Dal monte Tauro

Paola Ricci, Paper art (dettaglio di “Intra-vedere”)

Dal monte Tauro*

Dal frammento 145,1 a, di Leonardo da Vinci a Diodario di Soria.

A Diodario di Soria

Per tuo ordine, molti anni fa, ho controllato l’origine del chiarore che tu non sapevi se attribuire a una cometa o a qualche altra imprecisata fonte di luce. Nelle mie mappe ti spiegai che quella luce non proveniva da nessuna stella ma era la cima stessa del monte Tauro, che scintillava con i suoi ghiacciai sopra il promontorio del Caucaso. La parte inferiore del monte – ti dissi – è oscurata da nuvole e nebbia, con il vento che soffia tra le fessure della pietra, i lampi che rischiarano sassi fracassati e tetti in rovina. Intorno, selve di abeti, faggi, frassini, betulle. Se si sale ancora, ci sono praterie e pascoli e campi. Poi nuvole, uno spesso strato di nubi bianco grigie. Ancora più in alto, cielo, solo cielo, con uccelli rapaci che scendono sotto le nubi per afferrare le loro prede; appena sotto il cielo tre ghiacciai che, nelle notti di luna, mandano un riflesso abbagliante fino all’orizzonte del mare. Mentre facevo le mie rilevazioni, una tempesta di eccezionale violenza scoppiò nella regione: una pioggia carica d’acqua, fango, pietre, radici, sterpi, cadde dal cielo, e per un attimo non seppi più se le mie mappe fossero vere e se quello che avevo deciso di scriverti sul ghiacciaio del monte Tauro corrispondesse alla realtà. Alla fine, Diodario, sospesi le spiegazioni e rimandai la mia relazione. Il giorno dopo ero lassù, in quel punto che dalla terra può essere definito ghiacciaio.. Traversate le foreste, ero arrivato senza fatica alla neve della cima. Crepacci, strapiombi, voragini: un silenzio assoluto. Non soffiava alito di vento. Raggiunsi l’orlo dell’abisso e da lì abbassai lo sguardo nel vuoto. Dapprima distinsi solo nebbia, poi vidi una città. Viali, palazzi, tetti, chiese, scale, gradini che la luce del tramonto illuminava ancora. Scesi un sentiero, lentamente. Un uccello mi traversò il cammino, il chiarore del ghiacciaio si spense e la città affondò nel buio. Ma un buio colmo di voci, scricchiolii, sibili, colpi. Un tonfo di cose grevi, trascinate sulla pietra, ogni tanto uno schiocco secco, come di frusta; un fragore d’acqua in moto, un ticchettìo leggero come di pioggia, una mano che batte sul vetro, un martello che picchia sul chiodo, una stoffa sbattuta, la carrucola cigolante, l’eco di una voce. È questa – pensai – la sostanza del monte, la sostanza di quella luce bianca. Qui, dove sento il mercante invisibile chiamare il cliente fantasma, la donna di profilo ridere dell’innamorato seduto, il soldato camminare marciando nella piazza, la palla rotolare sul selciato, la veste frusciare per le carezze, la musica vibrare dei colpi delle dita sui tamburi di pelle. Qui, dove qualcuno mi urta in silenzio correndo e io ne resto stordito, confuso, e vorrei restare per anni nel punto dove sono stato toccato, come dentro un incantamento sonoro. Sono tornato, Diodario. Sono risalito. Ho rivisto la vetta, chiara come una cometa e ho cercato di dimenticare la città dei suoni. Sono qui, Diodario, e parlo con te. Ma sono ancora, in parte, l’uomo che mi ha urtato in basso, nell’oscurità, e che non potrò più dimenticare. Sento ancora quel suono sordo salire da sotto, offuscare la neve. Mentre guardo la terra e il mare, osservo con una certa pietà le forme del mondo, così facilmente possedute dagli occhi. Difficile, Diodario, reggere questo silenzio e immaginare architetture ed essere uomo logico, quando la notte penetra il corpo, uomo di conoscenza quando la cecità azzera i sensi. Si può solo farsi pittore. Stringersi, mani e corpo, ai grumi della materia, dove nulla parla dell’alto, né ali, né luce, né aria, ma tutto sale dal basso, emerge dal vortice, odora di notte…

*In: Marco Ercolani, Vite dettate (Liber, 1994)

Leonardo, Nuvoli de l’aria

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