’è un gusto tragico nel “nascondersi”, un’arte della maschera che ha qualcosa in comune con il concetto nicciano della maschera. Si tratta, naturalmente, di una identificazione proiettiva: vestire una maschera che guidi alla verità. Foucault mette in evidenza come, all’interno della follia, invece che il silenzio del non dire possa esserci una proliferazione di maschere che parla in modo polifonico. Le maschere rappresentano l’abisso e lo allontanano.

Ecco: scrivere parole che sognavo potesse scrivere Cechov. Vivere quel sogno in modo attivo. Non accettare definitivamente la morte dell’autore. Dialogare con lui, in una forma di follia e di resurrezione. Oppure, ripeto, cercare la compagnia di uno scrittore amato e immaginare che parli ancora. Ma non come in un atto di ventriloquia, prestandogli la propria voce, ma in un atto di scambio reciproco, impossibile ma possibile. Il testo apocrifo è un atto critico estremo.

La voce immaginata si impone come la finzione più naturale, scelta modellata sulla base di una poetica personale che indirizza la propria scrittura verso il testo che non c’è, assente perché mai scritto, perso, magari immaginato o sognato, ma mai portato sulla pagina. L’autore apocrifo è colui che viene a completare il lavoro dell’altro nel senso del “non detto” che torna a dirsi, oppure ad assumere su di sé quella voce per proiettare su di essa la propria, in modo da riparare, o rendere giustizia, su un piano etico ed estetico, ad una mancanza, o alla “necessità” (personale e, perché no, storica) di una completezza possibile. L’opera apocrifa porta in sé la sua incompiutezza e il suo fallimento, anche se ogni testo che la compone, considerato autonomamente, può sembrare compatto e riuscito. È come una voce che ne chiama un’altra, in un corale collettivo non riducibile al silenzio, un “concerto” di parole che continuano oggi e domani a parlare da sole, servendosi di noi come di strumenti più o meno adeguati. La scrittura apocrifa è l’atto di lucidità del raccogliere il testimone in una gara di staffetta in cui scorgiamo appena l’atleta precedente e ancora non vediamo quello successivo. Ma la corsa è in atto, e non si fa mai da soli. Siamo in tanti. Una squadra di vivi e di morti.

Una volta, leggendo pagine mie attribuite a Walser o a Giacometti a a Blanchot, alcuni lettori e critici si sono ingannati, scambiandole per vere, scritte realmente da quegli autori. Il mio inganno è stato verosimile. Cosa posso dire? Il gioco è riuscito. Ma il mio gioco non è mai il puzzle risolto. Il mio vero gioco è dire che la scrittura è un enigma, un fruscio di parole, e basta. Quando riesco, appoggiandomi appena agli autori che amo, a trovare il fruscio giusto, convivendo con loro e creando io stesso le loro/mie parole, vivo un senso di raggiunta familiarità, come se davvero nessuno fosse mai morto, e tutti scrivessimo ancora, senza un nome preciso, senza un’identità assoluta. Chissà: è forse questa la magia che desidero. Una comunità di artisti feriti, immuni dal tempo.

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Antologia da Un uomo di cattivo tono*

«In giorni di malinconia e di silenzio essere in una grande libreria. Leggere è superfuo. Ma guardare i libri che, come da un anfiteatro ci avvolgono, consola sempre, come il canto degli uccelli nel bosco che credevamo silenzioso.

Per ragioni dipendenti dalla malattia la mia vita sarà breve e non riesco ad amarla più di tanto o commuovermi per il mio triste destino: posso creare personaggi che, più di me, suscitino una compassione universale. Io, da solo, resto un fabbricante di racconti.

Ogni tentativo di essere felici passa per lo stato d’estasi a cui ci abbandoniamo durante l’atto amoroso. Dopo, chissà quanta neve fradicia in cui inciamperemo.

Se rifletto al futuro, immagino finestre che non siano più pezzi di vetro preparati a separarmi dal mondo ma schermi che riflettono altre realtà, interne ed esterne, vicine e lontane, felici e infelici – foreste, mari, montagne, miraggi di città.

Perché scrivo appunti? Perché l’opera finita mi annoia.

Una commedia è sempre troppo complessa. Non accade niente ma le persone devono parlarsi. Occorre un tema: un ciliegio, un cimitero, una casa, un ubriacone. Qualcosa che giustifichi cinque atti di lamenti e sproloqui.

Se questi pensieri liberi diventeranno o commedie o racconti importa poco; trascriverli è un esercizio di salute.

Scritture anonime, fogli d’album sparsi in qualche bancarella sulla Nevà.

Molti monaci del Medioevo, di cui non conosco il nome, hanno scritto cronache esemplari dei loro eremitaggi. Da loro imparo, dagli epigoni di Turgenev no. E poi, se ignoro il nome dei primi, certamente dimenticherò il nome dei secondi, benché le gazzette strombazzino, oggi, i titoli delle loro novelle.

Il mondo è stupidamente reale, come sapeva bene Flaubert. Quanto al resto – l’indifferenza, la noia, il fatto che gli uomini di talento vivano e amino unicamente nel mondo della loro fantasia e della loro immaginazione – posso dire una cosa soltanto: ognuno risponde del proprio cuore.

Quello scrittore non riesce ad azzeccare il tono giusto: c’è sempre qualcosa di strano, di indefinibile, che a volte è simile a un delirio… Neppure una figura viva, vera.

I fatti sono fantasmi – ho dimenticato chi lo diceva. Ma non esistono che i fatti: è il modo di narrarli che ogni volta è diverso, come una voce di donna.

Il monaco gli sussurra che è un genio e che muore solo perché il suo fragile corpo umano ha perso l’equilibrio.

In certi momenti l’impossibilità reale di prendere appunti su un taccuino rende forti e sani come se si camminasse all’aria aperta per boschi che non hanno ancora un nome preciso».

Pavel, barricato nella sua camera di liceale scrupolosamente ordinata, era angosciato dalla presenza dei genitori come lo sarebbe stato dalla loro assenza. O, per dirla meglio, imbarazzato. L’angoscia non dovrebbe nutrirsi di temi familiari ma essere. Punto e basta. Ogni storia personale è un’insignificante dissonanza.

Non sento nessun suono, come se l’intera orchestra fosse coperta da strati e strati di neve, ma vedo ogni musicista suonare il suo strumento con ostinazione. Vedo e ascolto.

Ricopiando certe parole altrui renderle nostre per la prima volta».

*Un uomo di cattivo tono, Amazon Fulfillment, 2020. In copertina: Isaak Levitan, Nuvole, 1890.

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